Il cambio della ruota
Risorse, popolazione, cultura, potere

Risorse, popolazione, cultura, potere
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Dopo il 1970 — e in particolare negli anni 90 — i tassi di natalità hanno cominciato a scendere quasi ovunque. Oggi molte nazioni europee, l’ex Unione Sovietica e il Giappone hanno un tasso di fecondità spesso inferiore a 1,5, e in alcuni casi le popolazioni hanno già registrato lievi flessioni. Dopo il passaggio di secolo, solo gli Stati Uniti hanno registrato un tasso di fecondità pari a 2, accompagnato da immigrazione, e con un tasso di crescita della popolazione dell’1% annuo. Il Canada e l’Australia, entrambi paesi dove l’immigrazione è notevole, presentano tassi di fecondità molto più bassi e tassi di crescita demografica decisamente più contenuti.Il mondo in via di sviluppo, dove l’elevata fecondità e la povertà dilagante imperversavano fino agli anni 60, non è più così uniforme. Alcuni paesi sono più o meno industrializzati, con redditi piuttosto alti e tassi di fecondità abbastanza bassi: per esempio Singapore, Hong Kong, Corea del Sud, Taiwan, Thailandia, Israele e Bahamas. Segue a ruota un buon numero di paesi a reddito medio, fra cui Argentina, Brasile, Cile, Costa Rica, Messico, Turchia e la maggior parte dei paesi caraibici.
Le nazioni più povere presentano situazioni miste. La Cina ha avuto un certo successo nel ridurre il tasso di natalità negli anni 70, fino a scendere sotto il livello di sostituzione, a costo però di misure draconiane. Nel 2003 il tasso di fecondità era 1,7. La transizione della Cina verso lo sviluppo — cominciata ben dopo la discesa dei tassi di natalità — ha visto negli anni 90 un vero “grande balzo in avanti”, segnato da tassi di crescita economica vicini al 10%. Uno dei risultati è stato l’aumento della disparità fra ricchi e poveri: i primi residenti prevalentemente nelle città e nelle aree costiere, i secondi nelle aree rurali. Con una popolazione di 1,3 miliardi di abitanti (dato 2004), la Cina rappresenta oltre un quinto dell’umanità mondiale, e ciò ha notevoli implicazioni sia in termini di demografia globale sia in termini di trend di sviluppo.
L’India, dove abita la seconda popolazione più grande del mondo (1,1 miliardi), non ha fatto così bene. Alcuni stati indiani si sono attestati sotto il livello di sostituzione, ma altri hanno ancora tassi di fecondità molto elevati: complessivamente il tasso è 3,1. Come ci si potrebbe aspettare, l’alfabetizzazione e l’attività economica delle donne sono più alte negli stati in cui la fecondità è più bassa, ma purtroppo in India meno del 40% delle donne adulte è alfabetizzato. Come in Cina, anche in India i redditi sono in aumento e i ceti medi stanno emergendo, ma la ricchezza non è distribuita in modo equo. La maggioranza della popolazione versa sempre in condizioni di povertà grave: alla metà degli anni 90 il 47% viveva con meno di un dollaro al giorno. A livello nazionale, l’India ospita la più grande popolazione di affamati del mondo: nel 1995 si stimava che il 57% dei bambini sotto i 5 anni fosse malnutrito.
Allargando l’analisi all’Asia e al Nord Africa il quadro si fa abbastanza vario, con un trend tutto sommato positivo. Il rapido sviluppo e la riduzione dei tassi di natalità sono evidenti in buona parte del Sudest asiatico, anche dove non esistono i prerequisiti del fenomeno. In America latina la maggioranza dei paesi va verso tassi di natalità più bassi e redditi più alti. Nel 1990 il tasso di fecondità aggregato di tutta la regione veniva stimato intorno a 3,5, nel 2002 era sceso a 2,7.
Un’area africana di disastro demografico è quella a sud del Sahara. Questa è e resta la regione con i maggiori tassi di natalità e i minori redditi. Solo da poco la fecondità ha cominciato a calare, ma nel 2003 si collocava ancora su un valore compreso fra 5 e 6,5. Purtroppo numerosi paesi africani sono ancora logorati da conflitti, corruzione e grave povertà. Le proiezioni Onu dicono che la popolazione africana aumenterà di oltre il doppio, salendo dagli 850 milioni di unità del 2003 a 1,8 miliardi nel 2050.
