Saggistica

tratto da

Bilancio Terra

Gli effetti ambientali dell'economia globalizzata

di Lester R. Brown, Janet Larsen, Bernie Fischlowitz-Roberts

prefazione: Gianfranco Bologna

2003 - pagine: 240 - euro 19,80 - ISBN 88-86412-96-7

La lotta per lo spazio in un pianeta d'asfalto

stralcio dal capitolo 3 pagina 174

Febbraio 2001

All’inizio del nuovo secolo la competizione tra automobili e colture si fa via via più intensa. Finora la cementificazione del territorio coltivabile è avvenuta soprattutto nei paesi industrializzati, dove risiede l’80% dei 520 milioni di automobili esistenti nel mondo. Ma la superficie agricola che viene sacrificata all’asfalto cresce anche nei paesi in via di sviluppo, dove vivono popolazioni che soffrono la fame, mettendo in discussione il ruolo futuro delle automobili.
Nel mondo avanzato milioni di ettari di terra sono stati asfaltati per creare strade e parcheggi. Per queste due necessità, per esempio, ogni automobile statunitense ha bisogno in media di 0,07 ettari di superficie. Ogni cinque veicoli che vanno ad arricchire il parco auto degli Stati Uniti viene sacrificata un’area pari a quella di un campo di calcio. Il più delle volte vengono assegnati a questo destino i suoli adatti all’agricoltura, perché le caratteristiche che li rendono favorevoli alla coltivazione (superficie pianeggiante, buon drenaggio, ecc.) sono le medesime che li rendono idonei alla costruzione di strade. Una volta asfaltata, la terra è di difficile recupero: come ha sottolineato una volta l’ambientalista Rupert Cutler, “l’asfalto è l’ultimo raccolto nella vita di un terreno”.
Con i loro 214 milioni di veicoli a motore, gli Stati Uniti possiedono 6,3 milioni di chilometri di strade asfaltate, una lunghezza pari a 157 volte la circonferenza della Terra all’equatore. Ma le auto, oltre che di strade, hanno bisogno anche di aree di parcheggio. Si immagini un parcheggio per 214 milioni di auto e camion: se è difficile visualizzarlo, si provi con uno che ne contenga 1.000, e poi lo si moltiplichi per 214.000.
Comunque la si immagini, si stima che negli Stati Uniti l’area dedicata a strade e parcheggi graviti intorno a 16 milioni di ettari, un valore di superficie che tende a quello dell’area coltivata a grano nello scorso anno (pari a 21 milioni di ettari). Ma nei paesi industrializzati il ritmo di questa trasformazione va diminuendo via via che i parchi auto raggiungono il livello di saturazione. Negli Stati Uniti ci sono tre veicoli ogni quattro persone, mentre nei paesi dell’Europa occidentale e in Giappone la proporzione è tipicamente di un veicolo ogni due persone.
Nel mondo in via di sviluppo, dove il numero di auto è ancora contenuto e i terreni agricoli scarseggiano, il processo ha appena preso il via. Una quota crescente degli 11 milioni di auto che annualmente si aggiungono alla flotta mondiale di 520 milioni di veicoli, si trova proprio in paesi in via di sviluppo. Ciò significa che la guerra tra auto e agricoltura si combatte principalmente sui campi di grano e di riso di paesi in cui il problema della fame è all’ordine del giorno. In Cina e in India, due nazioni che insieme totalizzano il 38% della popolazione globale, l’esito di tale conflitto influenzerà diffusamente la sicurezza alimentare.
Le società industrializzate ad alta densità di popolazione in cui prevale l’uso dell’auto, come la Germania, il Regno Unito e il Giappone, hanno mediamente asfaltato 0,02 ettari di terra per veicolo, perdendo in questo modo alcune delle loro aree agricole più produttive. Analogamente anche Cina e India sentono la forte pressione dell’industrializzazione sui loro terreni coltivati. Benché la Cina abbia una superficie approssimativamente simile a quella degli Stati Uniti, i suoi 1,3 miliardi di abitanti sono concentrati soltanto in un terzo del paese: una striscia di 1.600 chilometri lungo le coste orientale e meridionale dove si sono sviluppate le principali aree rurali.
Se la Cina un giorno raggiungesse la stessa proporzione del Giappone di un’auto ogni due persone, avrebbe un parco auto di 640 milioni di veicoli, contro i 13 milioni attuali. Se una tale quantità di veicoli può sembrare una possibilità remota, dobbiamo non dimenticare che la Cina ha già superato gli Stati Uniti nella produzione di acciaio, nell’uso di fertilizzanti e nella produzione di carne rossa. Si tratta di un’economia immensa: basti pensare che dal 1980 è quella con la crescita più rapida del mondo.
Trasferendo in Cina gli 0,02 ettari di superficie asfaltata per veicolo che troviamo in Europa e Giappone, e dunque un parco auto potenziale di 640 milioni di veicoli, bisognerebbe teoricamente asfaltare 13 milioni di ettari di territorio che verrebbero sottratti per lo più all’agricoltura. In altre parole: più della metà dei 23 milioni di ettari di terre che servono a produrre 135 milioni di tonnellate del principale alimento del paese. Quando gli agricoltori del sud della Cina sacrificano un ettaro di risaia a doppio raccolto alle automobili, la loro produzione di riso subisce una doppia perdita. Persino un rapporto di un auto ogni quattro persone, pari alla metà del rapporto giapponese, rappresenterebbe una consistente minaccia al territorio agricolo.
In India la situazione è simile. Pur con una superficie pari a circa un terzo di quella della Cina, anche l’India ha più di un miliardo di abitanti e attualmente ha 8 milioni di autoveicoli. Le sue città in rapida espansione e la superficie asfaltata ad uso delle automobili stanno già invadendo le aree agricole, generando il rischio che anche l’India debba presto far fronte a una grave perdita di terra coltivata. Un paese che secondo le previsioni aumenterà la propria popolazione di 515 milioni di persone entro il 2050 non può permettersi di asfaltare preziose superfici dedicate all’agricoltura per far posto a strade e parcheggi.
In Cina, India e altri paesi densamente popolati, come l’Indonesia, il Bangladesh, il Pakistan, l’Iran, l’Egitto e il Messico, non c’è abbastanza terra per sopportare sistemi di trasporto centrati sulle automobili e continuare a dar da mangiare alla popolazione. La competizione per la terra tra auto e agricoltura sta diventando un confronto tra ricchi e poveri, tra coloro che possono permettersi l’automobile e coloro che fanno fatica ad avere cibo sufficiente. I governi che finanziano le infrastrutture per le auto con le tasse ricavate dall’intera popolazione raccolgono, in effetti, soldi dai poveri per far spazio alle auto dei ricchi. Assecondando lo sviluppo di un sistema di trasporto basato sull’automobile, i governi inevitabilmente sostengono la trasformazione dei terreni agricoli in aree asfaltate. Se, come sembra oggi probabile, nei paesi in via di sviluppo il possesso di un’automobile è riservato a una minoranza di benestanti, esso diventa anche un continuo e impercettibile travaso di denaro dai poveri ai ricchi.

