State of the World 2006
Rapporto sullo stato del pianeta - Focus Cina e India
a cura di Gianfranco Bologna
Rapporto sullo stato del pianeta - Focus Cina e India
a cura di Gianfranco Bologna
stralcio
Nel 2004 sono stati prodotti nel mondo circa 258 milioni di tonnellate di carne, il 2% in più rispetto al 2003. La produzione mondiale è quintuplicata rispetto a quella del 1950 e duplicata rispetto a quella degli anni 70 (la carne di maiale occupa il primo posto, seguita dal pollame e dal manzo).Il consumo di carne sta aumentando rapidamente non tanto negli Stati Uniti o in Europa, ma nei paesi in via di sviluppo, dove oggi una persona consuma in media quasi 30 kg di carne l’anno (nei paesi industrializzati il consumo pro capite è di circa 80 kg l’anno). Infatti dalla metà degli anni 70 alla metà degli anni 90, il consumo di carne nei paesi in via di sviluppo è aumentato di 70 milioni di tonnellate, quasi il triplo dell’incremento verificatosi nei paesi industrializzati.
Christopher Delgado, dell’International Food Policy Research Institute (IFPRI) di Washington, attribuisce in parte questa impennata dei consumi dei paesi in via di sviluppo alla rapida crescita della popolazione e all’aumento dei redditi. Questi fattori sarebbero stati responsabili, negli anni 70, di una “rivoluzione dell’allevamento”, simile alla “rivoluzione verde” dei cereali verificatasi negli anni 60. Delgado fa notare che tendenzialmente ogni volta che le persone hanno più soldi da spendere in prodotti alimentari, la scelta cade principalmente sulla carne. Questa “transizione alimentare” fa crescere la domanda di pollo, manzo, uova, formaggio e altri prodotti di origine animale.
Secondo le proiezioni dell’IFPRI, il consumo di carne è destinato a crescere ancora: nel 2020 la popolazione dei paesi in via di sviluppo consumerà più di 36 kg di carne pro capite, il doppio rispetto agli anni 80. In Cina il consumo sarà di 73 kg l’anno, con un incremento del 55% rispetto al 1993, mentre nel Sud-Est asiatico il consumo di carne subirà un’impennata del 38%. Persino in Africa si prevede il raddoppio della domanda di carne: nelle regioni a nord e a sud del Sahara il consumo passerà dai 2,4 milioni di tonnellate del 2004 ai 5,2 milioni del 2020. I paesi industrializzati, tuttavia, continueranno a essere i principali mangiatori di carne, con un consumo che nel 2020 raggiungerà quasi 90 kg pro capite l’anno.
Oggi gli allevamenti intensivi rappresentano il sistema di produzione di carne a maggiore sviluppo. Anche se la definizione varia a seconda dei paesi, gli allevamenti industriali (CAFO, confined animal feeding operations) prevedono tutti la concentrazione di centinaia di migliaia di bovini, suini, polli o tacchini, a cui viene lasciato accesso minimo o nullo alla luce naturale e all’aria aperta e ridotta possibilità di vivere secondo natura. Queste strutture sono in grado di produrre milioni di animali ogni anno.
Oggi i sistemi industriali producono il 74% del pollame, il 50% della carne suina, il 43% della carne bovina e il 68% delle uova. I paesi industrializzati dominano la produzione, ma quelli in via di sviluppo stanno ampliando e intensificando notevolmente i propri sistemi di produzione. Secondo la FAO, l’Asia è la regione del mondo in cui il settore dell’allevamento del bestiame ha lo sviluppo più rapido, seguita dall’America latina e dai Caraibi.
La produzione industriale della carne ha cominciato a diffondersi all’inizio del 20¾ secolo, quando il bestiame allevato all’aria aperta in America occidentale veniva ammassato e trasportato nei macelli dell’Est. Il libro di Upton Sinclair, La giungla (The Jungle, 1906) descrive la situazione degli Stati Uniti di circa un secolo fa, quando non esistevano sicurezza alimentare, regolamentazione del lavoro e misure di protezione ambientale. La giungla fornisce orribili dettagli sui macelli di Chicago e una serie di rivelazioni shock sulle condizioni inflitte sia agli animali sia ai lavoratori, trattati anch’essi come bestie e costretti a lavorare tutto il giorno per misere paghe, in condizioni pericolose e senza misure di sicurezza.
Il libro predisse anche l’influenza e il potere che l’industria della carne avrebbe avuto nel futuro. Oggi quattro produttori controllano l’81% del mercato delle carni bovine degli Stati Uniti. La stessa cosa vale per la carne di maiale e il pollame: la Tyson Foods, la Pilgrim’s Pride e altre due aziende controllano il 56% dell’industria statunitense di pollame. La Tyson si vanta di essere “il maggiore fornitore di prodotti proteici del pianeta” ed effettivamente è il più grande produttore del mondo di carne, con un fatturato di oltre 26 miliardi di dollari. La Smithfield Food, prima azienda del mondo di produzione e lavorazione di carne di maiale e quinta per il confezionamento delle carni bovine, vanta un fatturato di 10 miliardi di dollari l’anno.
L’influenza di queste aziende sull’agricoltura non resta confinata negli Stati Uniti. Se La giungla fosse stato scritto ai giorni nostri, non sarebbe stato ambientato nel Midwest americano: la grande industria agroalimentare sta spostando la produzione nei paesi dove sono in vigore leggi meno restrittive rispetto all’Europa e agli Stati Uniti, dove le misure di protezione ambientale e la regolamentazione del lavoro sono sempre più severe. Dalla Cina al Brasile, all’India e all’ex Unione Sovietica, la carne è ormai un prodotto globalizzato e controllato da una manciata di multinazionali.
I problemi che Upton Sinclair aveva individuato un secolo fa – tra cui le pericolose condizioni di lavoro, i metodi di processamento non controllati igienicamente e l’inquinamento ambientale – permangono tuttora. Alcuni di questi aspetti sono anzi addirittura peggiorati: i miliardi di tonnellate di concime che inquinano le nostre acque e l’aria che respiriamo stanno dando origine a delle “mini Chernobyl” con potenzialità distruttive anche maggiori, e l’economia legata all’allevamento intensivo degli animali danneggia inevitabilmente le comunità locali e gli allevatori indipendenti. �