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Annuari

tratto da

State of the world 2008

Innovazioni per un'economia sostenibile

di Worldwatch Institute

a cura di Gianfranco Bologna

2008 - pagine: 496 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-54-7

Un'economia insostenibile

stralcio dal capitolo 1 pagina 41

Consideriamo i seguenti effetti collaterali delle moderne attività economiche che hanno conquistato le prime pagine negli ultimi 18 mesi:

  • i livelli atmosferici di CO2 sono i più alti da 650.000 anni, la temperatura media della Terra sta per raggiungere “livelli mai sperimentati in milioni di anni” e il Mar Glaciale Artico potrebbe non avere più ghiacci durante l’estate già dal 2020;
  • circa una specie su sei, tra i mammiferi europei, è a rischio d’estinzione, e tutte le specie marine attualmente oggetto di pesca potrebbero estinguersi entro il 2050;
  • nei mari di tutto il mondo il numero di “zone morte”, cioè prive d’ossigeno, è salito da 149 a 200 negli ultimi due anni, minacciando le popolazioni ittiche;
  • l’inquinamento atmosferico urbano è responsabile di circa 2 milioni di morti premature ogni anno, soprattutto nei paesi in via di sviluppo;
  • la costante diminuzione di api, pipistrelli e altri fondamentali specie animali che agiscono da agenti impollinatori sta mettendo a rischio ecosistemi e raccolti agricoli in tutto il Nord America;
  • il fatto che ci si stia avvicinando a un picco nella produzione mondiale di petrolio, fonte primaria e più usata di energia, da possibile allarme è diventato una realtà evidente e condivisa; il World Energy Council, organismo non sospetto di simpatie ambientaliste, ha recentemente avanzato una previsione secondo cui tale picco sarà raggiunto nei prossimi 15 anni.

Queste e altre conseguenze ambientali della corsa alla crescita economica minacciano la stabilità dell’economia globale. Se a tutto ciò aggiungiamo gli impatti socioeconomici della vita moderna – 2,5 miliardi di persone che vivono con 2 dollari al giorno, o meno, o, nei paesi industrializzati, il ritmo vertiginoso di crescita dell’obesità e delle malattie ad essa collegate – ecco che l’assoluta necessità di ripensare obiettivi e modalità delle economie moderne diventa evidente. Persino tra chi si occupa di affari, la sensazione che nelle economie moderne qualcosa non vada per il suo verso è palpabile. Un rapporto annuale sui rischi principali per le economie mondiali, commissionato dal World Economic Forum (espressione dell’imprenditoria mondiale), ha evidenziato che molti tra i 23 attuali rischi principali non sussistevano, a livello globale, venticinque anni fa. Tra questi quelli ambientali, come il cambiamento climatico e la pressione crescente sulle riserve d’acqua dolce; quelli sociali, dalla diffusione di nuove malattie infettive nei paesi in via di sviluppo alla cronicizzazione di altre malattie nelle nazioni industriali; e quelli associati alle innovazioni, come le nanotecnologie. A colpire di più, oltre alla loro gravità e novità, è che quasi metà di tali 23 rischi siano di natura economica o legati alle attività delle moderne economie. In altri termini le economie nazionali, e l’economia globale di cui fanno parte, stanno diventando nemiche di loro stesse (e del peggior tipo). Ma, se le economie basate sul modello convenzionale sono sempre più autodistruttive, un nuovo tipo di economia – un’economia sostenibile – inizia a muovere i primi passi. Se l’economia convenzionale dipende largamente dai combustibili fossili, è costruita sul ricorso a materiali usa-e-getta e tollera che persino all’interno della più opulenta ricchezza esistano sacche di povertà spaventosa, l’economia sostenibile, in crescita, cerca di operare dandosi limiti ambientali e mettendosi al servizio dei poveri e dei ricchi, senza differenze. Che l’economia sostenibile stia crescendo lo si vede da numerossime sperimentazioni creative: rilavorazione dei prodotti, città a “rifiuti-zero”, tasse ambientali, emissioni di CO2 negoziabili (emission trading), car-sharing, mercato dell’energia solare ed eolica, microfinanza, investimenti socialmente responsabili, riconoscimento dei diritti di proprietà della terra per le donne, leggi per il ritiro obbligatorio dell’usato e altre innovazioni discusse in altri capitoli. Questi e altri esperimenti, promossi via via e replicati in tutto il mondo, potrebbero costituire le fondamenta di economie che rispettino i bisogni della gente a costi molto bassi per l’ambiente. [...]

