Il cambio della ruota
Risorse, popolazione, cultura, potere
Risorse, popolazione, cultura, potere
stralcio
Lo, all our pomp of yesterday
Is one with Ninive and Tyre!
(Ed ecco, tutta la pompa di ieri
Ha fatto la fine di Ninive e Tiro!)
Rudyard Kipling, Recessional, 1897
Ninive, grandiosa capitale dell’impero Assiro sulle rive del Tigri, nell’antica Mesopotamia, raggiunse l’apice della sua gloria più di sei secoli avanti Cristo. Circondata da terre irrigate e fertili ed estesa su oltre quindici chilometri quadrati, si stima vi abitassero circa 120.000 persone; una città immensa per quei tempi, con palazzi e templi altissimi e splendide statue. Molti esperti ritengono che l’insieme di giardini e giochi d’acqua noto come Giardini Pensili, una delle cosiddette sette meraviglie del mondo, sorgesse proprio lì.
Quando, nel 1840, Austen Henry Layard, pioniere inglese dell’archeologia, ne scoprì i resti, davanti ai suoi occhi si spalancò un paesaggio molto diverso. Per dirla con le sue parole: “La desolazione regna sovrana e lo stupore lascia il posto all’incubo. Più nulla c’è che dia sollievo, speranza o memoria del passato splendore”. Di Ninive e Babilonia, già fiabesche città bibliche, e delle masse che le avevano abitate non restavano che polvere, vento e villaggi semideserti.
Per millenni, ancor prima che Ninive diventasse la capitale degli Assiri, lì erano fioriti giardini creati dal sistema di irrigazione; seimila anni fa la Mesopotamia era diventata la prima regione urbanizzata del mondo. Cinquemila anni prima le zone collinose intorno a quel deserto erano state uno dei primi luoghi in cui era nata la moderna agricoltura, il che rese possibile lo sviluppo delle città. In Mesopotamia, tra il Tigri e l’Eufrate (il suo nome in greco significa difatti “tra i fiumi”), le civiltà si sono avvicendate nei secoli; qui, oltre 4000 anni fa, fiorì la magnifica civiltà sumera. Più a nord l’impero Assiro crollò quando, nel 612 aC, Ninive fu saccheggiata dai Caldei guidati da re Nabopolassar, padre di Nabucodonosor.
Ma che cosa trasformò i rigogliosi giardini mesopotamici nella brulla distesa di cui parla Layard? Certo le successive scorrerie dei vari eserciti giocarono un ruolo fondamentale, ma gli archeologi hanno scoperto che Assiri e loro successori, furono minati, tra il quinto e il sesto secolo dC, dal declino delle loro risorse naturali, come la deforestazione di colline e montagne, che impoverì le fonti idriche, nonché da un sistema irriguo insostenibile dal punto di vista ambientale. Le tavolette cuneiformi, risalenti a oltre 4.000 anni fa, prima cioè dell’impero assiro, dicono che l’irrigazione aveva già causato la fissazione del sale nel terreno, fenomeno che la tecnologia dell’epoca non era in grado di contrastare. I coltivatori si orientarono verso varietà di orzo che tollerassero il sale ma ciò portò a ridurre l’estensione dei terreni coltivabili. Tutto ciò indebolì le città e ne rese più facile la conquista, un’invasione dopo l’altra, finché, nel medioevo, arrivarono i Mongoli.
Durante il lungo declino, i conflitti resero quasi impossibile la manutenzione dei canali di irrigazione, che si riempirono di sedimenti. Salinizzazione, degrado del terreno e desertificazione trasformarono gradualmente una zona che aveva prodotto cibo in abbondanza e visto sorgere innumerevoli grandi città ricche di arte e cultura nel triste e polveroso deserto in cui, all’inizio del XIX secolo, giunsero gli europei. Come ha scritto recentemente Jared Diamond, la regione commise un “suicidio ecologico” e la sua attuale popolazione dipende, per l’alimentazione, quasi esclusivamente dalle importazioni.
