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Annuari

tratto da

State of the World 2006

Rapporto sullo stato del pianeta - Focus Cina e India

di Worldwatch Institute

a cura di Gianfranco Bologna

2006 - pagine: 362 - euro 19,00 - ISBN 88-89014-39-3

ONG “verdi” in Cina

stralcio

Negli ultimi vent’anni, all’esplosione economica ha corrisposto un’implosione ecologica.

Il degrado ambientale sta costando alla Cina quasi il 9% del suo prodotto interno lordo (PIL). Nelle grandi concentrazioni urbane l’aria è gravemente inquinata a causa della combustione di carbone e della circolazione di un numero di automobili sempre in aumento. Ipersviluppo e miopia nella gestione di fiumi, foreste, pascoli e terreni mettono a rischio sia la sussistenza di chi vive nelle zone rurali sia la biodiversità di animali e piante, ancora molto ricca in Cina ma in rapida dissoluzione.

 

Questa distruzione dell’ambiente è collegata alle dinamiche politiche sottese alle recenti riforme economiche della Cina, per altro – in termini di PIL – perfettamente riuscite.

Grazie al decentramento dei poteri dal governo centrale a quelli locali e alla massiccia crescita delle imprese private, la crescita del PIL generata dalle riforme degli anni 80 è stata davvero straordinaria. Il decentramento ha consentito alle amministrazioni locali di creare opportunità di sviluppo economico che, se hanno migliorato il tenore di vita di milioni di persone, hanno però comportato alti costi per l’ambiente. Le potenti amministrazioni locali e le imprese aggirano regolarmente leggi e direttive ambientali; a livello locale, i funzionari fanno carriera unicamente in base a criteri di crescita economica, mentre le loro responsabilità sociali e ambientali non sono tenute in alcun conto. Le amministrazioni locali non sono incentivate a prevenire l’inquinamento e proteggere le risorse di terra, acqua e foreste, soprattutto da quando il decentramento ha ridotto considerevolmente la possibilità del governo centrale di far rispettare le leggi di tutela ambientale.

Di fronte a tali spaventosi problemi ambientali, negli anni 80 il governo cinese aveva iniziato a introdurre leggi in questo campo, accogliendo contributi sia da ONG internazionali che da Agenzie di aiuti bilaterali e multilaterali. Nei primi anni 90 i leader cinesi avevano capito che, dato il ridimensionamento del potere esecutivo centrale, per affrontare l’emergere di nuovi disagi sociali e ambientali e non perdere il controllo sulle amministrazioni locali avevano bisogno di aiuto; così nel 1994 il Congresso Nazionale del Popolo (CNP) sancì legalmente la costituzione di un albo delle organizzazioni sociali che, per la prima volta, garantiva lo status delle ONG indipendenti. I gruppi ambientalisti furono i primi a iscriversi e oggi costituiscono la fetta più ampia delle associazioni della società civile cinese.

 

Oltre alla legge sulla registrazione, le politiche ambientali cinesi hanno via via creato spazi politici e opportunità affinché le ONG ambientaliste potessero operare controlli sulle amministrazioni locali e le industrie. Di centrale importanza, da questo punto di vista, è stata la priorità data dal governo ai temi ambientali, che si è tradotta in numerose normative che facilitano la partecipazione pubblica ai processi decisionali e gestionali. Indicativo di tali nuove priorità è il decimo Piano Quinquennale (PQ 2001-2005), il più “verde” mai approvato dal governo: gli investimenti destinati all’ambiente sono stati portati a 85 miliardi di dollari e quasi completamente rispettati. Oltre a porsi obiettivi ambiziosi (tra i quali il raggiungimento del 50% di trattamento delle acque reflue urbane, una espansione delle riserve naturali e un aumento dell’utilizzo di gas naturale), il decimo PQ prevede notevoli investimenti per il ripristino di laghi e fiumi di cruciale importanza, per installare impianti di trattamento delle acque reflue e dei rifiuti tossici e per una massiccia campagna di riforestazione in tutto il paese. L’undicesimo PQ si preannuncia con ancora maggiori stanziamenti per la protezione dell’ambiente e per l’efficienza energetica, il che sottolinea il maggiore impegno (ma non necessariamente la capacità) del governo centrale ad affrontare i problemi ecologici.

