State of the world 2008
Innovazioni per un'economia sostenibile
a cura di Gianfranco Bologna

Innovazioni per un'economia sostenibile
a cura di Gianfranco Bologna
stralcio dal capitolo 11 pagina 275
Non tutto il capitale è tangibile. Le comunità generano un capitale spesso sottovalutato, il capitale sociale, ossia il collante relazionale che tiene unite le persone, o per dirla con lo scienziato politico Robert Putnam “i legami tra individui – reti sociali e norme di reciprocità e affidabilità che da essi derivano”. Mano a mano che i membri di una comunità interagiscono, lavorano assieme e si scambiano favori, si viene a formare una certa fiducia e un senso di reciprocità e questo è ciò che rende una comunità quello che è anziché solo un gruppo di persone che vivono vicine.Putnam e altri scienziati ritengono che nei paesi industrializzati il capitale sociale sia una risorsa sempre più scarsa; dal 1985, infatti, lo statunitense medio ha perso un contatto, passando da tre confidenti a solo due e attualmente, nella vita di quasi un terzo degli statunitensi non è presente alcuna persona di cui fidarsi. Ma, laddove il capitale sociale esiste, o laddove vi è la volontà di ripristinarlo attraverso il recupero delle relazioni, vi sono ottime prospettive di migliorare opportunità, qualità di vita e sostenibilità. Le comunità, a prescindere dagli ostacoli che devono affrontare, possono usare il capitale sociale per creare progetti di sviluppo comunitario, rinforzandosi e collaborando in progetti che migliorino il benessere e alleviando l’impatto ecologico.
Il capitale sociale genera importanti dividendi. Da alcune ricerche psicologiche emerge che l’ampiezza e la profondità dei legami sociali di un individuo sono gli indicatori migliori di futura felicità; per contro, l’isolamento sociale si traduce direttamente in complicazioni per la salute fisica. Per esempio, oltre una decina di studi di lungo periodo condotti in Giappone, Scandinavia e Stati Uniti rivelano che, in qualsiasi anno, le possibilità di morire, indipendentemente dalla causa, sono dalle due alle cinque volte superiori per coloro che sono socialmente isolati rispetto a individui con profonde relazioni di famiglia, amici o di comunità.
Si può generare capitale sociale in molteplici modi: alcune comunità, in particolare ecovillaggi e gruppi in cohousing, lo fanno mettendo in comune risorse, altri hanno a disposizione la condivisione di un’auto che i residenti possono affittare o prendere a prestito, consentendo ad alcuni membri della comunità di vivere senza auto, e molti condividono gli elettrodomestici più importanti tra cui lavatrice e asciugatrice. Altri hanno creato veri e propri depositi, che potremmo definire “attrezzoteche”, per tosaerba, motoseghe e altri attrezzi di cui si può avere bisogno una volta alla settimana, al mese o all’anno (spesso un attrezzo è più che sufficiente per l’intera comunità e consente risparmi significativi sugli acquisti e la manutenzione di tali beni). Molti ancora barattano cibo e beni da loro prodotti con cose che altri residenti producono. Alcune comunità non condividono solo beni, ma anche servizi, come l’accudire ai bambini, l’assistenza a domicilio e persino quella degli anziani. Tutto questo contribuisce alla creazione di legami che uniscono le comunità.
Per quanto un economista possa considerare tali beni condivisi o scambi non commerciali come una riduzione dell’attività economica (e quindi uno sviluppo negativo), in realtà essi possono migliorare la qualità di vita dei membri di una comunità. Da un recente studio condotto sugli abitanti di comunità coabitative o di ecovillaggi è emerso che, sebbene guadagnassero significativamente meno dei residenti di Burlington, nel Vermont (una città con una composizione demografica simile alle comunità studiate), hanno espresso livelli di soddisfazione di vita pari agli abitanti stessi di Burligton.
Di fatto, il 50% dei residenti aveva redditi inferiori ai 15.000 dollari annui, pur registrando livelli di soddisfazione di vita uguali ai burlingtoniani, la maggioranza dei quali percepiva oltre 30.000 dollari l’anno. Lo studio ha concluso semplicemente che i membri dell’ecovillaggio sono riusciti a sostituire il possesso materiale col capitale sociale, godendo in questo modo di una qualità di vita simile con consumi molto inferiori diminuendo di conseguenza anche l’impatto ecologico.
La condivisione all’interno di una comunità favorisce il consolidamento di norme culturali diverse, basate sulla cooperazione anziché sulla concorrenza e il consumo cospicui. Tale salto mentale può aiutare a trasformare la spinta a “non voler essere da meno dei vicini di casa” in qualcosa di più costruttivo, ovvero dalla rivalità tra chi possiede il SUV più grande a chi ha l’impronta ecologica più piccola. [...]
Fuori dell’ecovillaggio, le comunità cercano di ricostruire i legami comunitari in modi innovativi, tra cui il “terzo luogo” è il più interessante. Questo termine fu coniato dal sociologo Ray Oldenburg per descrivere luoghi pubblici di incontro informale – l’altro luogo dopo il lavoro e la casa (rispettivamente primo e secondo luogo) in cui si tende a trascorrere il tempo. Essendo luoghi di ritrovo informali, rivestono ruoli molto importanti: uniscono la comunità, integrano i nuovi arrivati e i visitatori, offrono uno spazio sicuro in momenti di crisi locale e accolgono una serie di negozianti locali che vegliano sulla comunità e la aiutano.
Negli ultimi decenni i ristoranti locali sono stati rimpiazzati da sterili locali in franchising praticamente identici a livello estetico, privi di sapore locale e che raramente soddisfano le esigenze della comunità. Tuttavia, oggi, molti quartieri stanno deliberatamente cominciando a ricreare i terzi luoghi e i legami che essi incoraggiano, e qualcuno comincia persino a riconoscere che questi luoghi non solo rivestono un ruolo cruciale nella coltivazione del capitale sociale, ma servono anche come importanti strumenti per forgiare valori ambientali.
Questi “terzi luoghi sostenibili” non solo creano legami tra la comunità, ma adottano anche pratiche commerciali verdi e contribuiscono a diffondere uno stile di vita sostenibile ricorrendo a strumenti quali conferenze, gruppi di discussione, guide informative e vendita di libri. I terzi luoghi di questo tipo possono anche supportare sinergicamente altri settori industriali sostenibili, in particolare quelli connessi alla produzione alimentare: i ristoranti locali, non vincolati a contratti in franchising, possono ordinare il cibo direttamente agli agricoltori locali, contribuendo a sostenere la loro produzione. I terzi luoghi sostenibili possono inoltre incoraggiare i clienti a impegnarsi in attività sostenibili, per esempio aiutandoli a formare gruppi di volontari per lavorare a un progetto ecologico di ristorazione o a una campagna per l’ambiente.