Ecologia umana
Sviluppo sociale e sistemi naturali
a cura di Carlo Modonesi

Sviluppo sociale e sistemi naturali
a cura di Carlo Modonesi
stralcio dal capitolo 3 pagina 52
Data l'impressionante popolazione umana che oggi abita la Terra, la qualità della vita è severamente compromessa per la limitata capacità degli ecosistemi di fornire cibo e altre risorse essenziali: la terra e l'acqua sono semplicemente insufficienti per tutte le persone del pianeta. Negli ultimi decenni la rapida crescita delle città ha generato una pesante domanda di beni e servizi dagli ecosistemi adiacenti. Le conseguenze sono particolarmente drammatiche in molte città dei paesi in via di sviluppo, dove le esigenze di nuove abitazioni, di sicurezza delle riserve idriche, di raccolta dei rifiuti, di smaltimento dei liquami e dei servizi legati all'espansione demografica si inseriscono in uno scenario complessivo disperato. Le prospettive per un futuro migliore stanno diminuendo rapidamente, via via che la popolazione umana persiste nella sua crescita allarmante.
La conseguenza più seria del sovrapopolamento umano è la massiccia pressione sugli ecosistemi per ottenerne alimenti. Quando la popolazione scavalca la carrying capacity non c'è più cibo per tutti, e a quel punto il problema non può nemmeno essere risolto mediante una più equa ridistribuzione delle risorse.
La situazione può precipitare quando il sovraffollamento scatena sugli ecosistemi e sui sistemi sociali una serie di effetti che abbassano la carrying capacity anziché alzarla. Questo può verificarsi quando il deficit di scorte alimentari spinge le popolazioni ad aumentarne la produzione coltivando piante o pascolando bestiame in zone inadatte e secondo criteri intensivi non sostenibili. L'erosione e la deplezione della fertilità del terreno, l'accumulo di sostanze tossiche e le numerose altre forme di danno ai suoli possono provocare un crollo della produzione alimentare e della carrying capacity, innescando un circolo vizioso (un circuito a feedback positivo) fra riserve alimentari inadeguate e uso scorretto della terra.
Quando ciò accade le persone tendono a migrare in altre regioni dove le condizioni di vita sono migliori. Il mondo in via di sviluppo annovera milioni di rifugiati ambientali che si spostano verso le città perché la sopravvivenza nelle campagne, dove le loro famiglie hanno vissuto per generazioni, è diventata impossibile. Se le persone non possono emigrare e non sono abbastanza ricche per poter acquistare cibo prodotto altrove, la malnutrizione fa alzare la mortalità (soprattutto fra i bambini) e la popolazione si contrae, proprio come abbiamo visto nell'esempio dei cervi.
Questo scenario impietoso non è ipotetico, ma anzi si è verificato migliaia di volte in passato e anche di recente, come in Corea del Nord e in alcune zone dell'Africa. Nelle regioni montane dell'Asia dilaga la morsa della fame e del degrado della terra, in quanto una popolazione enorme vive su un territorio con limitate possibilità di produzione alimentare.
Anche dove la fame non è un problema, i costi sociali derivanti da una produzione alimentare eccessiva vanno ben oltre quanto possiamo intuire. Le varietà agricole ad alto rendimento esigono spese più alte (per i fertilizzanti chimici e i pesticidi) delle varietà tradizionali che gli agricoltori utilizzavano prima della Rivoluzione verde. Il gioco vale la candela se la produzione è davvero alta, ma i costi elevati rischiano di far cadere gli agricoltori nella trappola dell'indebitamento. L'equità distributiva è diminuita in tutto il mondo via via che gli agricoltori hanno dovuto cedere le loro terre per i debiti, a vantaggio di quelli più ricchi e delle corporation dell'agribusiness. C'è un ulteriore costo sociale legato alla produzione alimentare intensiva: gran parte dell'incremento produttivo indotto dalla Rivoluzione Verde viene ottenuto con l'introduzione di un maggior numero di raccolti ogni anno. Questo richiede necessariamente più lavoro e si ripercuote in modo drammatico sul sistema sociale; la forte domanda di manodopera implicita nel modello agricolo della Rivoluzione verde sottrae tempo per le altre attività della comunità: meno tempo per aiutare i vicini nei periodi di lavoro agricolo intenso, minor tempo per il terrazzamento e la messa a punto degli impianti irrigui, minor tempo per la costruzione di abitazioni per le nuove coppie e meno tempo per tutte le iniziative di solidarietà che consolidano la convivenza sociale e il senso di comunità.
Il sovrapopolamento accentua la competizione per le risorse limitate. Oggi le controversie per le risorse sono all'ordine del giorno, come nel caso dei corsi d'acqua che scorrono lungo i confini di paesi diversi e vengono destinati a usi irrigui ed energetici, o come nel caso delle risorse marine che appartengono alle cosiddette "extended economic zones", vale a dire alle acque di mare aperto entro 320 chilometri dalla linea di costa. L'accesso a queste preziose risorse naturali ha scatenato in passato vere e proprie guerre, e i segnali lasciano prevedere che la situazione può solo peggiorare. Il caso tipico è quello del conflitto fra differenti etnie di uno stesso paese per l'uso della medesima risorsa. La cronaca recente ha mostrato che le guerre per le autonomie regionali o per l'indipendenza proliferano e che le questioni più delicate sono sempre imperniate su chi alla fine prenderà il controllo delle risorse: i gruppi etnici maggiori, oppure le élite di potere, o ancora le popolazioni che vivono nella regione.
È opinione comune che nel mondo povero sia necessario avere sviluppo economico per rendere possibile un declino delle nascite, come i paesi industrializzati sembrano aver dimostrato. Tuttavia studi recenti hanno evidenziato che il calo nei tassi di natalità dell'Europa è dipeso più che altro dall'accesso ai programmi di controllo delle nascite, da un generale cambiamento nella concezione della famiglia e delle sue dimensioni, nonché dal grado di accettazione sociale del controllo della natalità. I recenti trend emersi in alcuni paesi in via di sviluppo hanno confermato questo dato. Lo sviluppo economico e l'educazione, soprattutto delle donne, possono certamente contribuire a ridurre la natalità, ma non è necessario stare ad aspettarli. Molte donne dei paesi in via di sviluppo, sia povere che ricche, vorrebbero accedere fin d'ora alla pianificazione familiare: il loro bisogno più importante è quello di poter ricevere l'informazione necessaria a mettere in pratica i moderni metodi di controllo delle nascite.