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Annuari

tratto da

State of the world 2008

Innovazioni per un'economia sostenibile

di Worldwatch Institute

a cura di Gianfranco Bologna

2008 - pagine: 496 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-54-7

Introduzione

stralcio

Nel suo studio sulle conseguenze economiche del cambiamento climatico Nicholas Stern, già economista capo della Banca mondiale, descrive con lungimirante precisione i mutamenti attualmente in corso nell’atmosfera terrestre come “il più grave e ampio fallimento di mercato mai visto”. Si tratta di un doppio fallimento; in primo luogo perché l’economia globale non è preparata ad affrontarli, in secondo perché le teorie economiche attuali non riescono a capirlo.

È davvero un paradosso che sia proprio la trionfante vittoria dell’economia di mercato a mettere in discussione i dogmi su cui è fondata e che tanta parte hanno avuto nel suo trionfo. Le teorie economiche convenzionali si basano infatti sui mercati – grandi numeri di acquirenti e venditori – e non su una pianificazione che individui aree di impiego più efficiente delle risorse. I meccanismi di fissazione del prezzo e la spinta al profitto sono stati la molla che ha fatto scattare la corsa all’innovazione tecnologica e al soddisfacimento dei bisogni umani: alimentazione adeguata, acqua pulita, alloggi, mezzi di trasporto e una miriade di altre merci e servizi per miliardi di persone. Il capitalismo di mercato, per dirla con le parole di Daniel Yergin, ha raggiunto il “ponte di comando” del mondo moderno, trasformando in macerie ogni teoria che gli si opponesse, a cominciare dal comunismo.

I primi teorici dell’economia, come Thomas Malthus, avevano intuito i limiti biofisici all’interno dei quali operava l’economia del loro tempo. Ma, alla fine del 18° secolo, la Rivoluzione industriale li spazzò via quasi tutti, grazie a nuovi materiali che sostituivano quelli che iniziavano a scarseggiare e a nuove tecnologie che permettevano di trarre profitti fino a quel momento insperati da qualsiasi cosa, dalla produzione agricola alle fonti energetiche. Nello stesso periodo l’espansione coloniale e i flussi migratori della forza lavoro resero disponibili risorse ancora poco usate nelle Americhe e in innumerevoli altre parti del globo. Agli inizi del 20° secolo la crescita economica era diventata l’obiettivo primario di quasi tutte le nazioni e dei loro esperti nel settore: i redditi crescevano, e questo contribuiva a far uscire le masse dalla povertà creando illimitate possibilità a tutti i livelli dell’economia.

Quel modello economico è durato e dura tuttora, ma non sopravviverà al 21° secolo. In un mondo i cui limiti fisici sono sempre più evidenti, la crescita materiale non potrà continuare all’infinito; anche perché si tratta di una crescita esponenziale che investe paesi immensi e popolosi come la Cina e l’India. I limiti saranno raggiunti, e presto, in modo più rapido e catastrofico di quanto persino i più lungimiranti tra gli scienziati siano stati in grado di prevedere. Dalla scarsità inarrestabile dell’acqua alle impennate nei prezzi del greggio, fino alla pressoché totale sparizione dei banchi di pesca, i sistemi ecologici che sostengono l’economia globale sono sottoposti a un logorio sempre più pesante. Qualsiasi economista sia convinto di poter condurre un’analisi del mondo economico come se questo fosse separato dal mondo fisico avrà grossi problemi a trovare lavoro nei prossimi anni.

L’incessante progresso umano – di ordine sia materiale sia spirituale – dipende oggi da una trasformazione economica più profonda di quanto non sia stato dato vedere nel secolo scorso: e un mondo costituito da limiti richiederà un cambiamento. Le teorie economiche convenzionali che, senza tenere conto di questo aspetto, hanno finora prevalso, dovranno lasciare il passo alla realtà che già si profila all’orizzonte: quella delle economie sostenibili, che non gettano certo alle ortiche i principi dell’economia di mercato, a cominciare dalla capacità di ricorrere con oculatezza a risorse sempre più scarse, ma che allo stesso tempo riconoscono esplicitamente che l’economia umana non è che una parte dell’ecosistema globale che la racchiude. Questo nuovo ambito, la sostenibilità, partendo dall’analisi dei limiti economici imposti dal mondo fisico, propone un’ampia gamma di idee innovative per ristabilire un equilibrio tra economia ed ecosistema globale.

Lo State of the World 2008 è dedicato appunto a queste innovazioni, necessarie a rendere possibile l’avvento dell’economia sostenibile. Per questa edizione abbiamo chiamato a raccolta un gruppo di autori di grande spessore ed esperienza, che hanno approfondito tutti gli aspetti del problema: dal nuovo approccio alla produzione industriale ai nuovi indici di progresso economico, dalla microfinanza allo sviluppo dei mercati per le emissioni di gas serra fino alla protezione della biodiversità. Vogliamo farvi conoscere esempi inediti e illuminanti: alleanze imprenditoriali davvero all’avanguardia nell’ambito dell’energia solare, capitalisti che non temono di rischiare finanziando la creazione di imprese ecocompatibili, collettività che si stanno mobilitando per adottare criteri di sostenibilità a livello locale. Si tratta di iniziative diverse tra loro ma in grado di creare un mosaico di modelli economici e pratiche imprenditoriali che, a loro volta, possono costruire le fondamenta di economie che vanno incontro ai bisogni della popolazione senza per questo perdere di vista la difesa del pianeta.

