Autonomia energetica
Ecologia, tecnologia e sociologia delle risorse rinnovabili

Ecologia, tecnologia e sociologia delle risorse rinnovabili
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La liberalizzazione limitata mette in evidenza – e anche un mercato funzionante confermerebbe – che gli investimenti in grandi centrali diventano un rischio difficile da calcolare. E infatti rapidamente i finanziamenti diventano introvabili, soprattutto nel caso di centrali nucleari che hanno elevati costi di investimento e tempi molto lunghi di ammortamento.Ma non cessa la resistenza dei grandi gruppi contro le energie rinnovabili e questo è dovuto anche all’incoerenza delle leggi sulla liberalizzazione. Il tema raramente è stato oggetto di discussione: un sistema coerente di smantellamento dovrebbe mirare a una netta divisione fra aziende di produzione dell’energia e fornitori di combustibili. Una grande azienda dell’elettricità, che al contempo gestisce miniere di carbone ed è fornitore di gas naturale, non passerà mai dalle centrali a carbone o a gas a quelle eoliche, nemmeno quando la cosa fosse veramente conveniente. Nell’intrecciato settore energetico non c’è quasi mai un business isolato, ma attività multiple all’interno di una stessa azienda: e proprio la doppia funzione di fornitore di combustibile e gestore di centrali rappresenta lo zoccolo duro del settore energetico.
È quindi piuttosto ingenua l’idea di alcuni sostenitori delle rinnovabili secondo cui l’industria energetica si avvierebbe con grande naturalezza verso grandi parchi di generatori eolici offshore e centrali fotovoltaiche nel deserto del Sahara. Si sostiene che per attuare questa prospettiva i grandi gruppi sarebbero pronti a costruire migliaia di chilometri di nuovi elettrodotti, mentre in realtà si oppongono alla costruzione di anche solo dieci chilometri di collegamento per un parco di generatori eolici. È una perfetta illusione immaginare che i produttori effettuino investimenti di miliardi, se si considera che non solo dovrebbero fermare le loro grandi centrali convenzionali, ma che ciò troncherebbe anche i loro affari nel settore del carbone, del gas naturale e dei combustibili nucleari, agendo in senso opposto ai propri interessi.
Il mondo del petrolio è stato completamente escluso dal dibattito liberista, nonostante sia il più monopolistico di tutti i settori energetici. Qui il controllo del prodotto va dall’estrazione fino alla colonnina di distribuzione. I grandi petrolieri estraggono direttamente gran parte del loro greggio, gestiscono gli oleodotti e le raffinerie, organizzano la distribuzione e monopolizzano le stazioni di servizio. Delegano solo il trasporto via nave, spesso ad armatori di dubbia reputazione, battenti bandiera di paesi che permettono di schivare la responsabilità in caso di guasti e sversamenti delle petroliere. E intanto si è da tempo affermata la forma di liberalizzazione che è più utile al settore petrolifero: le materie prime energetiche sono esenti da dazi. È molto forte ormai l’esigenza di riorganizzare anche il settore petrolifero, in modo da garantire una netta separazione fra fornitori di petrolio, raffinerie e stazioni di servizio, affinché ogni distributore possa, ad esempio, scegliersi liberamente il proprio fornitore.
Il processo di liberalizzazione non ha ancora toccato il mondo potente dell’oro nero, proprio per evitare di scontrarsi con il suo consolidato giro di affari, mentre attecchisce bene dove può battere interessi poco organizzati. I potenti dell’economia chiedono a gran voce il libero mercato quando coincide con i propri interessi, e lo schivano se invece li intacca. Perciò la liberalizzazione dei mercati energetici – pur suonando convincente sulla carta – rischia nella prassi di essere solo apparente, vale a dire un’economia pianificata, privatizzata, internazionale e travestita da economia di mercato.