Saggistica

tratto da

Bilancio Terra

Gli effetti ambientali dell'economia globalizzata

di Lester R. Brown, Janet Larsen, Bernie Fischlowitz-Roberts

prefazione: Gianfranco Bologna

2003 - pagine: 240 - euro 19,80 - ISBN 88-86412-96-7

Rischio d'estinzione per i cugini dell'uomo

stralcio dal capitolo 3 pagina 194

Marzo 2002

Dopo più di un secolo in cui nessun primate conosciuto si era estinto, gli scienziati hanno recentemente dovuto ammettere la definitiva scomparsa di una sottospecie, nota come colobo rosso di Miss Waldron, che viveva in alcune zone dell’Africa occidentale. La perdita di questa scimmia potrebbe essere l’anticipazione di future estinzioni dei nostri più stretti parenti filogenetici.
Delle circa 240 specie di primati conosciute, 19 versano oggi in “condizioni di pericolo critico” (solo nel 1996 erano 13). In questa classifica sono comprese specie che hanno subito riduzioni estreme e repentine delle loro popolazioni o dei loro habitat. Se il numero degli individui superstiti, che può andare da poche centinaia (o meno) fino a poche migliaia al massimo, continuerà a diminuire ai ritmi degli ultimi anni, alcune di queste specie non arriveranno alla fine del decennio in corso. Secondo la Red List of Threatened Species del 2000, stilata dalla World Conservation Union-IUCN, questo gruppo di specie annovera otto scimmie della Foresta atlantica del Brasile, dove è andato perduto il 97% della copertura arborea, due antropomorfe e una scimmia indonesiane, tre del Vietnam, una del Kenya, una del Perù, e tre lemuri del Madagascar.
In una “condizione di pericolo” – che secondo la classificazione dell’IUCN è il grado successivo dello status di conservazione di una specie – sono 46 specie di primati (nel 1996 erano 29), sulle quali grava un’altissima probabilità di andare incontro a estinzione (alcune entro i prossimi vent’anni). Altre 51 specie sono considerate “vulnerabili”, in quanto dotate al momento di popolazioni appena più numerose, ma a rischio di scomparire entro la fine del secolo. Sommando i tre livelli di rischio si totalizzano 116 specie di primati, cioè la metà circa di quelle esistenti.
Alla fine dell’ultima glaciazione, 10.000 anni fa, il numero dei babbuini era almeno il doppio di quello degli esseri umani. Messi insieme, tutti i primati non umani, compresi i numerosissimi individui delle specie più piccole, facevano apparire insignificante la popolazione degli uomini. Oggi la situazione è ben diversa. Lo sviluppo dell’agricoltura ha permesso una rapida crescita della popolazione umana e circa 2.000 anni fa, con 300 milioni di individui, la nostra specie divenne la più rappresentata tra i primati. Nel 1930 i 2 miliardi di esseri umani presenti sul pianeta superavano probabilmente la somma di tutti gli altri primati esistenti.
Oggi, arrivati ai 6,1 miliardi e già pronti ad aumentare, stiamo minacciando la sopravvivenza di molti dei nostri “cugini”, compresi quelli a noi più vicini dal punto di vista filogenetico, gli scimpanzé e i bonobo, con i quali condividiamo il 98% del genoma. Anche le altre scimmie antropomorfe sono abbastanza prossime all’uomo, sia sul piano genetico sia su quello comportamentale. Eppure, con i 300.000 individui che ogni giorno si aggiungono alla popolazione umana, un numero più alto di quello di tutti gli esemplari di scimmie antropomorfe rimasti, anche la vicinanza evolutiva non riesce a impedirci di sterminare questi nostri parenti.

