Ecologia letteraria
Una strategia di sopravvivenza
prefazione: Cheryll Glotfelty, collaborazione: Scott Slovic
Una strategia di sopravvivenza
prefazione: Cheryll Glotfelty, collaborazione: Scott Slovic
stralcio
...Parlare di contatto diretto con il mondo non è una metafora. L’opera di Pasolini è infatti impensabile al di fuori di una realtà localizzata, di un paesaggio che cambia e che vive. È un paesaggio che ha molti volti e molti nomi: Casarsa e il Friuli, Bologna, Roma, l’India, la Palestina, Napoli e l’Italia del Sud, l’Africa e Sana’a, Orte, e ancora il Friuli. In tutti questi luoghi, Pasolini cerca la specificità (le “realtà singolari”) sotto forma di lingua, di cultura, di storia, di rapporto sensuale con la natura. Egli cerca cioè i modi in cui la presenza umana e l’ambiente fisico si condensano in un paesaggio composito, determinando interazioni sociali, tradizioni, linguaggi.In questi luoghi naturali e culturali la differenza assume forme e spessore. È per questo che il paesaggio è, per Pasolini, sempre una realtà plurale. È plurale, innanzitutto perché è la somma di tutti gli aspetti che si muovono in esso; ma ancor di più perché non esiste un unico modello di paesaggio, mentre invece esistono in ogni paesaggio delle costanti morali che, attraverso i casi singoli, ritornano. Ciò spiega perché, nei suoi interventi, trovino lo stesso rilievo città e campagna, l’Italia e l’Africa, le pianure del Nord e i territori brulli del Sud. Lo sguardo di Pasolini al paesaggio è cioè quello di un’etica dei luoghi, alla ricerca dei valori che vi si sono depositati nei secoli. Tali valori sono molteplici: la possibile continuità tra la vita dell’essere umano e quella della natura, nel senso ecologico della varietà di aspetti che questa vita assume; la capacità umana di definirsi attraverso il paesaggio, e di trasformare la propria storia culturale rapportandosi conoscitivamente alle forme che, col tempo, si cristallizzano nei luoghi; ma soprattutto la bellezza, che è qui un valore etico, e corrisponde alla capacità del paesaggio di vivere, come direbbe Kerényi, in una “doppia contemporaneità” di presente e passato, di natura e cultura. Per il poeta, infatti, il paesaggio non è solo natura, né solo cultura. È piuttosto la forma del loro stratificarsi e concrescere nel corso della storia, uno sguardo sincronico sul processo mediante il quale le diverse comunità hanno imparato ad abitare l’ambiente. Come tale, quindi, il paesaggio è un’espressione della cultura nella natura.
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L’idea che Pasolini ha della tradizione non è... nazionalistica, ma globale: i valori riconosciuti nella cultura e nel paesaggio sono universali, e non hanno nulla a che fare con le rivendicazioni localistiche di un’“etica del territorio” (Bartolommei, 2004). C’è anzi un legame profondo tra l’Italia preindustriale e la realtà anch’essa marginale del Terzo Mondo. Tale legame è dato dal fatto che il Terzo Mondo è, in un certo senso, un’Italia arcaica, contadina, ancora legata alla terra e a una bellezza che fa naturalmente parte del paesaggio. Ciò non significa però che questa realtà rimanga fuori dal pericolo dell’“acculturazione”... Quello che chiama “il Terzo Mondo” (espressione preferita rispetto alle più ideologiche “paesi sottosviluppati” o “in via di sviluppo”) è per Pasolini l’emblema di ogni forma di emarginazione, economica, sociale e culturale. Il Terzo Mondo gli offre infatti l’opportunità di vedere raccolte, in un’unica grande categoria politica, tutte le sue priorità etico-culturali. Per questi paesi, anzi, egli pensava a un grande ciclo cinematografico: il Poema del Terzo Mondo, articolato in cinque quadri continui, e dedicati rispettivamente all’India (“la Religione e la Fame come condizioni considerate, per secoli e millenni, immutabili e fatali”), all’Africa (il conflitto tra la “cultura bianca” e la “cultura di colore”), ai Paesi Arabi (l’industrializzazione, il “nazionalismo”, la guerra), all’America del Sud (“la ‘guerriglia’, il conflitto interno delle forze rivoluzionarie”) e, a dispetto di un’autocelebratoria visione occidentalistica, all’America del Nord, luogo in cui domina il “dropping out, ossia l’esclusione e l’autoesclusione” frutto del razzismo.È dunque chiaro che il Poema non era pensato per esaurirsi in una mera celebrazione, ma al contrario proprio per rappresentare, insieme, la ricchezza poetica e umana, ma anche tutti i conflitti e le contraddizioni interne di queste civiltà “marginali”, incalzate dalla storia. Del film, mai realizzato (il progetto è del 1968), ci rimangono due importanti frammenti: gli Appunti per un film sull’India e Il padre selvaggio, girato in Africa.
