Animali, non bestie
Difendere i diritti, denunciare i maltrattamenti
di LAV
a cura di Gianluca Felicetti
Difendere i diritti, denunciare i maltrattamenti
di LAV
a cura di Gianluca Felicetti
stralcio
848.588.544 è il numero di telefono dedicato che la LAV ha istituito per sostenere l’applicazione della legge 189 contro il maltrattamento degli animali. Dalle parole pronunciate siamo passati subito ai fatti, affinché la normativa non rimanga in un cassetto e, dalla Stazione dei Carabinieri di Stroncone fino alla Procura della Repubblica di Nuoro, nessuno possa far finta che per il diritto e la tutela degli animali in Italia non sia cambiato nulla.
Ognuno può oggi fare la propria parte:
Prima a disposizione avevamo il nulla, o quasi; ora abbiamo uno strumento utile a contrastare, reprimere e speriamo anche a prevenire l’oppressione che tanti animali subiscono quotidianamente.
D’altronde quante volte il vecchio articolo 727 del Codice penale, sia nella formulazione originaria che in quella modificata dalla Legge 473 del 1993 (testo che qualcuno ha addirittura sbandierato come “il massimo”) è stato applicato fino in fondo? Quanti maltrattatori “casalinghi”, cacciatori, allevatori e vivisettori sono stati reclusi o condannati? Dato che i processi sono stati quasi zero e i decreti penali di condanna solo qualche decina, proprio per l’inconsistenza della sanzione contravvenzionale dell’articolo 727 non è difficile affermare che le vecchie previsioni del Codice penale sono state un’arma spuntata, come purtroppo abbiamo provato sulla pelle nostra e degli animali, presentando nella maggior parte dei casi inutili denunce di ogni genere. Solo grazie a questa riforma, invece, questi reati non saranno più prescrivibili e non saranno estinguibili con un’oblazione.
Seppure a pochi giorni dalla “morte per bollitura” di Aronne (un cane perseguitato nel mantovano, con grande clamore dei media), quando quasi tre anni fa ci riunimmo intorno e un tavolo per far partire una campagna legislativa non avremmo scommesso un euro sull’approvazione in poco tempo di una buona legge contro il maltrattamento.
Eh sì, perché nonostante il ritardo storico accumulato dal nostro paese sul versante della repressione dei reati contro gli animali, ci sono i tempi oggettivi (una “normale” nuova norma di settore può essere esaminata per una legislatura, cinque anni, senza successo), ci sono i tempi politici (ancora purtroppo sentiamo dire “chi se ne importa degli animali? ci son cose più importanti”), ci sono le condizioni politiche (sono anni che maggioranze di ogni colore depenalizzano tutto, e appena otto anni fa l’allora Ministro della Giustizia Diliberto stava per proporre la depenalizzazione del pur striminzito e inadeguato articolo 727 sul maltrattamento mentre l’attuale Ministro Castelli ha nel cassetto una proposta di depenalizzazione dei reati venatori e di quelli legati al traffico di animali in via d’estinzione; inoltre questa maggioranza politica ha già approvato peggioramenti della pur permissiva legge sulla caccia). E poi ci sono i condizionamenti sul Parlamento di settori economici potenti schierati tutti assieme, che via via trovano importanti alfieri, si veda la sconfitta della legge contro i combattimenti nella precedente legislatura, per uno stupido e strumentale ostruzionismo parlamentare dell’allora opposizione. Insomma, tutto (o quasi) giocava a nostro sfavore.
Però… però ci siamo tuffati, grazie al grande sostegno dei soci Lav, anche quello raccolto quando ci sentivamo rispondere “… ma come? un’altra petizione da firmare?…” che invece ha pesato e molto, grazie alla passione dei tanti attivisti che hanno sacrificato molto tempo a questa campagna, grazie alla capacità dello staff della sede nazionale e delle sedi locali di coinvolgere tanti simpatizzanti nel mondo giornalistico e pubblicitario come in quello politico, grazie alla creazione di iniziative anche quando tutti (o quasi) si erano dimenticati della legge, messa in un angolo e superata da altri provvedimenti considerati più urgenti. Insomma, siamo stati spinti dalla necessità di adeguare una legge — vecchia e quasi inutile — alla normativa degli altri paesi europei e alla sensibilità diffusa della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana. E abbiamo saputo mettere in campo il necessario mix di capacità, compreso l’Intergruppo Parlamentare Animali, che riunisce deputati e senatori sensibili.
Ed eccoci a un risultato concreto, che è entrato subito in vigore e non rimanda a norme future, che cambia in meglio molto della vita agli animali, tutti. Sì tutti, perché chi si è ostinato a non voler leggere il testo ha continuato a ripetere che questa è una legge che si applicherebbe solo a “cani e gatti”, quando invece emendamenti che chiedevano questa restrizione (proposti da singoli di ogni schieramento politico) sono stati tutti bocciati.