Mentre gli esseri umani abitano praticamente ogni angolo della Terra, la maggior parte degli altri primati sono strettamente endemici di particolari aree geografiche. Circa i tre quarti di tutti i primati vivono in soli quattro paesi: Brasile, Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), Indonesia, Madagascar. In tutti questi paesi la copertura forestale si sta contraendo, e poiché la perdita dell’habitat è un pericolo per il 90% dei primati minacciati, il fatto che siano concentrati in poche aree innalza la loro vulnerabilità.
In Indonesia, diverse specie selvatiche che abitavano le foreste hanno sofferto a causa delle attività di disboscamento alimentate dalla corruzione e dall’instabilità politica. Alla fine dello scorso decennio, i ritmi di deforestazione erano raddoppiati, arrivando alla velocità di almeno 2 milioni di ettari di copertura arborea l’anno, e intanto il numero degli orangutan si dimezzava. Entro il 2005 il paese si troverà ad affrontare la completa perdita delle foreste planiziali dell’isola di Sumatra e la scomparsa, tra le altre, della sottospecie locale di orangutan, già ora in pericolo critico.
Se le tendenze attuali persisteranno, l’orangutan del Borneo, messo a dura prova dalla deforestazione, dalla caccia e dai catastrofici incendi del 1997, probabilmente non sopravviverà oltre il 2010.
Il bonobo, parente più prossimo dell’uomo, vive in Congo, un paese devastato dalla guerra civile e dall’occupazione di truppe militari straniere e di gruppi di ribelli. Con molti altri primati, questa specie, che oltretutto ha ritmi di riproduzione lenti, sta subendo un rapido declino: se nel 1980 c’erano circa 100.000 esemplari, oggi potrebbero essere meno di 10.000.
Anche se la guerra civile ha creato milioni di rifugiati tra le popolazioni umane e può aver aumentato la richiesta di bushmeat (carne di animali selvatici), il conseguente rallentamento dello sviluppo economico può aver ridotto i ritmi di deforestazione in questo paese, che da solo comprende la metà delle foreste tropicali umide rimaste in Africa. Se si ripristinasse la stabilità politica, le attività di disboscamento potrebbero intensificarsi parecchio nel giro di pochi anni, accelerando quella che sarebbe la prima estinzione di una scimmia antropomorfa.
Le popolazioni di gorilla sono diminuite a livelli pericolosamente bassi, soprattutto a causa del commercio illegale della loro carne. Vi sono meno di 325 gorilla di montagna e fanno tutti parte di un’unica sottopopolazione distribuita tra Rwanda, Congo e Uganda. La sottospecie più rara, Gorilla gorilla diehli, è limitata a solo 150-200 individui, ripartiti in diverse sottopopolazioni che vivono nella zona di confine tra Camerun e Nigeria.
In alcune parti dell’Africa occidentale e centrale la caccia rappresenta una minaccia ancora più grave della perdita di foreste. Il mercato della carne di alcuni animali selvatici, principalmente antilopi, suini e primati che vivono nelle foreste, rende più di un miliardo di dollari l’anno. In regioni dove i disordini sociali hanno distrutto le attività economiche tradizionali e il reddito medio annuo di una famiglia è inferiore a 100 dollari, la promessa di guadagnare di 300-1.000 dollari ogni anno con la caccia ha lusingato molti. Le compagnie del legname e, in minor misura, quelle minerarie sono penetrate nelle parti più interne delle foreste, aumentando con la loro colonizzazione la domanda di bushmeat e al contempo rendendo più facile la caccia, grazie all’apertura di vie d’accesso.
Questo tipo di caccia commerciale, però, non è redditizio nel lungo periodo, poiché le popolazioni di animali selvatici, e in particolare quelle delle grosse scimmie antropomorfe che si riproducono lentamente, ne risultano decimate in tempi brevi. Nel bacino del Congo vengono consumate ogni anno oltre un milione di tonnellate di carne selvatica, un quantitativo circa sei volte superiore a quello che le foreste possano sostenere. Questa caccia ha letteralmente svuotato foreste un tempo affollate di animali.
Se è vero che le comunità rurali hanno a lungo basato la propria sopravvivenza sulla carne di animali selvatici (ricavandone fino al 60% delle proteine assunte con la dieta) e su altre risorse alimentari fornite dalle foreste, è anche vero che oggi la maggior parte della carne proveniente dalla caccia viene consumata nelle città. Quasi la metà dei 30 milioni di persone che vivono nelle regioni ricche di foreste dell’Africa centrale abitano in città, dove si nutrono di bushmeat proveniente da popolazioni di fauna selvatica già fortemente in declino. Secondo le stime, crescendo le dimensioni delle città e quindi la richiesta di bushmeat, la caccia potrebbe eliminare tutte le popolazioni delle scimmie antropomorfe africane in meno di vent’anni.

Per salvare gli altri primati dalla scomparsa, in quella che viene considerata la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta, occorrono risorse che consentano di bloccare la deforestazione e la caccia illegali. La prima ha devastato ampie fasce dell’habitat originario dei primati. Buona parte della selvaggina cacciata proviene da aree protette, e il mercato internazionale dei primati è già stato dichiarato fuorilegge dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie animali e vegetali a rischio (nota come Convenzione di Washington, 1973, ndr). Ma in assenza di controlli sull’applicazione dei divieti, le pratiche illegali continuano indisturbate.
Vaste aree selvagge di regioni assai ricche dal punto di vista biologico possono essere trasformate in nuovi parchi, dove si rispettino le necessità sia della popolazione umana sia delle specie selvatiche. Iniziative di turismo ecologico potrebbero sostenere la conservazione dei primati e una volta che anche i cacciatori riuscissero a capire che gli animali sono più redditizi da vivi che da morti potrebbero trovare fonti di reddito alternative lavorando nei parchi.
Una migliore conoscenza della nostra specie, ossia delle componenti biologiche, psicologiche e sociologiche della vita umana, dipende in parte dalla capacità di capire meglio i nostri parenti filogenetici più prossimi. Distruggendoli, perderemo anche l’occasione di capire noi stessi fino in fondo.