Un importante argomento demografico è la relazione fra alta fecondità e povertà: può la povertà essere la causa di un alto tasso di natalità? Oppure, può una rapida impennata demografica provocare povertà? Le risposte che emergono, soprattutto grazie al lavoro dell’economista Partha Dasgupta, sembrano affermative in entrambi i casi. Uno scatto repentino della crescita demografica ostacola la capacità delle istituzioni di soddisfare i bisogni in aumento della popolazione in termini di infrastrutture, scuole, ospedali e produzione alimentare. Questo è particolarmente problematico quando una larga quota della popolazione (in alcuni casi si arriva al 50%) è composta da giovani sotto i 15 anni. Quando la popolazione raddoppia in un lasso temporale di 18-25 anni, è molto difficile anche solo mantenere il passo con la crescita demografica; migliorare è praticamente impossibile. Alcuni dei paesi più poveri e meno sviluppati infatti hanno perso terreno negli ultimi decenni.
Il ruolo della povertà sui tassi di fecondità è invece meno netto, anche se è evidente che di solito è accompagnata da analfabetismo e mancanza di accesso ai servizi sociali. La mancanza di lavoro retribuito e di incentivi culturali, insieme alla scarsa scolarizzazione, limitano l’indipendenza delle donne e la loro capacità di fare scelte personali. Tutto questo a sua volta promuove l’alta fecondità. Nelle famiglie rurali povere allo stesso risultato concorre anche il valore dei bambini, preziosi per il rifornimento di acqua e la ricerca di legna da ardere. Così queste famiglie spesso vengono lasciate a se stesse, nell’emarginazione sociale e nel deterioramento ambientale, ossia in una condizione che non fa altro che esacerbare la povertà. Le famiglie povere sono in una situazione senza via di uscita: i genitori non riescono a procurarsi cibo sufficiente a causa dell’ambiente deteriorato e quindi costringono i bambini a lavorare; e non c’è possibilità di ottenere aiuto dai vicini o dai parenti, perché quando va bene sono nella medesima situazione.
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Le popolazioni che stanno aumentando cominciano a essere controbilanciate da quelle in fase calante. Ci sono 33 paesi con un tasso di fecondità inferiore al livello di sostituzione che, secondo le proiezioni, entro il 2050 sono destinati ad avere popolazioni minori di quelle attuali: i giapponesi per esempio dovrebbero calare del 14%, mentre l’Italia e alcuni paesi dell’Est europeo, compresa la Russia, potrebbero contrarsi dal 20 al 50%.
L’umanità potrebbe aver imboccato la “soluzione del tasso di natalità”, anche se è evidente che il cammino non sarà breve. È comunque alle porte una consistente crescita della popolazione umana, sempre che si riesca a evitare un alto tasso di mortalità dovuto alle malattie, alla fame e alle guerre.
Da qualche tempo, i demografi prendono in considerazione la mortalità da AIDS per elaborare le proiezioni relative a regioni come il Sud Africa, dove la malattia ha già fatto precipitare l’aspettativa di vita. A livello mondiale, al 2002 l’AIDS aveva ucciso circa 20 milioni di persone. Secondo la proiezione media dell’Onu, per effetto della mortalità da AIDS la popolazione mondiale nel 2050 avrà circa 200 milioni di esseri umani in meno. Per sette paesi dell’Africa meridionale, in cui più del 20% della popolazione ha contratto l’HIV, si prevede per il 2050 una flessione o addirittura un azzeramento della crescita, pur a fronte di tassi di natalità sempre più alti.
Le proiezione bassa prefigura un tracollo della fecondità quasi ovunque, con un picco di popolazione pari a circa 7,5 miliardi nel 2035 e una lieve contrazione a 7,4 miliardi nel 2050. La proiezione media modifica di poco lo scenario, indicando una popolazione di 8 miliardi al 2025 e di e 8,9 miliardi al 2050. Il picco demografico della seconda metà del secolo potrebbe quindi non essere superiore ai 10 miliardi, ed essere seguito da un lento declino. Secondo la proiezione alta, la popolazione arriverebbe invece a toccare quota 10,6 miliardi nel 2050, per poi continuare a crescere per molti anni.
La proiezione media naturalmente rappresenta l’estrapolazione più equilibrata e comprende anche i trend di trasmissione e mortalità dell’AIDS. Un po’ di sollievo arriva dal fatto che i tassi di natalità sono in calo e che, con un pizzico di fortuna, la crescita dovrebbe fermarsi entro la fine del secolo.
A questo punto dunque possiamo stare tranquilli? L’ovvia risposta è no, per una serie di ragioni. La più importante è che più la popolazione cresce in fretta, in un mondo già provato sul piano ambientale, più saranno incalzanti i problemi che minacciano l’umanità. Altre ragioni stanno sotto la complessità della demografia, scienza che oltre ai tassi di popolazione studia altre variabili importanti, come la composizione, la densità, la distribuzione, le migrazioni, nonché i fattori che sottendono i tassi di natalità, mortalità e crescita (i “tassi vitali”) e, per finire, le conseguenze dei cambiamenti demografici.