Ecologia umana
Sviluppo sociale e sistemi naturali
a cura di Carlo Modonesi

Sviluppo sociale e sistemi naturali
a cura di Carlo Modonesi
stralcio dal capitolo 10 pagina 160
Una caratteristica rilevante dei sistemi sociali urbani è la loro complessità, caratterizzata dall'ampia differenziazione e specializzazione dei ruoli sociali e dall'elaborata organizzazione delle attività umane. Il ruolo della complessità sociale nell'espansione e nel declino delle città può essere individuato nelle civiltà del passato, come quelle mesopotamica, egizia e greca, o quelle precolombiane dell'emisfero occidentale. Queste civiltà hanno sperimentato cicli di ascesa e declino che si sono sviluppati per molti secoli; gli imperi europei sono sottoposti a processi analoghi da 400 anni.
Prima della Rivoluzione agricola gli ecosistemi urbani erano in sostanza dei semplici villaggi piccoli e alquanto indipendenti fra loro. I sistemi sociali dei villaggi erano egualitari, nel senso che fra gli individui non vi erano significative differenze di status. C'era una divisione del lavoro basata sul sesso, ma il numero di specifici ruoli sociali era molto contenuto. In pratica era una società di factotum, in cui ognuno faceva tutto ciò che gli era necessario per garantirsi la sussistenza. Le famiglie producevano autonomamente gli alimenti, gli indumenti e le stesse abitazioni in cui vivevano. Esisteva un livello minimo di specializzazione, tuttavia le società più semplici prevedevano poco più di una ventina di occupazioni diverse. Anche se per molti altri versi erano piuttosto raffinate, tutte le civiltà antecedenti la Rivoluzione agricola erano relativamente semplici sotto il profilo dei ruoli occupazionali. In molte zone isolate del mondo attuale esistono ancora società preindustriali di questo tipo.
Lo sviluppo di città intese come ecosistemi urbani più complessi è possibile soltanto quando gli ecosistemi agricoli di una società sono abbastanza produttivi da fornire un surplus di alimenti, che supera il fabbisogno delle famiglie. La quota eccedente consente ai singoli di specializzarsi in una varietà di compiti non dipendenti dall'agricoltura, determinando una divisione del lavoro che è il pilastro delle società complesse. Nella società odierna è normale che le grandi città abbiano più di 10.000 diversi ruoli occupazionali.
Molte di queste occupazioni concorrono alle attività produttive utili a migliorare l'efficienza della città stessa, ma anche a far fiorire l'arte e l'ingegno. Artigiani, poeti, ingegneri, scienziati e insegnanti contribuiscono tutti alla ricchezza della vita. Questa divisione allargata del lavoro richiede grandi quantità di tempo ed energia dedicate ai processi di informazione, comunicazione e distribuzione dei beni, nonché a contabilizzare i continui passaggi di proprietà e lo scambio di merci e servizi.
Questo è vero oggi quanto lo era nelle civiltà del passato: le testimonianze delle civiltà antiche dipingono un quadro assai ricco e dettagliato degli scambi commerciali e delle disponibilità di beni.
La divisione del lavoro nelle società complesse non ha a che fare solo con la sfera strettamente occupazionale. C'è anche una stratificazione sociale che attiene al potere e alla ricchezza, e che si esprime attraverso l'esercizio gerarchico dell'autorità e della forma di governo.
Le civiltà del passato erano agganciate alle città, o ai gruppi di città, che sono cresciute in dimensioni e complessità per secoli, estendendo la loro influenza su aree ancora più ampie, le cosiddette "zone di influenza". Questo processo di espansione non era sempre pacifico e spesso implicava lo sfruttamento dei popoli sottomessi e delle loro risorse.
Una volta innescata, la complessità tipicamente aumenta. Questo determina ulteriore crescita ed espansione che generano a loro volta la necessità di incrementare la produttività per mezzo di una maggiore complessità.
La crescita e la complessità dunque producono un circuito a feedback positivo che le porta a una crescita esponenziale. Una città può anche arrivare a proporzioni e a complessità tali da far sembrare che potere e ricchezza possano continuare all'infinito. Questo è lo stadio di equilibrio del ciclo del sistema.
