Saggistica

tratto da

Ecologia letteraria

Una strategia di sopravvivenza

di Serenella Iovino

prefazione: Cheryll Glotfelty, collaborazione: Scott Slovic

2006 - pagine: 160 - euro 16,00 - ISBN 88-89014-41-5

La cittadinanza ecologica

stralcio

Concependo l’ambiente (e gran parte dell’umanità) in termini di risorse, la globalizzazione economica è un argine alla costruzione di una cultura della coappartenenza tra esseri umani e natura. D’altro canto, il multiculturalismo intrinseco in questa globalizzazione non consente “narrazioni locali” che non siano espressione di una diversità funzionale alla santificazione dello status quo, rendendo quindi di per sé impossibile una dimensione narrativa, ossia comunicativa, plurale e orizzontale, dell’etica.

La cultura ambientale si è misurata in molti modi con questi problemi. L’esigenza di strategie che rispondessero alla “sfida etica” (Singer, 2003) lanciata dalle “monoculture globali” (Berg, 1981) o dalle tendenze a dissolvere il legame tra umanità e natura per sostituirvi i vincoli del libero mercato, si è anzi manifestata con tenacia e in forme diverse. Si tratta di “strategie di sopravvivenza” talora agli antipodi, come il bioregionalismo e il cosmopolitismo ambientale, che propongono di rileggere la relazione ecologica tra natura ed esseri umani ora come un paradigma di “autenticità” politico-culturale, ora come un’estensione degli ideali comunicativi. In tutti i casi, però, l’accento cade sulla costruzione di un’identità relazionale, in cui rientrano tanto i legami sociali, quanto quelli ecologici. In quest’identità è contemplato, cioè, uno scenario etico di azioni condivise in un ambiente comune, nella convinzione che la specificità umana consista principalmente nella messa in atto di pratiche responsabili, e che idee come fedeltà alla tradizione, storia, politica, possano essere reinterpretate in un’ottica pragmatica e creativa.

 

L’alternativa più radicale alle derive della globalizzazione è quella proposta dal bioregionalismo. Il bioregionalismo si presenta innanzitutto come una proposta politica. In esso si concentra un comunitarismo che consiste nel ritrovare una base locale per le politiche di gestione del territorio, e nel far confluire in questa gestione principi economici, etici ed ecologici... il bioregionalismo implica anzitutto un coinvolgimento attivo da parte dei membri delle comunità. Ciò significa che esso non è solo un progetto meramente politico-gestionale, ma anche un progetto culturale. Insieme a un forte senso di appartenenza al territorio, nell’“identità ecologica” confluiscono infatti il recupero di tradizioni legate ai luoghi, la pratica di lingue e dialetti messi in ombra dalle lingue nazionali, la riscoperta di riti e conoscenze indigene ecc. È questo che si intende quando si sottolinea la centralità del “senso del luogo” (sense of place): un’idea complessa di intimità col territorio che si concretizza in una forma radicata di sensibilità e di expertise.

Valorizzando l’identità ecologica, e incrementando in questo modo il senso di una gestione responsabile su scala “bio-comunitaria”, l’approccio bioregionale propone se stesso come la soluzione più idonea alla crisi ambientale. Tuttavia molti critici, oltre a mettere in luce le difficoltà pratiche connesse al “cambio di paradigma” richiesto dal bioregionalismo, hanno individuato in esso non pochi aspetti discutibili. Nell’affermazione di un’identità place-based, infatti, si è visto il pericolo di un eco-individualismo, che può collidere con la necessità di dare una risposta collettiva alla crisi ecologica globale. Proprio perché fondate sul legame di appartenenza al luogo, le comunità bioregionali, rischiano di apparire particolaristiche e dominate più da principi di esclusione che non di inclusione... In realtà, messo al riparo dalle derive particolaristiche e interpretato come una “sensibilità” (Alexander, 1990) e una forma della cultura ambientale, il bioregionalismo è un valido esempio di “strategia di sopravvivenza” delle realtà locali di fronte all’incalzare della globalizzazione. Realtà locali che non sono tanto intese come isole di civiltà, astratte dal contesto naturale, ma proprio come forme di “sapere ecologico”, un sapere che deve la sua esistenza al legame che le comunità umane hanno, nel corso della loro storia, intrecciato con il territorio a cui appartengono.

