Saggistica

tratto da

Bilancio Terra

Gli effetti ambientali dell'economia globalizzata

di Lester R. Brown, Janet Larsen, Bernie Fischlowitz-Roberts

prefazione: Gianfranco Bologna

2003 - pagine: 240 - euro 19,80 - ISBN 88-86412-96-7

Il mondo in bilico su un barile

stralcio dal capitolo 3 pagina 141

Settembre 2000

Giovedì 7 settembre 2000: il prezzo di mercato del petrolio è salito a 35,39 dollari al barile, il valore più alto raggiunto dal novembre del 1990, appena prima della Guerra del Golfo. Questa più recente escalation non solo minaccia una recessione di portata mondiale, ma per gli Stati Uniti segna anche un cambiamento negativo in termini di mercato internazionale: un cambiamento che aumenterà il già cospicuo deficit commerciale.

Di recente i rappresentanti dell’OPEC, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, si incontreranno a Vienna, nel quartiere generale dell’Organizzazione, per valutare la richiesta avanzata dai paesi importatori di aumentare la produzione giornaliera di petrolio di almeno 500.000 barili. Ma potrebbe essere troppo poco e troppo tardi. Con le economie dell’Asia orientale, inclusa quella della Cina, tuttora in espansione, e con la produzione petrolifera statunitense in calo per otto anni di seguito, nemmeno un aumento di produzione di 500.000 barili potrebbe riportare i prezzi a livelli più bassi.

Per gli Stati Uniti, che pagano parte del petrolio importato esportando cereali, queste non sono buone notizie. I movimenti di cereali e di petrolio sono limitati a una manciata di paesi, con i cereali provenienti in gran parte dal Nord America e il petrolio per lo più dal Medioriente. Gli Stati Uniti, che dominano le esportazioni di cereali persino più di quanto l’Arabia Saudita tenga in mano quelle di petrolio, sono sia il maggiore esportatore di cereali sia il maggiore importatore di petrolio del mondo. Ironia della sorte, tutti gli 11 paesi membri dell’OPEC sono importatori di cereali.

Prendendo come esempio il prezzo del grano, si possono facilmente monitorare i cambiamenti nei tassi di scambio cereali/petrolio. Dal 1950 fino al 1972 i prezzi sia del grano sia del petrolio sono rimasti straordinariamente stabili. Nel 1950, quando il grano costava 1,89 dollari al bushel e il petrolio 1,71 dollari al barile, un bushel di grano poteva valere 1,1 barili di petrolio. In qualsiasi momento, per un periodo di 22 anni, sul mercato mondiale un bushel di grano poteva essere scambiato con un barile di petrolio.

Con l’impennata del prezzo del petrolio del 1973, le cose hanno preso a cambiare. Nel 1979, l’anno del secondo rialzo del petrolio, l’OPEC aveva già portato quel rapporto a circa 4 a 1. Nel 1982, quando il petrolio aveva superato i 33 dollari al barile, il rapporto di scambio grano/petrolio era di 8 a 1. Tale vertiginoso aumento del potere d’acquisto del petrolio provocò il più imponente spostamento internazionale di ricchezza mai visto.

Oggi, a 27 anni di distanza dal primo rincaro del petrolio, il mercato sta di nuovo virando a favore dell’OPEC. Con i prezzi dei cereali ai valori minimi degli ultimi vent’anni, e quello del petrolio al valore più alto degli ultimi dieci, si calcola per quest’anno un rapporto grano/petrolio di 10 a 1. Ancora una volta l’OPEC tiene in pugno gli Stati Uniti. La rapida crescita del parco di fuoristrada (i famosi SUV, Sport Utility Vehicle, ndr) che succhiano litri e litri di carburante, unita al calo della produzione petrolifera nazionale, rendono gli Stati Uniti dipendenti dalle importazioni per una quota record del 57% dei consumi. Il risultato è una maggior vulnerabilità, rispetto al 1973, sia al rincaro del greggio sia alla riduzione delle scorte interne.

Questa, tuttavia, non è la sola minaccia alla sicurezza internazionale. I cambiamenti climatici prodotti dall’uso di combustibili fossili nel lungo periodo potrebbero rappresentare un pericolo ancora più grande per la stabilità economica e politica mondiale. La scoperta fatta da una nave rompighiaccio il mese scorso, relativa alla presenza di acque aperte al Polo Nord, è solo uno dei tanti segnali recenti di alterazione climatica indotta dall’uomo. Lo spessore ghiacciato dell’Oceano Artico è diminuito del 40% in 35 anni. Gli scienziati oggi ritengono che, al massimo tra cinquant’anni, durante l’estate il ghiaccio artico potrebbe scomparire del tutto.