In un mondo affamato di terra è giunto il momento di rivedere il ruolo futuro dell’automobile, di progettare sistemi di trasporto che garantiscano la mobilità all’intera popolazione e non solo a minoranze agiate, e di realizzare questo obiettivo senza mettere a repentaglio la sicurezza alimentare. Allorché nel 1994 Pechino annunciò l’intenzione di fare dell’industria automobilistica uno dei settori di punta dei prossimi decenni, un gruppo di eminenti scienziati – molti dei quali membri dell’Accademia nazionale delle scienze – produsse un documento di sfida a tale progetto. In esso si indicavano le molteplici ragioni per cui il paese non avrebbe dovuto sviluppare un sistema di trasporto prevalentemente automobilistico, prima fra tutte il fatto che non c’era abbastanza territorio agricolo per assicurare nello stesso tempo cibo alla popolazione e spazio alle automobili.
Al posto di costruire strade e parcheggi, il team di scienziati raccomandava che si concentrassero gli sforzi per estendere il sistema ferroviario e si incentivassero il trasporto pubblico con autobus e l’uso della bicicletta. Ciò avrebbe migliorato la mobilità della popolazione ben più di quanto si sarebbe potuto ottenere con il congestionato sistema automobilistico, e avrebbe assicurato la protezione del territorio agricolo.
Vi sono varie ragioni per mettere in discussione l’obiettivo di costruire ovunque sistemi di trasporto fondati sulle auto, che comprendono i cambiamenti climatici, l’inquinamento dell’aria e la congestione del traffico; tuttavia il solo rischio di perdere terreni coltivabili dovrebbe già bastare. Quasi tutti i 3 miliardi di persone che entro la metà del secolo andranno ad aggiungersi alla popolazione mondiale attuale (che ha superato i 6 miliardi) nasceranno in paesi in via di sviluppo, dove non c’è terra sufficiente per garantire cibo a tutti e spazio alle automobili. La sicurezza alimentare del futuro dipende dai budget che verranno destinati alla riprogettazione dei trasporti e dal fatto che si cominci a investire meno nella costruzione di strade e più nella costruzione di ferrovie e piste ciclabili.