 

Che il quadro di riferimento delle politiche ambientali non possa esaurirsi entro i confini di una bioregione, è un punto su cui i critici del bioregionalismo hanno spesso insistito... L’obiezione più comune è che, nel mondo globale, globale è anche l’accezione stessa di ambiente, e che i problemi di questo ambiente sono tout court i problemi delle società umane. Insistere, perciò, sui confini bioregionali è come abbracciare l’idea di un “luogo” astratto da uno “spazio” circostante che lo determini come tale... La proposta del cosmopolitismo ambientale è di trascendere il piano locale, e fare riferimento alle reti politiche internazionali che si costruiscono a partire da questa identità e da questi valori. Un’“etica dell’ambiente globale” riconosce come valori prominenti “la preservazione della diversità, sia biologica che culturale, e la protezione dei diritti delle minoranze”. È chiaro, dunque, che più del bioregionalismo, un cosmopolitismo “eco-inclusivo” è in grado di tenere insieme gli interessi dell’ambiente e le questioni sociali. E, più di uno bioregionale, è un approccio cosmopolitico quello in grado di vedere anche in questa “identità ambientale” non un punto di partenza, ma il punto d’arrivo di un confronto negoziato sulla cui base è possibile implementare progetti internazionali e concertare politiche ambientali... Con queste premesse, la salute dell’ambiente non è solo un valore, ma anche un diritto, che alcuni hanno proposto di integrare tra i diritti umani fondamentali, e che alcune costituzioni riconoscono già tra i diritti fondamentali e inalienabili dei cittadini (Nickel e Viola, 1994). Nella proposta di Peter Singer (2003), questo significa da un lato porre in discussione le strutture forti del potere globale (come il Fondo monetario internazionale o la Banca Mondiale), dall’altro ridare efficacia alle norme del diritto internazionale a tutela dei diritti umani e dell’ambiente15 e rafforzare in senso ecologico organismi internazionali come l’Onu.16 Ciò, nell’obiettivo più generale di creare un’inclusione reciproca di diritti umani e diritti ambientali (...).

La conseguenza di tale discorso è che occorre anche ridiscutere l’idea stessa di sovranità nazionale, e il senso anacronistico di confine che essa comunica. Questo implica rimettere in gioco, insieme a quella di sovranità, la nozione di comunità, intendendola cioè non in senso territoriale, ma mondiale. Ammessa, infatti, la natura convenzionale del concetto di nazione come “comunità politica immaginata” che vive solo nelle menti di coloro che si sentono cittadini di uno stesso paese (Anderson, 1996), può essere utile una “immaginazione” più estesa: “I nostri problemi sono ora troppo intrecciati per poter essere adeguatamente risolti in un sistema basato sugli stati-nazione, in cui i cittadini garantiscono la loro primaria, e pressoché esclusiva, fedeltà al proprio paese invece che alla più ampia comunità globale”.

Se allora la fedeltà che dobbiamo alla nostra comunità “non si basa su una comunità che esiste indipendentemente dal modo in cui noi vediamo noi stessi”, immaginare un altro mondo è possibile, a patto dunque di immaginare creativamente noi stessi come persone possibili.

