Saggistica

tratto da

Dalla caverna alla casa ecologica

Storia del comfort e dell'energia

di Federico M. Butera

2007 - pagine: 240 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-40-0

Prologo

stralcio

La svegliò il trillo del telefonino. Rispose con la voce ancora impastata dal sonno.

“Pronto.”

“Che fai, dormi?”

“Sì, stavo dormendo. Perché, che ore sono?”

“Le undici. Ma allora non sai niente.”

“Niente cosa?”

“Il black out. Tutta l’Italia è al buio da questa notte. Tutta. Per fortuna ho una

radiolina a pile, e ho potuto sentire il giornale radio.”

“Ecco perché non mi sono svegliata. La radiosveglia non ha funzionato. Beh, meglio

così. Avevo proprio bisogno di una bella dormita, con la giornata che mi aspetta.

Tanto fra poco torna.”

“No, fra poco non torna. Pare che il guasto sia gravissimo e ci vorrà parecchio tempo

prima che possano ripararlo. Mettiti il cuore in pace; è probabile che non riescano a

riattaccare la luce prima di questa notte. Meno male che è domenica...”

“Catastrofista. E poi, cosa vuoi che sia. Siamo riusciti a sopravvivere senza corrente

elettrica per migliaia di anni; ci riuscirò anch’io per qualche ora. Ma che volevi

dirmi?”

“Niente. Questo. Volevo sapere come te la cavavi. Ci risentiamo più tardi. Ciao.”

“Ciao.”

Si girò per accendere la luce del comodino. Click. Niente.

“Già, c’è il black out”, pensò. “Del resto, basta aprire gli scuri.”

Uscì dalle coperte e trovò l’aria un po’ troppo fresca per i suoi gusti.

“Che succede? Vuoi vedere che s’è guastato il riscaldamento? Di domenica, naturalmente.”

Si avviò in cucina per controllare la caldaia. Spenta, come previsto.

“Maledetta sfortuna. Ci mancava pure questa. Fra poche ore la casa sarà gelida, col

freddo che fa fuori.”

Si fermò. Un dubbio le balenò nella mente. Si avviò di nuovo verso la caldaia.

“Vuoi vedere...”

L’intuizione era giusta. La luce di blocco della caldaia era spenta.

Tutte le lucine erano spente. Non era guasta la caldaia; si era bloccata perché mancava

la luce.

“Ok. Meglio così, dopo tutto. Quando torna la luce ricomincerà a funzionare.” Si

mise addosso una giacca di lana e si avviò verso i fornelli per prepararsi il caffè.

Movimenti automatici: gira la manopola, premi per fare scoccare la scintilla e via.

E via cosa? Nessuna scintilla, solo puzza di gas. Provò di nuovo, con un’altra manopola.

Niente scintilla e niente fiamma.

“Dio, anche questa. L’accensione è elettrica.”

Cominciò freneticamente a rovistare in tutti i cassetti alla disperata ricerca di un

fiammifero o di un accendino. Niente. Da nessuna parte. Maledisse il giorno in cui

aveva deciso di smettere di fumare.

“D’accordo. Mi tocca vestirmi e scendere al bar, per prendere un caffè. Senza caffè

non riesco a ragionare.”

Cominciò a vestirsi, in uno stato d’animo che oscillava fra la rabbia e la depressione.

Anche perché le fu subito chiaro che il suo splendido appartamento panoramico

al dodicesimo piano si era trasformato in una maledetta trappola, con l’ascensore

che non funzionava. Decise comunque di uscire, anche se ritornare a casa le sarebbe

costato una bella fatica.

“Un momento. E se dopo essere scesa scopro che neanche la macchina per il caffè del

bar funziona?”

Telefonò al bar. Confermato. Niente caffè.

“Calma. Ragioniamo.” Si disse. “Non lasciamoci prendere dalla depressione. Oggi

devo fare tantissime cose, in casa. La prossima settimana sarà un inferno in ufficio.”

Lo sguardo le cadde sul telefonino che aveva in mano e vide che la batteria era ormai

all’ultima tacca. Si alzò e meccanicamente prese il caricabatteria, lo collegò al telefonino e lo inserì nella presa di corrente. Mentre aspettava il segnale “in carica” un

sorriso amaro le si dipinse in volto.

