Piano B
Una strategia di pronto soccorso per la Terra
Una strategia di pronto soccorso per la Terra
stralcio dal capitolo 8
Landamento dei fenomeni di erosione dei suoli, della
produttività della cerealicoltura e del processo di
urbanizzazione indica lesigenza di contenere le dimensioni
della popolazione mondiale. I vantaggi di una popolazione
stabilizzata sui 7,4 miliardi di persone (pari ai limiti inferiori
delle proiezioni delle Nazioni Unite per il 2050) piuttosto che sugli
8,9 miliardi (pari ai valori medi della proiezione) sono chiari. Ma
nei paesi poveri questo obiettivo comporterà un consistente
investimento in iniziative educative, sanitarie e di pianificazione
familiare. Benché a prima vista lobiettivo possa
sembrare dispendioso, in realtà costerebbe molto di più
non raggiungerlo.
Accanto allimpegno a stabilizzare la popolazione mondiale si
colloca la necessità che la parte più ricca di questa
popolazione incominci a provvedere al proprio fabbisogno nutrizionale
a livelli più bassi della catena alimentare e ad alleggerire
la propria pressione sulle risorse agricole e sulle scorte idriche.
In un paese come lIndia, dove gli amidi sono le sostanze
più rappresentate nella dieta, il consumo procapite annuo di
cereali è di circa 200 chilogrammi. A questi livelli, quasi
tutti i cereali devono essere consumati direttamente per soddisfare
il fabbisogno calorico, e rimane poco da trasformare in proteine
animali. Allaltro estremo ci sono gli Stati Uniti, dove il
consumo procapite annuo di cereali supera gli 800 chilogrammi. Di
questi solo una piccola parte viene consumata direttamente, sotto
forma di pane, dolci, prodotti per la colazione; il resto viene
consumato indirettamente attraverso la carne, il latte e le uova.
Purtroppo per la maggior parte degli americani, lassunzione di
prodotti di origine animale ricchi di grassi è eccessiva e
responsabile di una serie di danni alla salute.
Gli individui più sani del mondo non sono quelli che si
collocano in cima o in fondo alla scala del consumo di cereali, ma
quelli che sono più o meno a metà. In Italia, per
esempio, il consumo di cereali per persona è inferiore ai 400
chilogrammi lanno, si mangiano proteine animali sotto forma di
carne e formaggi, ma la carne non rappresenta il piatto principale
del pasto. E benché la spesa sanitaria procapite sia molto
inferiore a quella statunitense, in Italia si vive più a
lungo. Le persone che aderiscono alla cosiddetta dieta mediterranea
sono più longeve di quelle che hanno unalimentazione
basata su prodotti di origine animale ricchi di grassi, e anche di
coloro che attingono il 70% delle calorie di cui hanno bisogno da una
dieta basata su una singola fonte di amidi, come il riso. Se gli
abitanti della parte più ricca del pianeta, che oggi si
nutrono ai livelli alti della catena alimentare, consumassero meno
proteine animali, non sarebbero i soli a guadagnare in salute:
migliorerebbero anche le condizioni della Terra.
Se si passa in rassegna la letteratura sullerosione dei
suoli, i riferimenti alla perdita di copertura vegetale
ricorrono continuamente. Nellultimo mezzo secolo è stata
eliminata una larga parte della vegetazione, attraverso i
disboscamenti e lo sfruttamento eccessivo dei pascoli e dei terreni
agricoli. Parlando in termini di tempi geologici, in un batter
docchio si perdono strati di suolo accumulati nel corso di
periodi lunghissimi. La possibilità di fermare sia questo
processo sia il conseguente declino della produttività
biologica della Terra è subordinata allimpegno globale
nel ripristinare la copertura vegetale. Alcuni tentativi per
invertire la tendenza al degrado dei suoli sono già in corso
in alcuni paesi. Nel 2003, per esempio, negli Stati Uniti
cerano circa 14 milioni di ettari di terreni agricoli (un
decimo della superficie totale) coltivati a piante erbacee e alberi,
come stabilito dal Conservation Reserve Program. LAlgeria, nel
tentativo di arginare lavanzata del deserto del Sahara, sta
concentrando frutteti e vigneti nella parte meridionale del paese,
sperando di poter contrastare efficacemente la desertificazione. Solo
il tempo potrà dire se questo programma, avviato dal paese
magrebino nel dicembre del 2000, avrà successo.