 

Un altro indicatore di questo crescente impegno è rappresentato dal nuovo slogan adottato dal Partito Comunista Cinese per la campagna nazionale: “Costruire una società armoniosa”. Invece di puntare sulla crescita economica, come avveniva nel periodo della riforma, questo tema pone come priorità il rafforzamento della democrazia e della legalità in un quadro di promozione di equità e giustizia, di sincerità e amicizia, di vitalità e ordine e, infine, di armonia tra esseri umani e natura. Principi che chiariscono quali siano le priorità dei massimi leader politici cinesi e che rappresentano l’importanza attribuita all’ambiente e alla partecipazione della società civile.

Mentre la prima legge sulla protezione ambientale, del 1979, garantiva in modo molto vago il diritto a influenzare l’elaborazione e l’attuazione delle politiche ambientali, la recente modifica di vecchie leggi e le nuove normative ha fornito ai cinesi nuovi e più duttili strumenti per incidere sulla prevenzione dell’inquinamento e sulla gestione delle risorse naturali. Particolarmente importante la legge sulla Valutazione d’impatto ambientale, emanata nel 2003. Il testo precedente riguardava solo l’edilizia, mentre il nuovo estende l’obbligo di valutazione ai progetti e ai finanziamenti delle infrastrutture. Inoltre i report di impatto ambientale devono essere pubblicati e resi disponibili al pubblico dibattito.

Questa legge ha già reso più facile per il SEPA intervenire con vigore nella tutela ambientale, tanto che, con mossa a sorpresa, nel gennaio 2005 ha sospeso 30 progetti di grandi opere in vari luoghi della Cina per le quali non erano state effettuate le procedure di valutazione di impatto previste dalla nuova legge. Erano progetti piuttosto grandi, tra cui la centrale idroelettrica di Xiluodu (lungo il fiume Jinsha, nel tratto superiore dello Yangtze) per la quale erano previsti investimenti di oltre 44 miliardi di yuan (più di 40 miliardi di euro).

Sospensione non significa però cancellazione definitiva: una volta completate le procedure, nel giro di pochi mesi quasi tutti i progetti sono ripartiti. Pan Yue, vicedirettore del SEPA – e persona abituata a parlare francamente – ha dichiarato che questa prima “vittoria” nel sospendere progetti caratterizzati da particolari fattori di rischio non significa che il SEPA sia in grado di esercitare un controllo completo della compatibilità ambientale di tutti i progetti. Pan Yue sostiene che, pur essendo la valutazione di impatto sotto diretto controllo governativo, il SEPA non è in grado di effettuare tutte le necessarie supervisioni ed è perciò necessaria una maggior partecipazione pubblica. Il SEPA, continua Pan, ha intenzione di convocare assemblee e forum per coinvolgere maggiormente la società civile ma sarà necessario che il SEPA e i suoi Dipartimenti elaborino gli strumenti e le procedure per rendere possibile questa partecipazione.

 

Alcune ONG internazionali, come l’American Bar Association (una associazione di volontariato legale composta da giuristi), il National Democratic Institute e la Ecolinx Foundation hanno collaborato con il SEPA e i suoi dipartimenti alla formazione di operatori in grado di condurre tali incontri pubblici. A marzo 2005 la Banca Mondiale e il Department for International Development della Gran Bretagna hanno aiutato il SEPA a organizzare un seminario a Pechino per mettere in comune esperienze cinesi e internazionali su come migliorare la valutazione d’impatto dei progetti.

Nel 2004, oltre alla normativa sull’impatto ambientale, altre nuove leggi hanno fornito alla società civile e alle ONG strumenti legali più incisivi per partecipare alle decisioni politiche.