Saggistica

tratto da

Italia 2020

Energia e ambiente dopo Kyoto

di Istituto Sviluppo Sostenibile Italia

a cura di Paolo Degli Espinosa

2006 - pagine: 288 - euro 20,00 - ISBN 88-89014-37-0

Il futuro dell'Italia: dai fossili all'efficienza energetica

stralcio

L’Italia energetica, che ha sostanzialmente mantenuto il modello Eni-Mattei, non è in grado di affrontare la sfida climatica né quella della dipendenza da petrolio. L’Italia si presenta come un paese a forte sviluppo industriale, con consumi energetici di livello europeo, cui si fa fronte, in gran parte, con le fonti fossili: dei due idrocarburi importati, il petrolio è pressoché stabile in valore assoluto, mentre la crescita del gas soddisfa gli aumenti della domanda; il ruolo del carbone è finora secondario (comunque in salita a causa dei piani di conversione Enel da petrolio a carbone).

I contributi delle fonti rinnovabili, in questi anni, dipendono quasi soltanto dalle due fonti storiche, idroelettrica e geotermoelettrica, per cui il grado di rinnovabilità presente nel sistema Italia è da attribuirsi tutto al passato, addirittura agli anni precedenti l’importazione di idrocarburi.

Il modello Eni-Mattei, va ricordato, corrispondeva a un’epoca in cui si costruivano automobili, strade e case, cioè le basi materiali dell’attuale modello di consumi. Oggi tutti questi settori hanno ormai raggiunto un rilevante livello di sviluppo e di accessibilità, e si procede verso la saturazione di tutti gli spazi disponibili.

La strategia di dematerializzazione e decarbonizzazione apre, in questo quadro, altre scelte orientate soprattutto alla qualità dei prodotti, dei contesti di vita e all’ambiente, non solo in campo energetico, ma anche nel settore dell’industria, nell’organizzazione dei centri urbani e nei trasporti.

Bisogna comunque fare i conti con una realtà in atto in cui le uniche proposte di cambiamento sono state formulate dall’Enel. Queste strategie, che sarebbero orientate sul carbone quale alternativa al petrolio per la produzione di energia elettrica, urtano pesantemente contro l’esigenza climatica e lasciano inalterato il modello complessivo. È anche in contrasto con le indicazioni del 2005 della Agenzia europea dell’ambiente, secondo cui “l’utilizzo dei combustibili solidi dovrebbe ridursi notevolmente”.

Il giudizio critico verso il Piano Enel non si estende comunque all’intera prospettiva del carbone, che va collegata con i progressi, in termini di affidabilità ed economia, del sequestro della CO2. In futuro, soprattutto chi – come ad esempio l’Australia – possiede giacimenti a bassa profondità, potrà affrontare i costi del sequestro e produrre energia elettrica oppure idrogeno, salvaguardando il clima.

Anche l’Italia deve interessarsi a queste tecnologie di cui vanno approfondite le potenzialità, i rischi e i costi.

Da oggi al 2020, in ogni modo, il fatto che l’Italia consumi meno carbone di altri paesi industrializzati è una opportunità specifica da non mettere da parte. Anziché aumentarne il consumo per la produzione elettrica, occorre cambiare in profondità l’intero modello basato sulla importazione dei fossili, aprendo la porta a due grandi innovazioni:

  • la politica della domanda non deve più essere una variabile incontrollabile, costretta di fatto a inseguire l’offerta, come accade oggi, ma deve associarsi a un profondo intervento di efficienza in tutti i settori di consumo;
  • l’impegno sulle fonti rinnovabili, che – per ogni paese del mondo e in particolare per l’Italia – sono una grande potenzialità di questo secolo, come alternativa al petrolio (ad esempio, in campo elettrico viene proposta una quota mondiale del 12% della sola fonte eolica per il 2020; quote analoghe sono proposte per le biomasse).

La diminuzione delle importazioni di fonti fossili non significa che il paese procede verso una politica di autarchia, al contrario l’Italia deve restare un grande trasformatore di materie prime, che può innovare questo ruolo puntando su una modernizzazione ecologica, quindi sulla produttività dell’unità di energia e materia, piuttosto che sulla produttività dell’unità di lavoro.

L’Italia può puntare anche sulla competitività dei sistemi territoriali di qualità, comprensivi di reti di trasporto, informatiche, teleriscaldamento, e sui servizi comuni, con un miglioramento della efficienza complessiva e la diminuzione delle emissioni di gas serra.

Inoltre, l’aumento del contenuto tecnologico delle produzioni aziendali, nel quadro di una politica industriale che operi scelte di specializzazione a favore di un numero limitato di settori, porterà ancora a un aumento della efficienza, quindi una diminuzione della intensità energetica, verso una economia meno energetica, decarbonizzata e dematerializzata.

In tal modo è possibile aprire la porta a vantaggi ambientali, occupazionali, di bilancia commerciale e di qualità complessiva del sistema Italia, per il settore industriale, per quello dei servizi e per la qualità urbana.