La Cina potrebbe trovarsi ad affrontare la sfida più
impegnativa. Al centro del suo sforzo contro lespansione dei
deserti esistenti e la formazione di deserti nuovi cè un
programma che prevede il finanziamento degli agricoltori nelle zone a
rischio, per la riforestazione dei territori agricoli. Entro il 2010,
10 milioni di ettari di campi a cereali dovranno ospitare alberi.
Nella Mongolia Interna i primi tentativi di fermare il deserto e
riconquistare la terra per usi produttivi sono consistiti nella
collocazione di piante arbustive adatte al clima desertico, allo
scopo stabilizzare le dune di sabbia. In molti casi pecore e capre
sono state bandite e sostituite dai bovini. Nella contea di Helin, a
sud della capitale provinciale di Hohhot, questa strategia sta dando
buoni risultati. Piantando arbusti sui terreni agricoli abbandonati
si è riusciti a stabilizzare i 7.000 ettari della prima area
sottoposta a questo tipo di bonifica. A partire da questo successo,
la strategia di recupero del territorio si sta espandendo.
Il metodo adottato dalla contea di Helin è fondato sulla
conversione delle attività zootecniche, che già sta
facendo registrare un aumento del numero dei bovini da latte: dai
30.000 del 2002, fino ai 150.000 previsti per il 2007. I vitelli
verranno allevati prevalentemente in stalla, alimentati con gli
scarti delle piante di mais e grano e con piante leguminose adatte al
clima arido e ai terreni bonificati. Secondo le stime realizzate
dalle autorità locali il programma farà raddoppiare i
redditi della contea entro la fine del decennio in corso.
Per alleviare la pressione sui terreni di pascolo il governo di
Pechino sta chiedendo ai pastori di ridurre le dimensioni delle
greggi di pecore e capre del 40%. Ma nelle comunità nelle
quali la ricchezza si misura attraverso il numero dei capi di
bestiame posseduti e le famiglie vivono per la maggior parte in
condizioni di povertà, tali richieste non vengono accolte
facilmente, a meno che le perdite imposte non siano bilanciate da
qualcosaltro, come nel programma della contea di Helin.
Effettivamente, se i governi e la comunità internazionale non
riescono ad escogitare progetti articolati per conciliare
lallevamento con le capacità dei pascoli, il trend di
deterioramento di questi non si fermerà.
Una delle grandi sfide consiste nellabolire lo sfruttamento
eccessivo di quei due quinti della superficie della terra che sono
classificati come pascoli. Lunica soluzione praticabile in
molti casi è quella di ridurre il bestiame, il che non
è facile nelle comunità che vivono di pastorizia. Il
bestiame, soprattutto pecore e capre, non rimuove soltanto la
copertura vegetale, ma anche la crosta protettiva che si forma sulla
superficie del suolo dopo la pioggia e contribuisce a limitare
lerosione operata dai venti. In questi casi la soluzione
può essere quella di allevare animali da stalla nutriti a
foraggio. Questo richiede molta manodopera e dunque è
particolarmente conveniente nei paesi in via di sviluppo, dove i
poderi sono piccoli, la disoccupazione abbonda e scarseggia invece la
terra fertile. Come già osservato, lIndia è al
primo posto in questa strategia, soprattutto con la sua fiorente
industria casearia.
Un altro modo per allentare la pressione sui terreni è
smettere di usare il legno come combustibile e convertirsi alle forme
di energia rinnovabile. Proteggere la vegetazione residua della Terra
significa anche bandire la deforestazione a tappeto privilegiando il
prelievo selettivo, per non incorrere in massicce perdite di
suolo.
Reintegrare il patrimonio arboreo e prativo del pianeta vuol dire
proteggere i suoli, limitare i fenomeni alluvionali e sequestrare
carbonio allatmosfera. E un modo per dar ristoro alla
Terra e per aiutarla a sostenere non soltanto la nostra esistenza, ma
anche quella dei nostri figli e dei nostri nipoti.