Anche dalla Groenlandia giungono segnali evidenti. Se la fusione del ghiaccio arrivasse a interessare tutta la massa congelata dell’isola, che è grande tre volte il Texas e che in alcuni punti è spessa oltre 3.000 metri, il livello del mare crescerebbe di ben 7 metri. Oltre a ciò, i cambiamenti climatici possono comportare eventi meteorologici ancora più estremi, come ondate di caldo più violente, uragani più devastanti e inondazioni più imponenti.

Il mondo ha intrapreso la strada che dal petrolio e dal carbone porta alle fonti energetiche che non danneggiano il clima. Dal 1990 al 1999 il crescente sviluppo registrato da questo settore energetico dà un’idea della transizione in corso. A livello mondiale la produzione di energia da fonti eoliche è aumentata del 24%, da celle solari del 17% e da fonti geotermiche del 4 % l’anno. Al contrario, il consumo globale di petrolio è cresciuto dell’1% l’anno, mentre quello di carbone è in realtà sceso della medesima percentuale.

Persino gli amministratori delegati delle compagnie petrolifere parlano di transizione da un’economia energetica basata sul carbonio a una basata su idrogeno e solare. La British Petroleum è oggi nel mondo l’azienda leader nella produzione di celle solari, e intanto la Shell sta aprendo la strada alla nuova economia dell’idrogeno. Tutti i principali produttori di automobili lavorano alla creazione di motori a celle a combustibile. I giapponesi hanno sviluppato per l’edilizia un materiale dalle proprietà fotovoltaiche che trasforma i tetti degli edifici in veri impianti per la produzione di energia elettrica per uso domestico.

La Danimarca attualmente ricava il 10% dell’elettricità che consuma dal vento. Per lo Schleswig-Holstein, la regione più settentrionale della Germania, questa quota arriva al 14% e nella provincia spagnola di Navarra è del 22%. Ma i segnali della nuova economia energetica si percepiscono attraverso i tetti solari del Giappone e le turbine a vento sparse per l’Europa.

Un’indagine nazionale sulle risorse eoliche condotta dal Dipartimento dell’energia statunitense indica che tre stati – il Kansas, il North Dakota e il Texas – possono intercettare energia eolica sufficiente a soddisfare il fabbisogno di elettricità di tutto il paese. Con le nuove wind farm attivate negli ultimi due anni nello Iowa, nel Minnesota, nel Texas e nello Wyoming, la capacità generativa da fonti eoliche degli Stati Uniti è aumentata del 29% solo nel 1999.

La produzione di elettricità dal vento è entusiasmante perché di norma i soldi spesi per acquistarla rimangono all’interno della comunità, mentre quelli spesi per l’elettricità derivata da petrolio possono finire in Medioriente. Per giunta l’energia di origine eolica – oltre ad essere poco costosa – può servire anche per produrre idrogeno per i motori a celle a combustibile nei momenti in cui la richiesta di elettricità è più bassa, per esempio di notte.

Come dimostrano questi esempi, la transizione verso una nuova economia energetica è partita ma non sta procedendo a velocità ottimale. È giunto il momento di riprogrammare il sistema fiscale, sia per contenere la minaccia rappresentata dall’aumento dei prezzi del petrolio, sia per stabilizzare il clima. Ciò è possibile con una riduzione della pressione fiscale sul reddito personale e sulle aziende, da controbilanciare con un aumento delle tasse sulla benzina. I membri dell’OPEC sanno che il costo di produzione del petrolio in Arabia Saudita, che sul piano delle riserve mondiali fa la parte del leone, è di circa 2 dollari al barile. E sanno anche che spingendone il prezzo troppo in alto scateneranno una recessione globale. Ma questo non è nel loro interesse.

In generale per i prodotti petroliferi c’è un prezzo rispetto al quale un ulteriore aumento sarebbe rovinoso per tutti. Ma in questo caso la questione è stabilire chi intasca la differenza tra il basso costo di produzione e questo ben più alto prezzo di mercato. Se i paesi importatori spingono i prezzi della benzina, del gasolio, del carburante per gli aerei e di altri prodotti petroliferi verso questo limite attraverso una severa tassazione, allora il potere dell’OPEC di alzare i prezzi risulta diminuito. Questo è il motivo per cui in un incontro con il presidente Bill Clinton tenutosi all’inizio di questa settimana, il principe saudita Abdullah ha esortato i paesi importatori a ridurre le tasse sulla benzina e gli altri prodotti.

Se saremo noi a prendere l’iniziativa alzando le tasse sulla benzina e abbassando quelle sul reddito, l’aumento delle prime si tradurrà in una fonte di ricchezza collettiva, mentre i singoli trarranno vantaggio dalla diminuzione delle seconde. Ma se non opereremo tale rinnovamento e lasceremo che i paesi dell’OPEC continuino ad alzare i prezzi del petrolio, l’equivalente dell’aumento delle tasse per la benzina andrà ad arricchire soltanto l’OPEC. Di fatto pagheremo per la benzina lo stesso prezzo più alto, senza godere della riduzione delle tasse sul reddito.