C'è un punto in cui il sistema sociale di una civiltà diventa troppo complesso perché continui a funzionare efficacemente. Quando la complessità sociale supera il livello ottimale, un suo ulteriore incremento può produrre un abbattimento della produttività per le seguenti ragioni:
– molti benefici derivanti dalla complessità sociale hanno rendimenti decrescenti. Una volta raggiunto un certo livello di tecnologia e organizzazione delle attività umane, un'ulteriore intensificazione non produce maggior risultato;
– la complessità sociale presenta costi sostanziali in termini di energia e sforzo richiesti per generarla e mantenerla;
– i costi aumentano costantemente, proprio perché l'aumento della complessità non comporta benefici aggiuntivi e in tal modo la produttività – il bilancio fra benefici e costi – cala;
– la società sviluppa valori culturali che incoraggiano una crescita ulteriore della complessità. Questo innesca una proliferazione casuale della complessità che non possiede il carattere di funzionalità necessario al sistema complessivo.
Il risultato è che la produttività della società si riduce, così come il suo standard di vita. In un sistema sociale caratterizzato da un surplus di complessità potrebbe sembrare logico farne decrescere il livello fino a raggiungere quello ottimale. Invece normalmente i sistemi sociali diventano più elaborati, perché nel frattempo si sono evoluti modelli culturali che percepiscono l'elevata complessità come l'approccio più efficace ai problemi.
Dal momento in cui una società ha superato il livello ottimale di complessità, è piuttosto probabile che cominci a incontrare seri problemi ambientali: inizia il processo di dissoluzione. Il danno causato dall'eccessiva pressione sull'ecosistema, evoluto lentamente nel corso di centinaia di anni, si riflette in un calo della produttività agricola e in una disponibilità ridotta di cibo e di altre risorse rinnovabili.
La società non dispone più del surplus di alimenti e di risorse indispensabili a mantenere le scorte e sostenere la grande popolazione urbana. Via via che queste diminuiscono la società perde la sua resilienza e non riesce più a contrastare il declino.
Quando lo standard di vita scende, nelle comunità che vivono nella zona di influenza prende a serpeggiare l'insoddisfazione, che a sua volta determina la volontà di allentare i legami con la città. A questo punto le autorità politiche possono, ad esempio, decidere di rispondere con la forza militare per costringere le comunità periferiche a sostenere la città. Oppure possono cercare di enfatizzare l'immagine della civiltà costruendo monumenti e organizzando cerimonie celebrative. E dato che le iniziative militari e autocelebrative sono dispendiose e non aumentano la produttività, lo standard di vita precipita ulteriormente. Al crescere della pressione sulla popolazione e sull'ecosistema corrisponde un aumento del danno ambientale, una riduzione della produttività agricola e dello standard di vita e, in definitiva, un inasprimento del risentimento popolare. Alla fine questo trend peggiorativo, basato su un feedback positivo, può provocare persino l'abbandono della città. Gli abitanti migrano verso luoghi che offrono migliori opportunità di vita (riorganizzazione), e da qualche altra parte prende origine una nuova città.
L'ascesa e caduta delle società complesse non riguardano solo la storia delle civiltà antiche. Gli ecosistemi urbani odierni sperimentano cicli di crescita e declino su una scala spaziale che va dai piccoli sobborghi alle cittadine, alle aree metropolitane fino a intere civiltà. Un quartiere cresce via via che le persone e le attività commerciali confluiscono da altre zone. Pochi decenni dopo lo stesso quartiere può entrare in crisi perché le persone e le attività commerciali si trasferiscono in quartieri concorrenti. Lo stesso andamento può verificarsi nelle grandi città su una scala temporale più lunga.
Siccome questo esempio di crescita, collasso e riorganizzazione è vecchio quanto la civiltà, l'attuale esplosione demografica e espansione economica non sono fatti poi così nuovi, salvo che per un aspetto molto importante. Fino a poco tempo fa la crescita e il declino degli ecosistemi urbani avevano una connotazione di scala locale o al massimo regionale. Quando le città o intere civiltà collassavano, le persone si spostavano in altre aree. Ma a causa dei trasporti, delle comunicazioni e dell'economia globalizzata i sistemi sociali umani stanno diventando oggi un unico sistema globale, e anche gli ecosistemi della Terra sono sempre più interconnessi. Per la prima volta nella storia, l'aumento della popolazione umana e della complessità sociale avvengono in modo simultaneo in quasi tutti gli ecosistemi e i sistemi sociali del pianeta. In altre parole, mentre in passato l'ascesa, la caduta e la migrazione erano fenomeni locali o regionali, ora incombe la possibilità di un collasso globale, che non consentirebbe alcuna opzione di fuga altrove.