Così ci siamo lasciati subito alle spalle polemiche pretestuose del tipo “la legge è un passo indietro di vent’anni, la legge incentiverà i reati”, sollevate da chi è riuscito anche a cambiare posizione più volte sull’iter della legge a seconda di chi fosse il suo interlocutore, da chi se l’è presa con le esclusioni delle leggi speciali non riuscendo a leggere che le esenzioni sono riferite — come norma generale voleva prima con il vecchio 727 e ancora vuole — ai “casi previsti” e non ai settori tout-court (come il fronte caccia e allevamento chiedevano), o ancora da chi, sempre in tema di esclusioni, sembrava non intendere che il testo per la prima volta fissa la previsione della reclusione da tre mesi e un anno per chi effettua test senza anestesia se non autorizzata con la legge speciale sulla sperimentazione.
Polemiche che irresponsabilmente hanno rischiato di bloccare la legge, sollevate da chi ha criticato la — non vera — mancata applicazione ad alcune specie pur avendo approvato undici anni fa una legge nazionale sulla caccia che espressamente non applica la sua protezione a ratti, talpe e arvicole (e non ha mai presentato proposte per difendere questi animali) e a “svegliarsi” solo all’ultimo, da chi mentendo diceva che la legge si applica solo agli animali domestici e aveva fatto presentare proposte di legge che escludevano i selvatici dalla tutela proposta, da chi aveva appena presentato una petizione regolamentarista della caccia in Veneto e pretendeva di farci la morale sul “chi è più puro”, da chi ha scritto di “deroghe a pioggia” non sapendo di cosa stava scrivendo, da chi ha continuato a scrivere sul titolo del Codice che riguarda “il sentimento per gli animali” dimenticando (dimenticando?) che la vecchia contravvenzione del 727 era rubricata nella parte sulla morale (umana).
Ne abbiamo viste, e lette, tante. Noi, anche sui punti modificati in peggio rispetto alla prima lettura in Parlamento della legge (e non certo rispetto all’attuale condizione degli animali), siamo subito ripartiti.
Noi — che pur avevamo chiesto di più con la nostra proposta di legge e con tanti emendamenti bocciati (uno per tutti, l’impossibilità per il condannato di riprendere con sé animali nella sua vita, già da anni legge regionale in Emilia-Romagna) — siamo consapevoli delle responsabilità affidateci di fatto dagli animali, dalla gente che vuole davvero cambiare e non solo manifestare. Noi portiamo avanti un animalismo responsabile ed efficace, forte nei principi ma altrettanto capace di “portare a casa” man mano quanti più passi in avanti possibile.
Così, ad esempio, non ci siamo mai accontentati della pur importante Ordinanza del Ministro della Salute che dal gennaio 2002 vieta “l’utilizzo di cani e gatti per la produzione o il confezionamento di pelli, pellicce, capi di abbigliamento ed articoli di pelletteria costituiti od ottenuti, in tutto o in parte, dalle pelli o dalle pellicce dei medesimi, nonché la commercializzazione o l’introduzione delle stesse nel territorio nazionale”. La promessa di trasformare la debole e regolarmente violata ordinanza in legge non veniva mantenuta; così, con un nostro emendamento in Aula alla Camera, in prima lettura è stato approvato uno specifico articolo, il 2 alla nuova norma: le violazioni sono punite con l’arresto da tre mesi e un anno o con l’ammenda da 5.000 a 100.000 euro e alla condanna consegue in ogni caso la confisca e la distruzione del materiale. Un passo in avanti, certo, un efficace e applicabile deterrente per salvare almeno parte di quei due milioni di animali domestici che dai paesi orientali (dalla Cina in particolare) venivano importati in pelli per l’industria europea della “moda”.
Una legge, certo, da sola non ha il potere di far terminare tutte le condotte che sanziona. L’omicidio è punito da sempre ma questo non vuol dire che sia scomparso. La società però condanna l’omicidio e lo ritiene riprovevole. Dopodiché si devono costruire le condizioni, culturali e sociali, affinché un reato non possa avere terreno fertile.
Questo è il nostro obiettivo, che perseguiamo sia nell’incontro educativo con una IV elementare sia nell’incontro con un Sindaco per fargli emanare un Regolamento comunale a tutela degli animali, sia nella rieducazione di un pitbull usato nei combattimenti sia nel reclamare a Bruxelles una direttiva europea che con la scusa della sicurezza non uccida milioni di animali per test sulle sostanze chimiche, sia nel convincere una mamma a non indossare più una pelliccia e ad acquistare un cosmetico che non ha incrementato i test su animali. Questa è la responsabilità di un animalista di fronte a una sfida come quella rappresentata dall’applicazione della nuova legge 189.