Recessional, scritta da Rudyard Kipling durante il massimo splendore dell’impero britannico, narra in versi la caduta di Ninive e affronta i temi dell’orgoglio e dell’arroganza. Le civiltà antiche, non solo in Mesopotamia e in Egitto ma anche in Medio oriente, America centrale e Asia dell’est, erano estremamente gerarchizzate e governate con grande presunzione: lo testimoniano innumerevoli rovine di piramidi e palazzi, cui migliaia di persone lavorarono per decenni a uso esclusivo di una piccola elite. Perciò non sorprenderà che la classe dominante di quella società non avesse altra preoccupazione che mantenere la propria posizione sociale, impegnandosi in guerre di conquista e difesa o in imprese di corto respiro, incurante della progressiva decadenza dell’ambiente che invece minava alla base la sua stessa civiltà. Gli Assiri, nei tre secoli precedenti alla caduta di Ninive, si dedicarono a espandersi costantemente, creando uno dei primi imperi mondiali dotato di una vera e propria amministrazione in cui governatori e guarnigioni locali svolsero funzioni di controllo dei nuovi territori conquistati.
L’esercito assiro (cavalleria ben armata, fanteria militarmente preparata, carri e macchine da guerra gigantesche) era temutissimo ma i suoi bottini arricchirono solo le classi dominanti. Bassorilievi e documenti rivelano che la politica dei re Assiri non disdegnò il ricorso al terrore: Sargon II domò un’insurrezione nel regno d’Israele, saccheggiando la capitale, Samaria, deportando ben 27.280 abitanti e impadronendosi di “carri e idoli in cui avevano riposto la loro fede”. Quanto a uno degli ultimi re assiri, Assurbanipal, che regnò dal 668 al 627 aC, ecco ciò che scrisse sui popoli da lui conquistati: “Li distruggo, abbatto le mura delle loro città, vi appicco il fuoco e impalo i sopravvissuti lungo ciò che resta del loro regno”. L’Impero Assiro conobbe molte vittorie, commerciò con successo in vasti territori, ammassò immense quantità di beni e impose il culto di Ashur, dio del sole: eppure, persino in un’epoca in cui i rivolgimenti storici non erano certo frenetici, non durò che poco più di un secolo, dal 744 al 612 aC.
Il termine greco úbris descrive perfettamente l’insieme di smisurato orgoglio, arroganza e presunzione che gli annali reali e i bassorilievi di Ninive (quasi due miglia in un solo palazzo) ci hanno trasmesso. Ovviamente la hubris non è limitata ai tempi antichi, né alla zona compresa tra Tigri ed Eufrate, né al periodo d’oro dell’impero britannico. Oggi, l’apparentemente inarrestabile egemonia degli USA, il loro esasperato patriottismo e la pervicacia con cui si dedicano a diffondere la religione di un capitalismo senza freni dimostrano che la hubris degli antichi re di Ninive ha trovato degni rivali. Attualmente Ninive e dintorni occupano le prime pagine dei giornali, perché tra le sue antiche rovine, in Iraq, sorgono le rovine attuali di interi quartieri di Mosul, mentre un’ottantina di chilometri separa ciò che resta dell’antica Babilonia da ciò che resta di Baghdad.
Se l’attacco militare all’Iraq e le sue tragiche conseguenze hanno avuto molta attenzione dai media, la stessa cosa non si può dire della salinizzazione dei campi e dei sedimenti che ostruiscono i canali d’irrigazione. Mattina e sera i mezzi d’informazione sembrano continuare a ignorare il progressivo deterioramento delle infrastrutture che rendono abitabile un territorio, per non parlare delle sue cause; eppure quel territorio giocherà un ruolo sempre più importante nell’assetto politico mondiale, con conseguenze sulla futura qualità della vita umana.
Non si approfondirà mai abbastanza il rapporto tra l’invasione statunitense di una regione come quella tra Tigri e Eufrate, così ricca di petrolio, e la dipendenza assolutamente distruttiva dal punto di vista ambientale (e non solo) delle società occidentali dai combustibili fossili, cui ancora si ricorre quasi esclusivamente, come fossero l’unica fonte d’energia. Chissà se i capi dei primi imperi mesopotamici intuirono ampiezza e durata nel tempo del loro ruolo nel mondo: ma forse non averlo intuito giocò un ruolo decisivo nella formazione della loro hubris. Al contrario di noi, infatti, non avevano precedenti sui quali basarsi per comprendere che il declino ecologico della loro regione sarebbe durato millenni, mentre per noi già da alcuni decenni i sintomi sono abbastanza inquietanti da richiamare l’attenzione e l’analisi degli specialisti.