“Ma che carica. Non c’è luce. Bella idea quella di eliminare il telefono fisso, per

risparmiare. E ora come faccio quando si scarica?”

Decise di spegnerlo, per usarlo solo in caso di necessità.

“Ora basta. Think positive. Una bella doccia calda e mettiamoci al lavoro. Bisogna

avviare la lavabiancheria con il bucato di più di una settimana, fare andare la

lavastoviglie piena di piatti e bicchieri della cena di ieri sera con gli amici, dare

una vigorosa passata di battitappeto e di aspirapolvere in salotto, il tutto con un

buon sottofondo musicale, stile film americani.”

Si lasciò andare sul divano e scoppiò in singhiozzi. Il black out. Non poteva fare

niente, neanche la doccia.

Lentamente si riprese.

“Non è possibile, non posso lasciarmi prendere da una crisi depressiva per queste stupidaggini. Proprio io, donna impegnata, decisa, indipendente, single per scelta. Ora

basta. Un bel bicchiere d’acqua e via, riorganizziamo la giornata. Qualcosa di

buono si deve poter tirare fuori da tutta questa storia. Vuoi vedere che è l’occasione

per un magnifico riposo forzato?”

Si avviò in cucina e aprì il rubinetto. Un esile filo, qualche goccia, e poi basta; solo

un sinistro gorgoglio.

“Oh c..., neanche l’acqua! Per forza, anche l’autoclave non funziona.” Per un attimo

fu presa dal panico, ma subito si riprese. Anche perché cominciava a prendere il

sopravvento un’altra sensazione, fisica, più forte: il freddo.

“Maledette case moderne. Me l’aveva detto il mio amico che studia queste cose: le

strutture in acciaio e vetro – magari belle, bellissime a vedersi, per chi ha questi

gusti – sono troppo leggere, e si raffreddano rapidamente se l’impianto si ferma. Se

abitassi in una casa antica, con bei muri spessi, ci vorrebbero giorni prima di raffreddarsi

così.”

Indossò un altro pullover e calzettoni da neve.

Aveva sete e un po’ di fame. Aprì il frigorifero, dove per fortuna c’era una confezione

di succo d’arancia e del latte. C’erano anche formaggi e qualche resto della sera

prima. Non sarebbe morta di fame. E poi c’era il vino, che l’avrebbe aiutata a combattere

il freddo.

Ormai era entrata nello spirito del naufrago sull’isola deserta.

Visto che il frigorifero non funzionava, ebbe cura di richiudere rapidamente la

porta, per mantenere il freddo. Poi ci ripensò, e la spalancò: tanto ormai la casa

era altrettanto fredda. Aprì il surgelatore, ne tirò fuori tutto quello che era ricoperto

di brina e lo mise in una pentola: sciogliendosi, la brina sarebbe diventata

acqua da bere.

Poi si ricordò improvvisamente che, ai tempi in cui fumava, le avevano regalato un

accendino orrendo, che si era premurata di nascondere in quel cassetto che lei chiamava

il “museo degli orrori” e che conteneva tutti i regali terribili che non osava

nemmeno riciclare. Lo trovò. Era scarico, ma faceva ancora la scintilla. Accese il gas

e riscaldò alcuni avanzi.

Il pasto, sia pure frugale, la mise di umore migliore.

Trovò la forza di entrare in bagno, maleodorante per la mancanza d’acqua, poi

andò in camera da letto a prendere una coperta, tornò in salotto, scelse un libro

dallo scaffale, si stese sul divano avvolta nel bozzolo caldo, e si mise finalmente a

leggere quel romanzo che da tanto stava in lista d’attesa, per mancanza di tempo.

Non tutto era negativo, nel black out.

Il primo impulso, infatti, era stato quello di accendere il televisore, per avere notizie;

e poi, come sempre, avrebbe finito col rimanere incollata allo schermo presa da

qualche stupido film. Oppure avrebbe preso il sopravvento il senso del dovere e avrebbe acceso il computer, per lavorare un po’. S’era fatto quasi buio, ormai, e non se

n’era accorta, immersa com’era nella lettura.

Fece per alzarsi e accendere la luce. Poi balzò in piedi, presa dal panico.

