Ecologia letteraria
Una strategia di sopravvivenza
prefazione: Cheryll Glotfelty, collaborazione: Scott Slovic

Una strategia di sopravvivenza
prefazione: Cheryll Glotfelty, collaborazione: Scott Slovic
stralcio
... Per capire quanto sia delicato l’equilibrio dell’ambiente intorno a noi... è sufficiente osservare come sia mutato il paesaggio fuori dalle nostre finestre o nelle nostre città, chiederci quando è stata l’ultima volta che abbiamo visto uno scoiattolo nei nostri giardini pubblici (quando abbiamo la fortuna di averne), o notare quanto spesso i telegiornali ci diano notizia di catastrofi più o meno annunciate, come lo tsunami del Sudest asiatico del 26 dicembre 2004 o l’uragano Katrina, che ha distrutto New Orleans a fine agosto 2005. Contemporaneamente ci si sorprende, un po’ disorientati, a chiedersi perché, a dispetto degli allarmi di scienziati e ambientalisti (spesso trattati dai media come Cassandre postmoderne), si faccia tanta fatica a rispettare gli accordi del Protocollo di Kyoto. O addirittura, com’è successo per gli Stati Uniti all’inizio della prima presidenza di George W. Bush, che si decida di revocare la propria adesione al Protocollo con lo scopo ultimo di non “danneggiare” l’economia interna di un paese che, con il 4% della popolazione mondiale, consuma, da solo, il 25% delle risorse, producendo oltre il 36% delle emissioni inquinanti.Di fronte a questi scenari e a questi disastri (che sono naturali, ma anche sociali) si possono assumere due atteggiamenti.
Il primo è quello di una accettazione rassegnata degli eventi: visto che non c’è verso di arrestare una tendenza i cui meccanismi vanno ben oltre la nostra portata, e spesso anche oltre la nostra possibilità di giudizio, tanto vale restare alla finestra, e lasciare agli “esperti” il compito di decidere del nostro futuro. Il secondo invece è quello di chi ritiene che in fondo è la somma che fa il totale, e che forse è vero, come ha scritto il biologo Barry Commoner, che in natura “ogni cosa è connessa a ogni altra”. Come lo scioglimento della calotta polare è connesso con la desertificazione delle coste mediterranee, anche la nostra azione individuale rientra, cioè, nell’equilibrio complessivo del sistema. Chi si riconosce in questo secondo gruppo, sceglie di rendersi conto che atteggiamenti deresponsabilizzanti non fanno che acuire i disagi dell’ambiente, e insieme non fanno che accrescere le sperequazioni sociali connesse a tali disagi. Questa scelta di consapevolezza non è mai una scelta neutrale. Essa, infatti, rappresenta una forte tensione polemica, basata sulla constatazione che l’idea di cultura trasmessaci dalla nostra società, un’idea per lo più volta a creare un divorzio concettuale tra umanità e natura, è inadeguata a fronteggiare i problemi del presente. Se la crisi ecologica è essenzialmente una crisi culturale, è necessario scegliere di modificare i propri modelli e andare verso una forma “evoluta” di cultura, in cui conoscenza e responsabilità siano funzione l’una dell’altra: una forma di cultura, cioè, che non solo ci permetta di sopravvivere, ma soprattutto di comprendere che l’essere umano può sopravvivere come specie soltanto se è accompagnato, in questa sopravvivenza, dalle forme di vita non umane.
