Saggistica

tratto da

Ecologia letteraria

Una strategia di sopravvivenza

di Serenella Iovino

prefazione: Cheryll Glotfelty, collaborazione: Scott Slovic

2006 - pagine: 160 - euro 16,00 - ISBN 88-89014-41-5

Ortese e l'Iguana

stralcio

Quel che rende Anna Maria Ortese particolarmente significativa per un discorso ecocritico sono i temi che percorrono la sua scrittura: la solidarietà tra le forme di vita (molti dei suoi personaggi sono figure di transizione tra l’umano e il naturale), lo strazio per i peccati di un’umanità cieca alla debolezza, la voglia di redenzione della differenza, la considerazione della natura come soggetto e non come terreno di possesso, l’interesse costante per il paesaggio. Specie negli ultimi anni, quest’amore per la vita della natura, una natura sacra e generatrice, si colora inoltre di un’appassionata polemica contro l’oppressione portata dallo strumentalismo umano...

In tutti questi temi e nel modo in cui Ortese li rappresenta vi è dunque la consapevolezza che ogni forma di diversità emarginata, e per ciò stesso indifesa, sia un mancato riconoscimento, da parte di un polo più forte, della legittimità di un polo più debole. Che passi per immagini di donne, di animali, di poveri o di bambini, la vita stessa della natura è, per la scrittrice, minacciata da un dualismo e da sistemi incrociati di sopraffazione.

Di tutto ciò L’Iguana è un caso esemplare. Qui, in particolare, la dimensione della conquista e quella della fatalità (e inanità) della conquista stessa si intrecciano con il costante richiamo alla verità del mondo conquistato in un discorso che, nonostante la partecipazione emotiva, non è mai predicatorio né moraleggiante....

Con tutto il suo ricco apparato allegorico, L’Iguana è un’opera complessa in cui i motivi poetici e fantastici si intrecciano con motivi etici, sociali, storici. L’alterità di questa bambina-rettile, che non ha anima, che è insieme una serva e una reietta in un mondo dominato dagli uomini e dallo spirito di conquista e di separazione, ammonisce sulla “dipendenza negata” del mondo dei suoi oppressori dal suo mondo e dalla sua esistenza. In una parola, Estrellita è la figura della differenza e di ogni suo mancato riconoscimento.

In questo discorso, anche la cultura acquista una duplice immagine: la cultura (simboleggiata dalla ricerca “editoriale” di Daddo e dalle sue “scoperte”) pretende infatti di riabilitare “l’oppresso”, ma alla fine si rivela parte di un discorso funzionale alla sua caratterizzazione come tale...

Per Ortese (e qui è distinguibile l’influenza del marxismo) la cultura, proprio perché appartiene alle classi dominanti, non è mai incolpevole, neppure quando pretende di essere dalla parte delle classi dominate. Non si può, infatti, cercare espressione di sentimenti di rivolta sociale, “dimenticando che dove non ci sono i denari (stante le antiche convenzioni del mondo), o dove il denaro può comprare tutto, dove c’è penuria e ignoranza grande, là neppure i sentimenti, o la voglia di esprimerli, esistono”. Infatti “se l’oppressione è antica e autentica, l’oppresso non esiste neppure, o non ha più coscienza di esserlo, ma solo esiste”.

L’Iguana si rivela allora sin dall’inizio una critica della logica patriarcale implicita in questo tipo di cultura, e il modo in cui tale critica si manifesta è la sovversione delle forme, dei rapporti e dei linguaggi. La logica tradizionale è, infatti, messa in crisi tanto dalla figura di Estrellita, un indefinito altro dall’umano, quanto da quella di Daddo, che costituisce un inghippo nell’ingranaggio della catena degli oppressori. L’Iguana e Daddo rappresentano le “possibilità laterali” in grado di minare alle fondamenta il sistema dell’oppressione...

È per tale motivo che il sottofondo morale del racconto è un invito ad abbandonare le proprie categorie di riferimento (sociali, culturali, esistenziali), a rinunciare a uno status privilegiato per un’etica della prossimità: una prossimità, però, non tanto nel segno della mortificazione, quanto piuttosto del ritorno a un cristianesimo “naturale”. Questa esigenza si incarna nel personaggio di Daddo sin dalla sua prima caratterizzazione (“Da qualche parte gli era filtrata nel sangue un’allegria cristiana, che lo faceva indifferente, in fondo, a tutti gli averi, come il senso delle cose fosse un altro”), e prende corpo nell’incontro con l’Iguana:

 

Grande […] fu la sorpresa del Daddo, nell’accorgersi che quella che egli aveva preso per una vecchia, altri non era che una bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembialetto fatto di vari colori, giacché era la somma evidente di tutti i cenci della famiglia. In testa, a nascondere l’ingenuo muso verdebianco, quella servente portava una pezzuola anche scura. Era scalza. […]

[I]l giovane si rese conto, stordito, che la creatura che egli aveva chiamato “nonnina” era, in realtà, ancor meno di una ragazza, essendo una iguanuccia di non più di sette o otto anni, che solo il grinzoso aspetto della sua specie, e un deperimento che si poteva attribuire a varie cause, come il portare pesi, il servire assiduo e non so che selvaggio abbandono, troppo grave anche all’infanzia di una bestia, avevano come accartocciata e incupita.

 

Per Daddo, di fronte alla miseria di Estrellita, la sua natura non umana è un particolare secondario, subito familiarizzato (“una iguanuccia”), che lascia il posto a un sentimento di spontanea vicinanza e di riprovazione per le sofferenze patite (“non so che selvaggio abbandono, troppo grave anche all’infanzia di una bestia”). Nella scelta rappresentativa dell’autrice, lo stupore di trovarsi di fronte a un animale fantastico, a una metamorfosi a metà (né del tutto rettile, né del tutto donna) è immediatamente sostituito dalla compassione e dalla cura (qui segnate dai termini “nonnina”, “bestiola”, “bambino” e dall’uso descrittivo dei diminutivi e dei vezzeggiativi). Per Ortese non deve essere tanto la natura non umana di Estrellita a turbare Daddo, quanto la sua fragilità e sofferenza, espressa anche nei toni con cui sono raffigurati il suo abbigliamento e il suo aspetto.

Quasi come se Ortese li presentisse con trent’anni di anticipo, nell’emarginazione dell’Iguana è possibile riconoscere tutti i dualismi indicati da Val Plumwood. Vi ritroviamo infatti il dualismo di maschile/femminile, di umano/non umano, padrone/servo; ma anche quello di pubblico/privato (dove la sfera del privato è quella della semi-reclusione dell’Iguana, relegata in un buio sottoscala e costretta a farsi quasi invisibile); di soggetto/oggetto (la sua identità non è autonoma, ma dipende da una pura funzione di utilità); di razionalità/animalità (e ricorre, nei padroni, l’idea “dell’animalità come, necessariamente, assenza del bene sommo dell’anima”); di universalità/particolarità (come appare, l’Iguana è uno scherzo della natura e non ci sono categorie universali in cui possa essere riconosciuta e “salvata”); di civilizzato/primitivo e cultura/natura (esemplificati hegelianamente anche dall’ignoranza dell’Iguana e dalla povertà del suo linguaggio, opposte alla vocazione poetica di don Ilario); di libertà/necessità (dopo il ripudio, Estrellita diviene uno “strumento animato”, quasi un puro meccanismo).

Tra tutti questi costrutti di dominio, fondamentale è certo quello dell’oppressione sociale...