“La luce! È quasi sera e non ho neanche una candela, né una torcia elettrica. Dove

diavolo trovo queste cose di domenica? Devo uscire, ma le scale sono al buio. E dove

vado? Non conosco nessuno in questo palazzo. E poi, anche se bussassi, sconosciuta,

chi mi aprirebbe, nell’oscurità? Io non aprirei.”

Si tormentava le mani, angosciata, alla ricerca di una soluzione. “Giorgio. Sì,

Giorgio forse può suggerirmi qualcosa. È lui che sa tutto del caldo, del freddo, dell’energia. È un ingegnere. Solo lui può aiutarmi, forse, anche se non è in città.”

Riaccese il telefonino.

E Giorgio infatti le diede la soluzione: una lampada primitiva, fatta con un piattino

o altro contenitore leggermente convesso pieno d’olio di oliva, in cui immergere

un pezzo di cotone idrofilo arrotolato in modo da formare un grosso stoppino, con

una delle estremità sporgente dal bordo. Bastava accendere questa estremità alla fiamma

del gas (che si era preoccupata di lasciare accesa) ed ecco una funzionale lampada

ad olio. E ne poteva fare tante, e tante ne fece. Era ormai sera, ma aveva la luce.

Faceva sempre più freddo. Le venne un’idea.

“E se accendessi tutti i fuochi e il forno, non potrei riscaldare la cucina?”

Detto fatto. Trasferì in cucina una poltrona, tutte le lampade a olio, socchiuse la

porta e si raggomitolò avvolta in una coperta. Era fatta. In breve tempo l’ambiente

fu tiepido e, a suo modo, anche piacevole con quelle luci calde e tremolanti, seppure

un po’ puzzolenti.

“Ma guarda”, si disse, “mi sono ridotta nelle stesse condizioni in cui ci si trovava

mille, duemila anni fa. Un fuoco sempre acceso, che serve per cucinare e per riscaldarsi,

e delle lampade a olio per illuminare. Se voglio l’acqua devo portarla su a

piedi; certo, in questo caso è acqua minerale e non quella della fontana, ma il concetto

è lo stesso. E se il black out continuasse per giorni? Anche il cibo dovrei andare

a comprarlo ogni giorno – il frigorifero non funziona – e portarlo su. E meno male

che ho il gas, se no dovrei anche portare su la legna. E la biancheria? Dovrei lavarla

a forza di braccia; con quali attrezzi poi? Le stoviglie le ho lavate a mano tante volte:

questo non mi preoccuperebbe. Poi dovrei scopare e spolverare dappertutto, battere

fuori dalla finestra tappeti e tende con il battipanni (e chi ce l’ha più?). Non avrei

più tempo per nient’altro. E sono sola. Pensa se avessi un marito e dei bambini.”

Le venne di nuovo fame. Mangiò qualcosa, non facendosi mancare del buon vino.

Era stanca, spossata, dalla tensione, non certo dalla fatica. Decise di andare a dormire.

Spense il forno e tutti i fuochi tranne uno, e si avviò in camera da letto. Il

gelo, uscendo dalla cucina, la paralizzò. Il pensiero di spogliarsi tremando e di infilarsi

fra due lenzuola ghiacciate la indusse a un repentino dietrofront. Tornò nella

calda e accogliente cucina e si dispose a passare la notte lì, avvolta nelle coperte, sulla

poltrona.

Scivolò lentamente nel sonno, pensando: “Ma come diavolo facevano a vivere prima

del gas, della luce elettrica, dei termosifoni, degli elettrodomestici, dell’acqua corrente,

calda e fredda? Che vita era mai quella?

Io ho tutte le apparecchiature che mi servono per vivere in modo infinitamente più

confortevole, ma sono inanimate, morte. E cosa le anima? L’energia: elettricità, gas.

Ma allora è vero che questa energia è importante anche per me, per la mia vita di

ogni giorno; non è solo un concetto astratto.

Petrolio, carbone, gas non sono minerali come l’oro o lo stagno, mi condizionano

molto più pesantemente. Per questo si fanno ancora guerre per il petrolio. E se a

causa di quello che chiamano il cambiamento climatico dovessimo essere costretti a

rinunciare per sempre al petrolio, al gas, al carbone, dovremmo finire di nuovo al

freddo e al buio? Dovrei saperne di più, su tutto questo.”

Alle tre di notte la radiosveglia cominciò a lanciare frenetici bip. Il black out era

finito.