Saggistica

tratto da

Clima: istruzioni per l'uso

I fenomeni, gli effetti, le strategie

di Alessandro Farruggia, Vincenzo Ferrara

2007 - pagine: 320 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-43-1

Il clima come bilancio energetico

stralcio

Un furioso temporale sul Sahara non significa che il clima del deserto stia diventando umido e che la distesa di sabbia e rocce riarse dal sole e spazzate dal vento tornerà a essere una savana. Una torrida ondata di calore sull’Italia non significa che il clima mediterraneo si stia desertificando; o meglio, non necessariamente. L’utilizzo di statistiche meteorologiche come base di rappresentazione del clima di una data regione ha ingenerato una certa difficoltà a distinguere la meteorologia dalla climatologia, confondendo condizioni meteorologiche persistenti con situazioni climatiche, oppure le anomalie meteorologiche con i cambiamenti climatici.

Le parole “clima” e “tempo”, usate spesso come sinonimi dai mass media, o l’attribuzione automatica al cambiamento del clima di variazioni meteorologiche atipiche e molto circoscritte nel tempo e nello spazio, ne sono una evidente dimostrazione. Non serve esagerare gli effetti del cambiamento climatico, dato che sono già evidenti di per sé. Al contrario, proprio l’importanza dell’argomento impone il più assoluto rigore e l’attenzione a distinguere il grano dal loglio. E dalla zizzania.

 

In realtà, il tempo è rappresentato dai fenomeni atmosferici a breve, quelli che accadono sotto i nostri occhi, mentre il clima è qualcosa di ben diverso: potremmo definirlo “lo stato di equilibrio energetico tra due flussi di energia”: uno proveniente dallo spazio, quasi totalmente costituito dall’energia solare, e uno uscente dal nostro pianeta verso lo spazio, che è l’energia irraggiata dalla Terra e dall’atmosfera terrestre nel suo insieme, ma che contiene anche la parte di radiazione solare riflessa dall’atmosfera, dal suolo e dalle nubi.

L’energia solare arriva dallo spazio sotto forma di radiazioni elettromagnetiche, la maggior parte delle quali è nelle bande della luce visibile e attraversa indisturbata l’atmosfera. L’atmosfera, infatti, è perfettamente trasparente a queste lunghezze d’onda, anche se una parte delle radiazioni viene perduta a causa della riflessione delle nubi e della diffusione provocata dall’atmosfera stessa. Una volta giunta sulla superficie terrestre, la radiazione solare viene assorbita e qui comincia tutto il ciclo delle trasformazioni energetiche e dei trasferimenti di energia.

 

Ma il sistema è complesso. A causa della sfericità della Terra, la radiazione solare che arriva al suolo non è la stessa dappertutto. E non è la stessa neanche nel tempo, a causa dell’alternarsi del giorno e della notte e delle stagioni. Ma anche se la radiazione solare fosse la medesima in tutti i luoghi e rimanesse invariata nel tempo, l’assorbimento della radiazione solare da parte del suolo non è, comunque, lo stesso per tutti i luoghi, perché dipende dalla natura e dalle caratteristiche del suolo, dalla conformazione del territorio e dall’orografia. E non è lo stesso nemmeno nel tempo: il mare assorbe molto lentamente la radiazione solare e molto lentamente la riemette sotto forma di calore, mentre le rocce l’assorbono molto rapidamente e altrettanto rapidamente la riemettono sotto forma di calore.

(…)

A maggior complicazione del sistema, anche i sistemi viventi – in particolare alberi e vegetazione – assorbono energia solare per creare sostanza organica attraverso la fotosintesi clorofilliana; e poi l’energia immagazzinata nella sostanza organica viaggia nella catena alimentare degli esseri viventi, si accumula nella biomassa, si trasferisce nel suolo e nel sottosuolo quando gli esseri viventi muoiono. Dopo aver subito numerose trasformazioni energetiche – ed essere stata trasferita in atmosfera, e poi attraverso le acque marine e oceaniche, il suolo e il sottosuolo, gli esseri viventi e la materia organica — l’energia solare iniziale, ormai degradata, torna verso lo spazio.

 

Tuttavia tutti questi processi di assorbimento e trasformazione energetica non avvengono simultaneamente: alcuni hanno tempi brevi, altri lunghi. Alcuni interessano zone circoscritte, altri possono riguardare l’intero pianeta. Di conseguenza, quando si identifica il clima come “equilibrio energetico” si devono necessariamente fissare anche due fondamentali parametri di riferimento: lo spazio e il tempo. Infatti, l’equilibrio cambia continuamente e non è lo stesso in tutte le zone della superficie terrestre o in qualsiasi periodo di tempo.

Senza il riferimento della dimensione spaziale e della dimensione temporale il confronto fra climi diversi non è omogeneo, e i risultati di un tale confronto portano a conclusioni inattendibili. Per esempio confrontare (anche se a parità di periodi di tempo) il clima dell’Italia del 2005 con il clima globale del 2005 significa confrontare un flusso energetico medio annuale sull’Italia che è meno dell’uno per mille del flusso energetico medio annuale dell’intero pianeta. E infatti il 2005 a livello globale è stato l’anno record più caldo dal 1880, mentre in Italia è stato uno degli anni più freddi da quando ci sono misure sistematiche (e cioè dal 1951).

Confrontare a parità di spazio (per esempio sull’intero pianeta), il clima su periodi secolari (per esempio del ventesimo secolo) con il clima dei periodi glaciali o interglaciali pleistocenici (per esempio quello di Wurm), equivale a confrontare una quantità complessiva di energia che su base secolare è meno di un millesimo di quella esistente su un ciclo che dura oltre 100 mila anni. A maggior ragione non si può confrontare, senza commettere grossolani errori, il clima globale di questi ultimi decenni (dimensione spaziale: intero pianeta; dimensione temporale: decenni), con il clima che c’era in Europa nel Medioevo (dimensione spaziale: l’Europa; dimensione temporale: circa due secoli e mezzo). Le comparazioni sono quindi possibili, ma solo a fronte di dati omogenei.