 

Per dare corpo a questa immaginazione, bisogna però calarla nella pratica concreta della vita democratica, e farne un patrimonio condiviso da un insieme di persone. L’idea di cittadinanza ecologica risponde a questa necessità e, in una certa misura, perviene a una sintesi tra la sensibilità bioregionale e le esigenze di un’etica dell’ambiente globale (...). È una proposta pragmatica e al tempo stesso normativa, che si lega direttamente all’idea che esistano valori connessi alla conservazione dell’ambiente come bene di tutti, e che per la comunità umana sia doveroso riconoscere in tali valori l’oggetto di una responsabilità condivisa. Per questo, su un piano più vicino alla vita dei singoli che non quello cosmopolitico delle politiche internazionali e tuttavia più inclusivo che non quello potenzialmente nimbystico del bioregionalismo, l’idea di una cittadinanza e l’appartenenza a una comunità democratica, orizzontale, in cui tutti i membri sono impegnati allo stesso modo, permette di superare la dicotomia tra locale e globale, e tra interesse pubblico e privato. In una società che richiede innanzitutto uno sforzo comune per la sostenibilità, la partecipazione democratica ai processi decisionali sulle questioni relative all’ambiente è cruciale, e può essere supportata solo incoraggiando un modello di identità sociale in cui le persone si riconoscono come cittadini, piuttosto che come consumatori (...). Come ha sottolineato Andrew Light, una cittadinanza ecologica implica un modello democratico, che incoraggi la partecipazione dei cittadini ai progetti di conservazione ambientale, a cominciare da quelli relativi alla tutela e al recupero di spazi appartenenti alla comunità. Preservando e recuperando l’ambiente comune, è come se la società preservasse e recuperasse se stessa come struttura democratica. Questo, in una prospettiva globale, può significare tanto produrre “un insieme di norme morali culturalmente radicate, che si rivela in assoluto la cosa più utile alla sostenibilità ambientale”, quanto la possibilità di instaurare un circolo virtuoso anche sul piano economico (per esempio, creando lavori connessi ai progetti di recupero).

Quello che occorre, in un orizzonte globalizzato, è dunque lavorare per strategie di sopravvivenza ambientali che permettano la costruzione di un’identità ecologica intesa innanzitutto come un’identità estesa e partecipativa. Un’identità del genere, oltre a presupporre implicitamente un cosmopolitismo pragmatico e operativo, è radicata nel territorio senza esserne intrappolata. Essa si concepisce come un progetto etico-educativo, e in questo senso si è parlato di una “alfabetizzazione ambientale” che unisca un’educazione politica a un progetto culturale postmoderno...

L’ipotesi proposta da Light di integrare nel concetto di cittadinanza, eminentemente democratico, una forte coloritura ecologica è, allora, proprio il ponte (o, se si preferisce, la sintesi) tra il “globale” dell’orizzonte cosmopolitico e il “locale” del bioregionalismo. Con il concetto di cittadinanza, infatti, quel locale non rimane isolato e astratto, ma diventa attivo all’interno di una costruzione più ampia di supporto reciproco tra comunità umane e ambiente naturale: cosa, questa, che non ha senso se non in una prospettiva estesa, in generale, a tutto l’ambiente e a tutte le comunità umane... Nell’ambiente globale, cioè, siamo tutti “vicini di casa”: “benché tutti gli stati siano sovrani, a livello individuale essi non sono liberi di fare tutto ciò che vogliono”. Questo sistema di cooperazione sovranazionale, fondato sull’idea di un’“etica civile globale” comprendente un “insieme di valori primari in grado di unire persone di ogni retroterra culturale, politico, religioso o filosofico”, è finalizzato a stabilire “equità e giustizia”, “a ridurre le disparità, e a creare, in tutto il mondo, una distribuzione più equilibrata di opportunità”. L’equità sociale e la sostenibilità ecologica sono dunque i due volti di un’unica etica globale della cura.

Comprendere questo, e costruire intorno a ciò una rete di collaborazione progettuale e di responsabilità condivisa non solo dà modo di concepire la possibilità di “metanarrazioni postmoderne” (Cheney, 1989; Gare, 1995), ma consente anche di immaginare un’identità inclusiva da cui prenda slancio quella “rivoluzione culturale” che prelude a ogni vero cambiamento politico. E questa è una cosa che, in quello che l’Unesco ha dichiarato il Decennio dell’educazione alla sostenibilità (2005-2014), non può rimanere solo un progetto, ma va considerato come la condizione della sopravvivenza e del benessere del pianeta.