Non parliamo di fenomeni limitati a un’area geografica determinata ma del rapporto tra il dominio dell’uomo sull’intero pianeta e dello scontro tra il nostro stile di vita e la capacità del pianeta di sopportarlo. Non è certo un segreto che la nostra civiltà sia di fronte a un grande pericolo ambientale, per quanto governi e media tentino di ignorarlo. Da anni e anni gli studiosi di ecologia mettono in guardia sull’interconnessione tra ciò che accade sempre più spesso all’ambiente, come la scomparsa di biodiversità vegetale e animale, i mutamenti climatici sempre più rapidi e la diffusione di sostanze chimiche tossiche sul pianeta; se non sapremo invertire queste tendenze la nostra civiltà potrebbe, semplicemente, sparire. Stavolta, però, non sparirebbe solo la civiltà di una regione (come avvenne in Mesopotamia): il collasso sarebbe globale.
“Esseri umani e natura sono in rotta di collisione. I danni causati dall’attività umana all’ambiente e a risorse essenziali sono pesantissimi e spesso irreversibili. Se non sapremo contollarle, molte delle nostre attività attuali metteranno a rischio il futuro che diciamo di volere per il genere umano, le piante e gli animali, alterando per sempre un mondo che non sarà più in grado di riprodurre la vita così come la conosciamo. Se vogliamo evitare tale collisione è più che urgente cambiare rotta”.
Rotta di collisione tra esseri umani e natura? Cos’è, il delirio di un gruppetto di estremisti? Decisamente no. La citazione è tratta da World Scientists’ Warning to Humanity, documento firmato nel 1993 da oltre 1.500 scienziate e scienziati tra cui più della metà dei Premi Nobel assegnati in campo scientifico. Da tempo infatti la comunità scientifica è fermamente convinta che l’incremento demografico, unito a quello dei consumi (soprattutto della parte più ricca della popolazione), stia minando alla base la vita umana.
Nello stesso anno un altro appello, firmato da 58 accademie scientifiche mondiali (tra cui Royal Society in Gran Bretagna, Accademie Nazionali delle Scienze di USA, Cina, India e Brasile e Accademia Scientifica del Terzo Mondo), afferma: “L’ampiezza della minaccia […] è legata all’incremento demografico e all’uso pro capite delle risorse, nonché alla produzione di rifiuti e al degrado ambientale causati da tale incremento, cui si aggiungono le abitudini consumistiche […]. Le tecnologie oggi disponibili e gli attuali livelli di consumo del mondo sviluppato non potranno non avere conseguenze negative in ogni nazione […]. Se la popolazione mondiale continuerà a crescere crescerà anche la possibilità che si verifichino mutamenti irreversibili di dimensioni inimmaginabili”.
I media ignorarono tranquillamente entrambi i documenti e continuano a farlo. Nel mondo in generale, e negli USA in particolare, pochissimi politici e opinionisti hanno discusso pubblicamente le implicazioni dell’incremento demografico globale, che entro il 2050 sarà del 40%, o di quello dei consumi, che in pochi decenni potrebbe esaurire le risorse del pianeta; né si preoccupano di come tali incrementi incidano sui più gravi problemi attuali (inquinamento di aria e acqua, degrado dei terreni, esaurimento delle risorse ittiche, aumento di epidemie e carestie, cambiamento climatico ed estinzione di specie e organismi) o dei rischi che ciò comporta per la vita umana. Ancor meno sembrano accorgersi che tutti questi problemi sono legati a sfide sociali e politiche come quelle poste da povertà, disuguaglianza, criminalità e conflitti internazionali. Forse una ragione dell’incapacità collettiva di intervenire sia sulla rotta di collisione segnalata dal mondo scientifico sia sull’insieme dei problemi ambientali, sanitari, sociali e di sicurezza che da tale rotta derivano è la loro pura e semplice negazione. La maggior parte degli individui percepisce se stessa e la nazione in cui vive come assillata da problemi ben più immediati e dunque più gravi. Perché impegnarsi in sfide così lontane e alte da farti sentire impotente? Meglio non ammetterne l’urgenza o rimandarle sine die. Ma crediamo ci sia anche un’altra ragione: e cioè che gli USA, forse più di ogni altra nazione al mondo, sono malati di un orgoglio collettivo, basato anche sull’ignoranza, che chiamiamo “hubris sociale”. La forza di questa hubris emerge ogni settimana dalla miriade di “esperti” che infesta i talk show televisivi e che ben rappresenta gli USA: quasi nessuno parla mai di ambiente. Se accennano a qualcosa come il riscaldamento globale lo buttano lì come un tema qualsiasi, come se la sua centralità non avesse ormai piena evidenza scientifica. Come se non fosse una minaccia ben più grave di Saddam Hussein. La hubris della nostra società è tanto più evidente quanto più ignora il problema centrale: l’energia. Si dà per scontato di poter ignorare le forze della natura e ridurre il degrado ambientale alla perdita di alcune occasioni di svago, senza capire che la minaccia riguarda milioni di persone e il futuro benessere dell’intera umanità. La hubris sociale induce a credere che l’ambiente possa essere accantonato e riparato in seguito, quando e se la società riterrà necessario investirvi denaro e tecnologia. Le conquiste di scienza e tecnologia sono, ovviamente, un’altra fonte di hubris sociale.