... La pretesa indipendenza dell’attività economica dalla natura, sempre illusoria, non è semplicemente più credibile. Dal 1800 a oggi la popolazione globale è sestuplicata mentre il prodotto mondiale lordo è cresciuto di cinquantotto volte dal 1820 (primo anno del 19° secolo per il quale siano disponibili dati). Ne risulta che l’impatto dell’umanità sul pianeta – la sua “impronta ecologica” – superi ormai, secondo il Global Footprint Network, la capacità della Terra di reggere l’impatto della specie umana in modo sostenibile (vedi il capitolo 2). Questo è particolarmente vero per i paesi ricchi. Le economie industriali oggi sopravvivono attingendo sempre più intensamente alle riserve boschive e idriche, allo spazio atmosferico e alle altre risorse naturali (pratiche che non potranno protrarsi all’infinito). Le circostanze sono cambiate e ciò richiede di ridiscutere alcune nozioni economiche fondamentali. Con la Rivoluzione industriale, per esempio, fabbriche, macchine, finanziamenti e altre forme di “capitale creato” si sono sostituite alla terra diventando i motori principali della produzione di beni. Fabbriche e finanziamenti sono ancora rilevanti, ma lo scarseggiare delle risorse ha reso il “capitale naturale” un elemento di vitale importanza per il progresso economico. La diminuzione del pescato oceanico, per dirne una, è spesso dovuta più alla crescente scarsità di pesce (capitale naturale) che alla mancanza di barche da pesca (capitale creato) (vedi capitolo 5). Le pratiche di pesca moderne hanno superato le naturali risorse della natura: una ricerca del 2006 ha dimostrato che le popolazioni del 29% delle specie oceaniche pescate nel 2003 hanno subito una riduzione spaventosa (la pesca si è cioè ridotta al 10% o meno del loro picco di abbondanza). Analoghe perdite di capitale naturale a livello regionale riguardano foreste, acque e altre risorse fondamentali. Un altro principio superato è quello secondo cui la crescita debba essere l’obiettivo primario di un’economia. Questa è ancora la convinzione indiscussa di ministri delle finanze, mercati azionari e centri commerciali di tutto il mondo, nonostante la minaccia evidente al capitale naturale, perché la rapidità dello sviluppo demografico e la creazione di un’economia basata sul consumo hanno fatto sembrare indispensabile tale crescita. Ma “crescita” (ossia economia più grande) non è necessariamente sinonimo di “sviluppo” (ossia economia migliore): l’espansione della produzione economica globale pro capite, quasi quintuplicata tra il 1900 e il 2000, ha provocato il più forte degrado ambientale della storia umana e ha coinciso con l’ostinata persistenza della povertà di massa. Un terzo assioma del pensiero economico convenzionale a non stare più in piedi è che i mercati siano sempre al di sopra delle esigenze della spesa pubblica e delle scelte politiche. I mercati sono bravissimi a generare immense quantità di merci per il consumo privato ma alcune di esse – come le decine di tipi di cereali per colazione, del tutto simili l’uno all’altro – sono di dubbio valore sociale. Allo stesso tempo, i mercati fanno ben poco per offrire beni pubblici, come parchi o trasporti collettivi. E, sebbene contribuiscano a distribuire scarse risorse in modo “efficiente” tramite prodotti e modi di produzione diversificati, secondo Neva Goodwin, economista della Tufts University, “la stessa definizione di efficienza prevede l’accettazione della disuguaglianza”. In economia, efficienza significa distribuire ogni risorsa al suo più alto valore d’uso, laddove il valore è definito sostanzialmente dal potere d’acquisto, perciò “un mercato lavora con efficienza quando i ricchi hanno la più ampia disponibilità di quel che desiderano e i poveri tutto quello che possono permettersi”. Ne discende che i mercati fanno ben poco per assicurare l’equa distribuzione delle merci: chi ha più denaro avrà di più, e non importa che il 40% della popolazione mondiale viva nella più totale miseria.11 Infine, gli esseri umani sono molto diversi dal modello di “uomo economico” prefigurato dai primi economisti. Secondo la tanto lodata visione di Adam Smith, una “mano invisibile” orienterebbe le azioni dell’individuo, tese al proprio interesse, verso risultati positivi per la collettività. L’idea in sé è poderosa ma ha finito per oscurare la dimensione comunitaria (altrettanto importante) delle società umane, e profondamente radicata nella storia dell’evoluzione. Le persone non sono motivate solo dall’interesse individuale ma anche dal desiderio di partecipare a una comunità più ampia, come provano il volontariato o la risposta a calamità locali o nazionali. Riconoscere il forte impulso comunitario degli esseri umani, come fa l’economia sostenibile, offre una comprensione più piena e realistica degli esseri umani in quanto attori economici.