Saggistica

tratto da

Piano B

Una strategia di pronto soccorso per la Terra

di Lester R. Brown

2004 - pagine: 228 - euro 16,60 - ISBN 88-89014-02-4

Agricoltura, alimentazione, suolo

stralcio dal capitolo 8

Piano B

L’andamento dei fenomeni di erosione dei suoli, della produttività della cerealicoltura e del processo di urbanizzazione indica l’esigenza di contenere le dimensioni della popolazione mondiale. I vantaggi di una popolazione stabilizzata sui 7,4 miliardi di persone (pari ai limiti inferiori delle proiezioni delle Nazioni Unite per il 2050) piuttosto che sugli 8,9 miliardi (pari ai valori medi della proiezione) sono chiari. Ma nei paesi poveri questo obiettivo comporterà un consistente investimento in iniziative educative, sanitarie e di pianificazione familiare. Benché a prima vista l’obiettivo possa sembrare dispendioso, in realtà costerebbe molto di più non raggiungerlo.
Accanto all’impegno a stabilizzare la popolazione mondiale si colloca la necessità che la parte più ricca di questa popolazione incominci a provvedere al proprio fabbisogno nutrizionale a livelli più bassi della catena alimentare e ad alleggerire la propria pressione sulle risorse agricole e sulle scorte idriche. In un paese come l’India, dove gli amidi sono le sostanze più rappresentate nella dieta, il consumo procapite annuo di cereali è di circa 200 chilogrammi. A questi livelli, quasi tutti i cereali devono essere consumati direttamente per soddisfare il fabbisogno calorico, e rimane poco da trasformare in proteine animali. All’altro estremo ci sono gli Stati Uniti, dove il consumo procapite annuo di cereali supera gli 800 chilogrammi. Di questi solo una piccola parte viene consumata direttamente, sotto forma di pane, dolci, prodotti per la colazione; il resto viene consumato indirettamente attraverso la carne, il latte e le uova. Purtroppo per la maggior parte degli americani, l’assunzione di prodotti di origine animale ricchi di grassi è eccessiva e responsabile di una serie di danni alla salute.
Gli individui più sani del mondo non sono quelli che si collocano in cima o in fondo alla scala del consumo di cereali, ma quelli che sono più o meno a metà. In Italia, per esempio, il consumo di cereali per persona è inferiore ai 400 chilogrammi l’anno, si mangiano proteine animali sotto forma di carne e formaggi, ma la carne non rappresenta il piatto principale del pasto. E benché la spesa sanitaria procapite sia molto inferiore a quella statunitense, in Italia si vive più a lungo. Le persone che aderiscono alla cosiddetta dieta mediterranea sono più longeve di quelle che hanno un’alimentazione basata su prodotti di origine animale ricchi di grassi, e anche di coloro che attingono il 70% delle calorie di cui hanno bisogno da una dieta basata su una singola fonte di amidi, come il riso. Se gli abitanti della parte più ricca del pianeta, che oggi si nutrono ai livelli alti della catena alimentare, consumassero meno proteine animali, non sarebbero i soli a guadagnare in salute: migliorerebbero anche le condizioni della Terra.

