I nuovi consumatori
Paesi emergenti tra consumo e sostenibilità
di Norman Myers, Jennifer Kent

Paesi emergenti tra consumo e sostenibilità
di Norman Myers, Jennifer Kent
stralcio dal capitolo 3
La dieta a base di carne produce costi che vanno ben oltre
ciò che si paga al ristorante o dal macellaio. La rivoluzione
dellalimentazione tende a provocare un forte impatto nelle zone
coltivate a cereali, in termini di erosione del suolo e altre forme
di deterioramento della terra. La domanda di nuovi pascoli da
destinare a bestiame può inoltre arrivare a pesare in modo
determinante sulle foreste e sugli habitat naturali. A ciò si
aggiunga che il bestiame può essere ecologicamente molto
costoso in termini di gas serra. I bovini e gli altri ruminanti
generano metano nella misura di un sesto delle emissioni globali, una
frazione che probabilmente è destinata a salire parallelamente
allincremento dei consumi di carne.
Vanno inoltre considerati anche i rifiuti organici
dellallevamento, che giocano un ruolo importante
nellinquinamento delle acque, nelle esplosioni algali e nelle
morie di pesci. Negli Stati Uniti linquinamento organico
prodotto dalla zootecnia è 130 volte maggiore di quello
prodotto dalla popolazione umana. E al primo posto di questa serie di
problemi, vanno considerati anche gli effetti che una dieta ricca di
grassi e calorie esercita sulla salute: lalimentazione fondata
sulla carne danneggia le arterie e può essere la causa di
morte prematura.
Ci si dovrebbe gettare nelle scorpacciate di carne ricordando che
mangiando quel cibo si stanno mangiando in realtà anche
cereali, perché molta carne viene prodotta grazie ad essi. Il
sistema di allevamento in feedlot (ambiente confinato per
lallevamento intensivo del bestiame, ndt) sta prendendo piede
in Cina, Filippine, Brasile e nella maggior parte dei paesi
neoconsumatori. Dal momento che i pascoli sono stati sovrasfruttati
in quasi tutto il mondo, lallevamento in feedlot
diventerà sempre più significativo. E infatti i dati
dicono che è il sistema a più rapida espansione negli
allevamenti di molti paesi.
La Cina oggi destina quasi un quarto dei suoi cereali al bestiame, il
Brasile e lArabia Saudita più della metà. In nove
dei venti paesi di nuovo consumo i cereali trasformati in mangimi
raggiungono i due quinti sul totale. Si tratta certamente di
quantitativi immensi per paesi in via di sviluppo, sempre ricordando
però che negli USA la quota è di due terzi. Nei due
ultimi decenni il Messico ha visto salire al 41% la percentuale di
cereali destinati allallevamento.
Un chilogrammo di carne bovina prodotta in feedlot può
richiedere 7 kg di cereali, quella di maiale 4 kg e quella di pollo 2
kg, il che rende la carne bovina molto più costosa delle
altre. Il rapporto fra carne e cereali indica che il feedlot è
un metodo molto inefficiente per produrre proteine. Un campo di un
ettaro a cereali produce 5 volte più proteine dirette che
proteine indirette attraverso lallevamento. Il manzo contenuto
in un hamburger equivale grossomodo a cinque filoni di pane.
Inconsapevoli di questo, i nuovi consumatori preferiscono mangiare
carne che avrà un forte impatto sui paesi che dipendono dai
cereali che importano. In Colombia le importazioni di cereali
corrispondono a circa la metà del fabbisogno totale, in
Venezuela ai due terzi, in Corea del Sud, Malesia e Arabia Saudita ai
tre quarti. Dei 20 paesi, nove importano più di un quinto dei
cereali che sono loro necessari, e altri sei importano quantitativi
significativi (Cina, India e Pakistan ne importano relativamente
pochi, mentre Argentina e Thailandia sono buoni esportatori). Le
Filippine importano il 27% dei cereali che consumano, eppure
riservano una quota analoga allallevamento, mentre per il
Brasile le due percentuali sono rispettivamente del 21% e 54%.
Queste importazioni producono una pressione sui mercati cerealicoli
internazionali a danno dei paesi poveri che non possono affrontare
prezzi alti. Ma ciò che è peggio è che la
pressione può aumentare fino a un certo punto, dopo di che la
produzione di cereali globale non è più in grado di
soddisfare la domanda.