Abbiamo lavorato a questo progetto con la netta sensazione che qualcosa di grande, oseremmo dire rivoluzionario, stia lottando per venire alla luce: lo provano imprenditori, investitori, politici e il settore pubblico in generale, tutti egualmente impegnati nella creazione delle strutture portanti dell’economia sostenibile. Vedere quante e quali innovazioni siano diventate realtà sull’onda dei timori per il cambiamento climatico che si è abbattuta sulla Terra nell’ultimo anno è una cosa che toglie il fiato; e certo va in questa direzione anche il conferimento del Nobel per la Pace ai più grandi climatologi del mondo e ad Al Gore.

Ancora più recente è la notizia, emblematica delle proposte innovative che oramai nascono quasi quotidianamente, secondo la quale la Virginia Tech, grazie a un accordo con l’investitore privato Hannon Armstrong, ha deciso di devolvere 100 milioni di dollari l’anno al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici dell’area di Washington. Annunci del genere si moltiplicano a centinaia: ma qui entra in gioco l’inedita e creativa alleanza tra capitali privati, competenze del settore no profit e politiche statali e governative decise finalmente ad agire.

Quando le idee innovative si incontrano ad alto livello con il mondo degli affari i risultati sono dirompenti. L’ammontare delle cifre impegnate in progetti “verdi” è strepitoso: a maggio 2007 Citigroup ha annunciato investimenti per 50 miliardi di dollari per contrastare il cambiamento climatico nei prossimi dieci anni, e nel 2006 la banca d’affari Goldman Sachs ha accresciuto del 50% il suo impegno iniziale nei confronti delle energie rinnovabili, portandolo a 1,5 miliardi di dollari. Si calcola che, nel 2006, il totale degli investimenti in nuove tecnologie energetiche ammonti a 71 miliardi di dollari, il 43% in più dell’anno precedente. Attualmente, tanto in Cina quanto negli Usa, le “tecnologie pulite” sono la terza voce degli investimenti in capitale di rischio. Ancora più importanti, forse, le novità che ci arrivano dalla Cina, che ha varato nuove leggi sulle energie rinnovabili, e dall’Europa, che ha approvato un sistema di permessi negoziabili per le emissioni di gas serra; tutto questo ci dice che questo tipo di investimenti continuerà e crescerà nel prossimo futuro.

È un vero salto di paradigma logico, dall’economia convenzionale a quella basata sull’ecologia o la sostenibilità, che richiederà cambiamenti di lunga durata e a tutti i livelli: accademici, pratici e politici. Stabilire prezzi per beni e servizi che tengano conto dei costi e dei benefici ambientali è uno di questi; facile in linea di principio, meno facile da far accettare ai singoli individui e alla classe politica. Moltissime altre idee saranno necessarie se vorremo davvero abbattere gli ostacoli al cambiamento, come per esempio nuove regolamentazioni che disciplinino il settore dell’elettricità domestica così da poter dimostrare che risparmiare energia conviene almeno quanto costruire nuove centrali, se non di più.

Ma l’economia sostenibile, se vorrà prevalere, dovrà andare incontro ai bisogni delle persone non meno che a quelli del pianeta. I sostenitori dell’economia di mercato e della globalizzazione battono spesso sullo stesso punto: ci sono 300 milioni di persone che, dal 1990 a oggi, sono uscite dalla povertà, e per la maggior parte vivono in Cina e in India. Ciò significa che ce n’è almeno un altro miliardo ancora più povero, e i paesi in via di sviluppo – che non hanno ancora tratto alcun beneficio dall’immensa crescita dell’economia globale nell’ultimo secolo – hanno tutte le intenzioni di recuperare terreno nei prossimi anni. Sarà allora ancor più gratificante constatare come lo stesso tipo di innovazioni – dai computer portatili da 100 dollari all’irrigazione a goccia – che potranno contribuire a migliorare la qualità dell’ambiente, generino a loro volta un nuovo modo di pensare e praticare l’agricoltura, la salute e l’istruzione nelle comunità rurali più povere.

Nelle economie di mercato del nostro mondo, sempre più piccolo, ci sono molti aspetti apprezzabili, e apprezzati. C’è molto da fare e il tempo stringe, e due tra le cose più importanti da fare sicuramente sono impiegare le risorse disponibili con più efficienza e stimolare le persone ad agire. L’economia del 21° secolo deve fondarsi su una comprensione molto più realistica del mondo fisico e biologico dal quale tutti dipendiamo.

Albert Einstein disse: “Non possiamo risolvere i problemi se non abbandoniamo il modo di pensare che li ha creati”. Una frase che andrebbe stampata, incorniciata e appesa bene in vista nelle classi dove si studia economia, nelle sale riunioni delle imprese e nelle aule in cui i legislatori decidono le direttive politiche di questo mondo.

Christopher Flavin, Presidente Worldwatch Institute