State of the world 2008
Innovazioni per un'economia sostenibile
a cura di Gianfranco Bologna
Innovazioni per un'economia sostenibile
a cura di Gianfranco Bologna
stralcio dal capitolo 4 pagina 140
Il paradosso del benessere rende la domanda inevitabile: perché si continua a consumare? Perché non si guadagna meno, si spende meno in modo tale da avere più tempo per la famiglia e gli amici? In questo modo, non si potrebbe vivere meglio, e più equamente, riducendo l’impatto dell’umanità sull’ambiente? Questa idea ha dato la motivazione a numerose iniziative che mirano a uno stile di vita più semplice. “La semplicità volontaria” è per certi aspetti una vera filosofia di vita. Si ispira ampiamente agli insegnamenti del Mahatma Gandhi, che incoraggiava le persone a “vivere semplicemente, cosicché gli altri possano semplicemente vivere”. Nel 1936, uno degli studenti di Gandhi descrisse la semplicità volontaria come “l’evitare l’accozzaglia esteriore” e la “intenzionale organizzazione della vita per uno scopo”. Un ex scienziato della Stanford, Duane Elgin ha ripreso il tema dello stile di vita che “pur essendo semplice all’esterno, all’interno è ricco,” come base per una revisione del progresso umano. Più recentemente, lo psicologo Mihály Csíkszentmihályi ha offerto una base scientifica per l’ipotesi che le vite degli individui possano essere più soddisfacenti se occupate in attività che sono sia finalizzate sia “materialmente” leggere.Il sociologo Amitai Etzioni ha identificato tre tipologie di individui che perseguono la semplicità. I fautori della semplicità volontaria (downshifter o sostenitori della decrescita) sono coloro che, dopo aver raggiunto un certo livello di ricchezza, decidono spontaneamente di ridurre il proprio reddito; successivamente moderano il proprio stile di vita in modo da spendere più tempo con la famiglia o perseguire interessi personali o comunitari. I “semplificatori irriducibili” sono coloro che rinunciano a posti di lavoro altamente retribuiti e di alto status accettando stili di vita più semplici. Il contingente più radicale è costituito da “semplificatori olistici e militanti”, che propugnano un cambiamento radicale e la cui vita ruota attorno a una visione etica di semplicità, a volte motivata da ideali religiosi o spirituali.
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Attualmente, il movimento per la semplicità volontaria o decrescita ha una sorprendente schiera di seguaci in numerose economie industrializzate. In Australia, da un recente sondaggio è emerso che il 23% degli intervistati aveva intrapreso iniziative di decrescita volontaria nei cinque anni precedenti. Uno sbalorditivo 83% riteneva che gli australiani fossero troppo materialisti. Negli Stati Uniti, da uno studio precedente era emerso che il 28% degli intervistati aveva compiuto qualche passo nella direzione della semplificazione e il 62% si era dichiarato disponibile a farlo. In Europa i dati raccolti sono simili.
Le ricerche sul successo di queste iniziative sono piuttosto limitate, ma gli studi in corso mostrano che chi aderisce a tali idee (downshifters) è davvero meno materialista e ha un rispetto maggiore verso l’ambiente e il prossimo. E, quel che più conta, queste persone sembrano mostrare un aumento, seppur contenuto, del benessere soggettivo. Consumare meno volontariamente può migliorare il benessere, in netto contrasto con il modello convenzionale.
La forte reazione contro il consumismo si riflette in un’emergente controcultura che riconosce i limiti della società dei consumi e cerca i modi per superarla. La Buy Nothing Day (la “Giornata dei non acquisti”), con cui si cerca di persuadere le persone a resistere al consumismo, è ora un fenomeno internazionale. Nel 2006 ci sono state iniziative pubbliche in quasi 30 paesi e decine di città tra cui, per la prima volta, una manifestazione di protesta per le strade di Mumbai.
Altrettanto sorprendente è il successo dell’idea delle Transition Towns – piccole e grandi città che hanno preso provvedimenti unilaterali contro le minacce costituite del raggiungimento del picco nei consumi del petrolio e del cambiamento climatico. Lanciato nel settembre 2006 nella cittadina di Totnes nel sudovest dell’Inghilterra, nel giro di un anno l’iniziativa si è estesa a oltre 20 tra piccole e grandi città. Negli Stati Uniti, 400 città hanno firmato lo U.S. Mayors Climate Protection Agreement, con cui le amministrazioni urbane si impegnano a raggiungere gli obbiettivi del Protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni di CO2 nonostante il persistente rifiuto del governo federale alla sua ratifica.
Anche di fronte a questi esempi concreti, non bisogna però lasciarsi prendere troppo dall’entusiasmo. Le comunità che conducono una vita semplice rimangono marginali. Le idee religiose che spesso sottendono non incontrano i gusti di tutti, e le versioni secolari sembrano meno resistenti alle spinte del consumismo. In Australia, per circa sei mesi la Downshifting Downunder ha generato un gran numero di attività, ma a distanza di due anni fatica a proporsi come una valida rete. Alcune di queste iniziative dipendono troppo da individui con capitali personali sufficienti a garantirsi la sicurezza necessaria per condurre uno stile di vita più semplice. Infine, va messo bene in evidenza come tra decrescita volontaria e coatta non vi sia alcuna parentela: negli anni 90, nelle “economie di transizione” (in particolare nei paesi dell’ex Unione Sovietica) il benessere soggettivo è precipitato.
Come ci mostrano con evidenza i dati a livello globale, i valori normalmente accettati dai consumatori non fanno che incrementare il ritmo della spreco ambientale e materiale, mentre nei casi migliori i tentativi di vivere meglio consumando meno rimangono fenomeni assai limitati. La domanda fondamentale quindi rimane la seguente: perché si continua a consumare pur sapendo delle conseguenze sociali e ambientali e andando persino oltre il punto in cui aumenta il livello di soddisfazione?