La strategia di sopravvivenza costituita da questa cultura prevede o una sopravvivenza congiunta di umanità e natura o nessuna sopravvivenza: umanità e natura vanno considerate in un’ottica ecologica, che è quella della compresenza, e non quella della distruzione reciproca. Vedere la cultura come una strategia di sopravvivenza è, aldilà di ogni fallacia naturalistica, la premessa tacita di ogni etica ambientale. Con le sue argomentazioni e i suoi dibattiti, l’etica dell’ambiente prepara, infatti, i presupposti per questa “cultura evoluta”, ed è per questo che essa può essere considerata un’etica della cultura. Se allora è vero, come sosteneva il padre dell’etica della terra Aldo Leopold, che “nell’etica, nessun cambiamento importante si è mai compiuto senza un cambiamento interno nelle nostre priorità, nei nostri legami, affetti e convinzioni”. Ciò che l’etica dell’ambiente ci richiede è proprio di modificare in maniera inclusiva (ossia ecologica) i nostri modelli culturali, le nostre costruzioni teoriche, le nostre gerarchie di valori. In una parola, il nostro modo di vedere il mondo e i soggetti non umani. Queste priorità, questi legami, queste convinzioni presuppongono cioè un allargamento dei nostri valori e dei nostri orizzonti culturali. Per rendere possibile tutto ciò, l’etica ambientale si sposa sovente con altre discipline e pratiche tradizionali come l’economia, l’architettura, le arti figurative, l’agricoltura, la biologia. Il risultato di questo connubio può essere una ridefinizione dell’identità di tali discipline o l’emergere di nuove forme culturali, come ad esempio la bioarchitettura, la land art, o la biologia conservativa. La letteratura è una di queste discipline “tradizionali”. L’idea di un discorso congiunto di letteratura e filosofia dell’ambiente scaturisce dalla persuasione che sia possibile un uso etico-ambientale dei testi letterari (classici vecchi e nuovi), che essi possano cioè contribuire a un’evoluzione del modo in cui ci orientiamo eticamente nel nostro rapporto con il mondo non umano. A questa idea, implicita già in decenni di esercizi creativi e interpretativi, è stato dato di recente il nome di ecocriticism, o ecologia letteraria... L'ecologia letteraria nasce proprio da un interrogativo darwiniano: in che misura la cultura rappresenta uno strumento adattivo nell’evoluzione dell’uomo? Così si esprimeva nel 1972 Joseph Meeker, il primo a parlare di “ecologia letteraria”: "Gli esseri umani sono le uniche creature letterarie della terra. Se la creazione della letteratura è un’importante caratteristica della specie umana, allora bisognerebbe esaminarla con attenzione e onestà per scoprire la sua influenza sul comportamento umano e sull’ambiente naturale...". Il dubbio... è se sia ancora legittimo, dopo Darwin, pensare al binomio “natura-cultura” necessariamente nei termini di un’antitesi. Al contrario, in un’ottica darwiniana la cultura stessa è una risposta evolutiva, una strategia vincente di sopravvivenza. Come ha scritto Glen Love, l’evoluzione biologica e quella culturale sono due momenti tra cui vige una stretta correlazione: “la teoria evoluzionistica ci aiuta a capire che cos’è che ci rende creature culturali”. L’ecologia letteraria fa sua l’idea di questa reciprocità bio-culturale, e si propone di “assecondarla” e regolarla proprio in base alla scoperta dei valori ecologici di interdipendenza tra umanità e ambiente. Se infatti la letteratura, e la cultura in genere, sono un modo attraverso il quale l’essere umano rappresenta i propri valori e il proprio rapporto con il mondo che lo circonda, allora è possibile immaginare che esse abbiano una forte incidenza su questo rapporto, e che contribuiscano a orientare il nostro processo di adattamento. Per l’ecologia letteraria, cioè, tra natura e cultura esiste una relazione che non è solo di contiguità, ma di azione reciproca; e le opere letterarie possono avere la funzione di indirizzare questa reciprocità secondo valori, regalando all’uomo un’“evoluzione consapevole” (Ornstein e Ehrlich, 1990). La cultura ambientale, di cui l’ecologia letteraria è espressione, è un progetto etico fondato sull’idea che questa “evoluzione consapevole” possa essere realizzata. Ciò spiega l’esigenza di tracciare intorno a essa coordinate sociali, culturali ed ecologiche. Parlare della valenza etica di soggetti “altri” e della categoria di “differenza”, della globalizzazione e della necessità di richiamare nell’ordine storico del racconto le “narrative marginali”: tutto ciò risponde all’intenzione di mostrare quali siano i fattori che originano e motivano questa forma di cultura. In tale contesto, anche l’elaborazione di ipotesi politiche “ecologiche” e partecipative rientra nell’idea che non sia più possibile uno scenario politico che non includa tra i suoi soggetti anche i soggetti morali “altri” (siano essi esseri non umani, o umani marginalizzati), e tra i suoi valori e le sue priorità, anche quelli relativi alla conservazione dell’ambiente e alla sostenibilità dell’intervento umano sulla natura. In questa prospettiva, anche declinare in chiave ecologica il concetto di cittadinanza significa muovere verso la costruzione di una comunità aperta, trasversale e interspecifica, come voleva Aldo Leopold quando parlava di “comunità biotica” (Leopold, 1949): una comunità non omogenea, ma proprio per questo strettamente interdipendente. Prendere coscienza di quest’interdipendenza è il primo passo verso la demistificazione di un sistema ideologico in cui le differenze esistono solo in vista di un principio di neutralizzazione dell’alterità, e sono perciò solo funzionali al rafforzamento dell’identico. Se, con le sue attività, l’essere umano può operare sull’ambiente naturale, e manipolarne non sempre senza rischio gli equilibri, una nuova cultura che si confronti con le sfide del presente è necessaria, affinché quell’intervento possa essere consapevole e regolato, e affinché gli attuali meccanismi dualistici di sfruttamento possano essere rimpiazzati da un’interazione etica “evoluta”. È questa l’“evoluzione consapevole” a cui mirano la cultura ambientale e l’ecologia letteraria.