Saggistica

tratto da

Piano B

Una strategia di pronto soccorso per la Terra

di Lester R. Brown

2004 - pagine: 228 - euro 16,60 - ISBN 88-89014-02-4

Acqua: il prezzo è giusto?

stralcio dal capitolo 7

Piano B

Le attuali politiche sui prezzi dell’acqua sono l’eredità di un’altra epoca, in cui la risorsa era abbondante, anzi, era molto più di quella che si sarebbe potuta usare. Nei primi sessant’anni del secolo scorso, la diffusione dell’irrigazione fu possibile grazie a progetti di sfruttamento delle acque di superficie, consistenti nella costruzione di dighe e di reti di canali. L’acqua per l’irrigazione proveniente da questi grandi progetti veniva spesso fornita attraverso sussidi pubblici, come un servizio primario. Dato che l’acqua era così a buon mercato, non c’erano motivi per utilizzarla in modo efficiente.
In qualche caso, come nelle regioni asiatiche orientali e meridionali, l’acqua era in eccedenza e non era necessario farla pagare. Ma per la maggior parte dell’umanità il periodo dell’abbondanza d’acqua è ormai storia. Mentre il mondo va verso un’epoca di carenza di risorse idriche, i governi si trovano a prendere una decisione politicamente molto impopolare: far pagare, per l’acqua, prezzi che ne rispecchino il reale valore. Questo incoraggia un utilizzo più efficiente da parte di tutti, che si raggiunge attraverso l’adozione di pratiche di irrigazione e di processi industriali più produttivi e l’acquisto di apparecchiature di uso domestico a più basso consumo.

Imporre un costo all’acqua, per spingere a migliorarne l’efficienza, significa però anche mettere in crisi le fasce sociali a basso reddito. Per ovviare a questo problema, in Sud Africa sono stati introdotti i lifeline rate, grazie ai quali ogni famiglia ha diritto, a costi ridotti, a una quantità fissa di acqua per le necessità primarie: l’aumento dei consumi rispetto al quantitativo stabilito fa scattare una crescita dei prezzi. Con questo provvedimento si garantisce il fabbisogno di base, mentre si disincentiva lo spreco.
Alcuni paesi hanno capito subito il potere dell’aumento dei prezzi dell’acqua. Il governo del Marocco, con 30 milioni di abitanti che abitano un territorio semiarido, ha investito molto nelle sue pur limitate precipitazioni piovose, costruendo 88 grandi dighe per incrementare la sua capacità di raccolta dell’acqua da 2,3 miliardi di metri cubi nel 1967 a 14 miliardi nel 1997. Ma anche dopo avere moltiplicato per sei le sue scorte, il Marocco non riusciva a soddisfare il proprio fabbisogno di acqua, così, nel 1980, ne raddoppiò il prezzo su tutto il territorio nazionale per incentivarne un uso più efficiente. L’aumento dell’esborso per l’acqua varia notevolmente in base agli usi, ma in generale un incremento del 10% sulle forniture irrigue ne riduce i consumi dell’1-2%. Per gli usi residenziali e industriali la diminuzione del consumo è di solito maggiore e può andare dal 3 al 7%.
Negli ultimi anni la Cina si è mossa in una direzione simile. Con 500 delle sue 700 città principali minacciate dalla carenza d’acqua, con gli acquiferi in calo quasi ovunque e con i fiumi in via di prosciugamento, nel 2001 la Cina ha deciso di aumentare il costo dell’acqua, con l’obiettivo di stabilire prezzi più proporzionati al suo valore. Alzare i prezzi dell’acqua in un paese in cui storicamente questa era una risorsa gratuita è stato difficile dal punto di vista politico, come lo è stato l’aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti.
Alcune nazioni che si trovano improvvisamente in condizioni di penuria d’acqua stanno misurando l’uso delle acque sotterranee. La Giordania, per esempio, che dispone di soli 285 metri cubi annui d’acqua procapite (uno dei quantitativi più bassi del mondo), ha installato dei contatori su tutti i pozzi da irrigazione vecchi e nuovi. Quando la quantità d’acqua estratta supera la soglia stabilita per un dato pozzo, i proprietari sono tenuti a pagare una sanzione. Per quanto l’adesione a queste limitazioni non sia automatica e siano comuni le contestazioni, le comunità riconoscono unanimemente che non osservarle significa compromettere gli acquiferi e mettere in crisi le economie agricole locali.
L’Australia ha ereditato i suoi sistemi di gestione delle risorse idriche dall’Europa, sistemi che però erano molto più adatti a paesi ricchi d’acqua che al suo ambiente arido. Successivamente, questi furono rimpiazzati da un sistema di diritti ripariali, con il quale furono introdotte licenze che specificavano quanta acqua poteva essere estratta, contatori che consentivano di calcolare l’entità delle estrazioni e pagamenti proporzionati al consumo.
Sfortunatamente l’India ha imboccato la strada opposta nel 1997, allorché il governo del Punjab ha decretato che le reti pubbliche dovevano fornire gratuitamente agli agricoltori l’elettricità che serviva per l’irrigazione. Questo provvedimento populista nella “fascia del grano” dell’India è durato tre anni. A questo proposito, John Lancaster, giornalista del Washington Post, ha scritto: “Non essendo incentivati a limitare il consumo di elettricità, gli agricoltori hanno ampliato le superfici dedicate alle colture che comportano un uso intensivo di acqua, specialmente il riso, e fanno funzionare le pompe senza freno, riducendo pesantemente le riserve sotterranee”. Alla fine del 2000, quando ormai l’azienda elettrica era sull’orlo della bancarotta, è stata disposto il pagamento dell’elettricità da parte degli agricoltori, per aumentare la produttività delle risorse idriche del Punjab e rallentare l’abbassamento delle falde.
Altri governi dell’Asia meridionale hanno sovvenzionato, anche se in modo non altrettanto eclatante, l’uso sia dell’elettricità sia dei diesel per alimentare gli impianti di irrigazione. Questi sussidi, insieme con un sistema di prestiti convenienti per finanziare l’acquisto di pompe e motori, hanno incentivato un vero e proprio spreco di acqua, creando un’illusoria impressione di sicurezza alimentare.
Poiché di solito le acque di superficie sono rese disponibili soltanto attraverso le grandi opere statali, è più facile far pagare queste che le acque sotterranee. Ma i principi basilari di una gestione responsabile di entrambe le risorse idriche sono essenzialmente gli stessi: fornire incentivi economici per un uso efficiente dell’acqua e coinvolgere le associazioni dei consumatori nella sua gestione. Le acque di superficie appartengono generalmente allo stato, mentre quelle sotterranee sono di proprietà di chi possiede il terreno soprastante. Anche se sono i singoli agricoltori a sfruttare i pozzi situati nei loro appezzamenti, sulle pompe possono essere installati contatori che quantificano i consumi da far pagare. Per rendere accettabile tale approccio a livello locale è necessaria un’azione di persuasione sugli agricoltori affinché cooperino nella stabilizzazione degli acquiferi.
Alcuni paesi hanno introdotto diritti per la commercializzazione dell’acqua, sia per le risorse di superficie sia per le risorse sotterranee. Questa pratica, diffusa negli Stati Uniti occidentali, permette che gli agricoltori e le associazioni vendano liberamente i diritti dell’acqua alle città. In India e in Pakistan, piccoli proprietari terrieri fanno spesso investimenti considerevoli per acquisire i pozzi per l’irrigazione, e poi vendono l’acqua agli agricoltori vicini.