(…)
Pensare che umanità e natura siano in conflitto fa paura ed è difficile da ammettere: che prove abbiamo, oltre l’allarme degli scienziati, che siano minacce reali? E se lo fossero, che cosa potremmo farci? Nei capitoli che seguono spiegheremo come la nostra specie sia arrivata alla sua attuale posizione di dominio e come la nostra hubris ci impedisca di percepire la possibilità tutta reale di quella collisione, per passare al primo dei temi centrali: l’incremento demografico globale e i livelli esasperati dei consumi, fattori chiave ma spesso trascurati ed entrambi intimamente connessi alle decisioni politiche attuali, che ci mantengono saldi sulla temibile rotta a proposito della quale la comunità scientifica ci mette in guardia da tempo.
Il secondo tema è come la disuguaglianza nella distribuzione del potere impedisca i grandi progressi che potremmo fare verso una società umana e sostenibile. Il potere (la capacità di singoli individui e organizzazioni di portare gli altri ad agire come chi detiene il potere vuole, non come ciascuno vorrebbe) è quasi tutto in mano a governi, multinazionali, altre istituzioni sociali e a singoli individui che, grazie a immense ricchezze, spesso incidono enormemente sulle prime tre categorie. Oggi le società più affluenti usano tale potere per permettersi stili di vita che, se adottati anche solo da metà della popolazione mondiale, sarebbero insostenibili; per farlo si appropriano senza ritegno delle risorse mondiali e convincono altri esseri umani che anche loro potrebbero raggiungere livelli di benessere altrettanto insostenibili, rendendo noi e le future generazioni ostaggi della hubris, non solo della loro ma della nostra come società.
(…)
Di una sola cosa siamo assolutamente certi: che le politiche del futuro saranno sempre più intimamente legate ai temi dell’ambiente, all’incremento demografico, ai modelli di consumo, al controllo delle risorse e all’uso o all’abuso delle tecnologie. Negli ultimi decenni l’umanità in generale (e gli USA in particolare) non ha capito la profonda connessione tra problemi ambientali ed economici né trovato, o anche solo cercato, le possibili soluzioni. Come riuscire a non essere più ostaggi della hubris e a progettare società con le quali percorrere rotte sicure, senza collisioni all’orizzonte?
Nel libro che state per leggere esamineremo alcune possibili soluzioni ai problemi creati da sovrappopolazione, consumismo e diseguale distribuzione del potere; alcune ipotesi saranno giudicate molto ardite, alcune misure troppo radicali, ma forse grazie a queste l’umanità in generale, e l’unica superpotenza rimasta in particolare, cambieranno finalmente rotta, orientandosi verso un mondo sostenibile. La nostra civiltà si sta globalizzando e deve, con sempre più urgenza, sperimentare modi per riorganizzare le strutture sociali, anche se non c’è chi possa assicurarci che i tentativi saranno coronati da successo. Affrontare sovrappopolazione, consumi e distribuzione del potere non è facile: ma ogni giorno passato senza provarci chiude per sempre una porta dietro la quale c’era forse un futuro migliore, in cui il suicidio ecologico avrebbe potuto essere sventato. Dobbiamo fare il possibile, oppure accettare l’inaccettabile. A noi la scelta.