E con l’Africa (cui sono dedicati anche gli Appunti per un’Orestiade africana) il legame di Pasolini assume un’intensità particolare. Nel 1958 egli aveva concluso una poesia, Frammento alla morte, con queste parole: “Africa! Unica mia alternativa”. In effetti l’Africa è il naturale controcanto dell’Occidente: nera, mitica e preindustriale, essa si oppone alla civiltà bianca, razionalistica e borghese, ed esprimere tale contrasto sarebbe stato il cuore del Poema del Terzo Mondo. Ma la civiltà precapitalistica dell’Africa non è alternativa solo al mondo borghese e ai suoi valori, bensì anche a quella stessa ideologia in cui Pasolini “ereticamente” si riconosce. Nel saggio La fine dell’avanguardia, infatti, il poeta polemizza apertamente con l’indifferenza marxista di fronte al Terzo Mondo, “oggetto di odio razziale da parte della borghesia, e di incomprensione sostanziale da parte del marxismo”. L’Africa si presenta dunque come la possibilità che l’ideologia ha per superare una sua storica impasse, e per recuperare il contatto col mondo della vita. Quanto ciò possa essere realistico, è qualcosa con cui Pasolini si confronterà nei suoi ultimi anni, quando sperimenterà di persona gli effetti sul Terzo Mondo di rivoluzioni socialiste, imposte dall’alto, e minacciose per il paesaggio e l’identità di quei popoli non meno che l’industrializzazione capitalistica. Per ora, tuttavia, l’Africa rimane un’alternativa e, con tutte le sue contraddizioni, una chance, anche poetica, di libertà. È quanto traspare dai versi della Guinea (1962), dedicata ad Attilio Bertolucci, in cui la quieta purezza di Casarola, paese natale di Bertolucci, è avvicinata ai paesaggi densi e colorati del Kenia. E sono, questi paesaggi, portatori di una bellezza e di un’intensità di vita che non solo sembrano funzione ecologica di una differenza d’ambiente, ma che, proprio in nome di tale differenza e dei valori assoluti che vi si associano, sfidano canoni e modelli “classici” ed eurocentrici:
li ho visti, nel Kenia, quei colori
senza mezza tinta, senza ironia,
viola, verdi, verdazzurri, azzurri, ori,
ma non profusi, anzi, scarsi, avari,
accesi qua e là, tra vuoti e odori
inesplicabili, sopra polveri d’alveari
roventi… […]
Altro colpo di pollice ha la Bellezza:
modella altri zigomi, si risente
in altre fronti, disegna altre nuche.
Ma la Bellezza è Bellezza, e non mente:
qui è rinata tra anime ricciute
e camuse, tra pelli dolci come seta,
e membra stupendamente cresciute.
Con la sua immagine del Terzo Mondo, Pasolini non sogna perciò un nostalgico ritorno al passato, all’insegna del mito o dell’arcaismo. Semplicemente, si oppone a chi intende tout court l’arretratezza economica e industriale dei paesi poveri come arretratezza culturale. Al contrario, egli si serve di questa arcaicità come luogo della possibilità e della differenza, per contrapporre all’immagine piatta e monocorde che la cultura occidentale propone di se stessa...