Se si passa in rassegna la letteratura sull’erosione dei suoli, i riferimenti alla “perdita di copertura vegetale” ricorrono continuamente. Nell’ultimo mezzo secolo è stata eliminata una larga parte della vegetazione, attraverso i disboscamenti e lo sfruttamento eccessivo dei pascoli e dei terreni agricoli. Parlando in termini di tempi geologici, in un batter d’occhio si perdono strati di suolo accumulati nel corso di periodi lunghissimi. La possibilità di fermare sia questo processo sia il conseguente declino della produttività biologica della Terra è subordinata all’impegno globale nel ripristinare la copertura vegetale. Alcuni tentativi per invertire la tendenza al degrado dei suoli sono già in corso in alcuni paesi. Nel 2003, per esempio, negli Stati Uniti c’erano circa 14 milioni di ettari di terreni agricoli (un decimo della superficie totale) coltivati a piante erbacee e alberi, come stabilito dal Conservation Reserve Program. L’Algeria, nel tentativo di arginare l’avanzata del deserto del Sahara, sta concentrando frutteti e vigneti nella parte meridionale del paese, sperando di poter contrastare efficacemente la desertificazione. Solo il tempo potrà dire se questo programma, avviato dal paese magrebino nel dicembre del 2000, avrà successo.
La Cina potrebbe trovarsi ad affrontare la sfida più impegnativa. Al centro del suo sforzo contro l’espansione dei deserti esistenti e la formazione di deserti nuovi c’è un programma che prevede il finanziamento degli agricoltori nelle zone a rischio, per la riforestazione dei territori agricoli. Entro il 2010, 10 milioni di ettari di campi a cereali dovranno ospitare alberi.
Nella Mongolia Interna i primi tentativi di fermare il deserto e riconquistare la terra per usi produttivi sono consistiti nella collocazione di piante arbustive adatte al clima desertico, allo scopo stabilizzare le dune di sabbia. In molti casi pecore e capre sono state bandite e sostituite dai bovini. Nella contea di Helin, a sud della capitale provinciale di Hohhot, questa strategia sta dando buoni risultati. Piantando arbusti sui terreni agricoli abbandonati si è riusciti a stabilizzare i 7.000 ettari della prima area sottoposta a questo tipo di bonifica. A partire da questo successo, la strategia di recupero del territorio si sta espandendo.
Il metodo adottato dalla contea di Helin è fondato sulla conversione delle attività zootecniche, che già sta facendo registrare un aumento del numero dei bovini da latte: dai 30.000 del 2002, fino ai 150.000 previsti per il 2007. I vitelli verranno allevati prevalentemente in stalla, alimentati con gli scarti delle piante di mais e grano e con piante leguminose adatte al clima arido e ai terreni bonificati. Secondo le stime realizzate dalle autorità locali il programma farà raddoppiare i redditi della contea entro la fine del decennio in corso.
Per alleviare la pressione sui terreni di pascolo il governo di Pechino sta chiedendo ai pastori di ridurre le dimensioni delle greggi di pecore e capre del 40%. Ma nelle comunità nelle quali la ricchezza si misura attraverso il numero dei capi di bestiame posseduti e le famiglie vivono per la maggior parte in condizioni di povertà, tali richieste non vengono accolte facilmente, a meno che le perdite imposte non siano bilanciate da qualcos’altro, come nel programma della contea di Helin. Effettivamente, se i governi e la comunità internazionale non riescono ad escogitare progetti articolati per conciliare l’allevamento con le capacità dei pascoli, il trend di deterioramento di questi non si fermerà.

Una delle grandi sfide consiste nell’abolire lo sfruttamento eccessivo di quei due quinti della superficie della terra che sono classificati come pascoli. L’unica soluzione praticabile in molti casi è quella di ridurre il bestiame, il che non è facile nelle comunità che vivono di pastorizia. Il bestiame, soprattutto pecore e capre, non rimuove soltanto la copertura vegetale, ma anche la crosta protettiva che si forma sulla superficie del suolo dopo la pioggia e contribuisce a limitare l’erosione operata dai venti. In questi casi la soluzione può essere quella di allevare animali da stalla nutriti a foraggio. Questo richiede molta manodopera e dunque è particolarmente conveniente nei paesi in via di sviluppo, dove i poderi sono piccoli, la disoccupazione abbonda e scarseggia invece la terra fertile. Come già osservato, l’India è al primo posto in questa strategia, soprattutto con la sua fiorente industria casearia.
Un altro modo per allentare la pressione sui terreni è smettere di usare il legno come combustibile e convertirsi alle forme di energia rinnovabile. Proteggere la vegetazione residua della Terra significa anche bandire la deforestazione a tappeto privilegiando il prelievo selettivo, per non incorrere in massicce perdite di suolo.
Reintegrare il patrimonio arboreo e prativo del pianeta vuol dire proteggere i suoli, limitare i fenomeni alluvionali e sequestrare carbonio all’atmosfera. E’ un modo per dar ristoro alla Terra e per aiutarla a sostenere non soltanto la nostra esistenza, ma anche quella dei nostri figli e dei nostri nipoti.