Nel triennio 2000-2002 il raccolto mondiale è sceso al di
sotto dei consumi, portando le riserve cerealicole al livello
più basso degli ultimi tre decenni. La reazione è stata
un incremento del 30% dei prezzi del grano e del mais. Nel frattempo
la popolazione mondiale è cresciuta di oltre 80 milioni di
persone lanno, e la domanda mondiale di cereali è salita
di 16 milioni di tonnellate annue.
Laritmetica dei cereali è la seguente. Il raccolto
globale ruota attorno ai 1.900 milioni di tonnellate lanno, di
cui 340 milioni sono prodotti rispettivamente sia in Cina che negli
Stati Uniti, e 200 milioni in India. I cereali commercializzati a
livello mondiale ammontano a 300 milioni di tonnellate annue, di cui
90 milioni provenienti dagli Stati Uniti (venduti o donati a oltre
100 paesi). Molte nazioni e circa un miliardo di persone potrebbero
trovarsi gravemente minacciati dalla morsa del mercato. Il raccolto
globale di cereali del 2003 è stato inferiore ai consumi di
ben 93 milioni di tonnellate (nel 2001 di 16 milioni), facendo calare
gli stock di riserva al livello più basso degli ultimi 30
anni.
Ma torniamo alla Cina, che destina un quarto della sua produzione
cerealicola al bestiame: il doppio rispetto al 1980. Se il trend
relativo alla carne continuerà e se la crescita demografica di
8 milioni lanno richiederà più cereali come fonte
diretta di cibo, la Cina potrebbe dover dipendere dalle importazioni
per un decimo dei suoi consumi (o forse due decimi), diventando il
principale importatore del mondo. LIndia è un altro
paese che non importa né esporta cereali in quantità
significative, ma entro il 2020 potrebbe trovarsi ad affrontare una
scarsità di granaglie pari a un quarto dei consumi previsti.
Questo la farebbe diventare il secondo importatore mondiale: in
pratica, Cina e India necessiterebbero di quasi il triplo dei cereali
oggi esportati dagli USA.
A prescindere dagli aspetti economici delle importazioni, il consumo
di carne va analizzato anche sotto il profilo sociale. Grandi
quantitativi di cereali per il bestiame si traducono in una
diminuzione di cereali per le popolazioni povere. Un vegetariano
consuma 200 kg di cereali lanno, mentre una persona
sottonutrita ne consuma almeno 40 in meno. Soltanto un decimo degli
85 milioni di tonnellate di cereali che la Cina ha destinato al
bestiame nel 2000 è servito a migliorare lalimentazione
dei suoi 120 milioni di sottonutriti (quasi il 20% della
popolazione). Nelle Filippine è sottonutrita una persona su
cinque, ma nel 2000 quattro milioni di tonnellate di cereali hanno
preso la via dellallevamento del bestiame: per risolvere le
necessità alimentari di base dei 17 milioni di malnutriti del
paese ne sarebbe bastato un decimo.
Altri grandi importatori di cereali e consumatori di carne sono il
Brasile (17 milioni di sottonutriti: 1 persona su 10), la Colombia
(5,6, milioni di sottonutriti: 1 persona su 8), e il Venezuela (quasi
5 milioni di sottonutriti: 1 persona su 5).
In particolare va osservato il ruolo internazionale degli USA, che
esportano il 25% dei cereali prodotti e contribuiscono a un terzo di
tutte le esportazioni. Buona parte di questi cereali va agli
allevamenti e non alle persone che soffrono la fame. Il Governo
statunitense ha incoraggiato per molto tempo, attraverso i programmi
di aiuto internazionale, lespansione dei mercati dei mangimi
cerealicoli, proprio perché questi assorbissero le sue
esportazioni.
Nel mondo, su cinque bambini affamati, quattro vivono in paesi
caratterizzati da surplus di alimenti, parte del quale è
costituito da cereali destinati allallevamento.
Che cosa si deve prevedere per il futuro? Entro il 2020 (e rispetto
al 1997) il mondo in via di sviluppo — le cui popolazioni oggi
risiedono per tre quarti in 17 paesi di nuovo consumo -
aumenterà prevedibilmente del 50% la domanda di cereali
complessiva, del 39% la domanda di cereali per lalimentazione
umana, dell85% quella per lallevamento, e del 92% la
domanda di carne. Ciò corrisponderà a un incremento di
circa l86% della domanda globale di cereali e carne.