Saggistica

tratto da

A qualcuno piace caldo

Errori e leggende sul clima che cambia

di Stefano Caserini

2008 - pagine: 352 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-75-2

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Premessa

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Da diversi anni seguo le voci che negano un fondamento alle preoccupazioni per il clima che cambia. Iniziai anni fa, al termine di una lezione sui cambiamenti climatici. Dopo tante parole, grafici e tabelle arrivò la domanda di uno studente: “Allora perché c’è chi dice che non c’è da preoccuparsi o che è tutta una bufala?”. La mia risposta fu vaga e reticente: avrei dovuto rispondere “non lo so”, improvvisai qualcosa di generico sulle incertezze ancora presenti e sul fatto che a volte non si approfondiscono gli argomenti. La domanda del perché iniziò ad accompagnare le mie letture sul tema.

Iniziai dapprima a prendere appunti e a raccogliere documentazione, in modo non sistematico, ma incuriosito e a volte divertito. Di materiale in effetti ce n’era parecchio, pur se il tema non era fra quelli di maggiore attualità: quando su alcuni giornali si parlava di cambiamenti climatici, la metà delle volte era per dire quanto poco si sapeva e per dare spazio alle affermazioni perentorie di chi negava, minimizzava o ridicolizzava il problema. All’opposto, dalla letteratura scientifica e dalle conferenze a cui assistevo notavo la preoccupazione dei climatologi, che discutevano e approfondivano i dettagli, dando per scontato che il problema fosse serio, molto serio.

Con la raccolta, cresceva la sensazione che non si trattasse del dubbio e dello scetticismo di cui la scienza si nutre, come raccontato nella Parte I; meglio si adattava a questa corrente di pensiero la definizione di “negazionismo climatico”, intendendo un atteggiamento di scetticismo ostinato, irragionevole, poco documentato. Gli argomenti negazionisti tendevano a ripetersi e non si curavano delle stroncature: la Groenlandia-terra-verde, i vigneti dell’Inghilterra medioevale, le macchie solari e i raggi cosmici, il clima che è sempre cambiato. Anche gli autori erano più o meno sempre quelli, e si citavano e sostenevano reciprocamente.

A contorno, spiccavano le tracce della creatività italica sul negazionismo climatico: l’abbigliamento leggero dell’uomo di Similaun, le Alpi senza neve attraversate da Annibale, le correlazioni fra le temperature medioevali e le crociate.

Negli anni successivi, mentre avveniva la prima evoluzione delle argomentazioni negazioniste sul clima, da “il riscaldamento globale non è in atto” a “è in atto ma non è colpa dell’uomo”, iniziai a notare che queste voci erano ascoltate e rilanciate senza filtri, anche nelle stanze dove si sarebbe dovuto decidere delle politiche climatiche; di cui, infatti, non si vedevano che pallide ombre.

Perché, dunque?

Nel libro propongo alcune risposte a questa domanda. Anche guardate da vicino, le posizioni negazioniste italiane non sembrano avere come prima e diretta spiegazione ragioni di natura economica e finanziaria, ossia la difesa di interessi corporativi. A differenza per esempio della situazione statunitense, in cui alcuni episodi di pressione delle lobby dell’industria petrolifera sulle politiche climatiche hanno avuto grande risalto, alla base del negazionismo italiano ci sono ragioni forse più di ordine psicologico e sociologico, la volontà di difendere l’attuale modello di sviluppo senza metterlo in discussione o la ricerca della visibilità che dà il cantare fuori dal coro; oppure, semplicemente, la pigrizia. “L’uomo non c’entra” è una tesi comoda, evita le grane delle politiche ambientali; obiettivo raggiunto anche dalle successive evoluzioni del pensiero negazionista: “ridurre le emissioni costa troppo” e “il riscaldamento globale fa bene”.

Nel 2007 le voci negazioniste sul clima sono diminuite. Un po’ del merito è dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organismo scientifico ONU sui cambiamenti climatici: la pubblicazione del suo Quarto Rapporto di Valutazione, che ha passato in rassegna e riassunto in modo accurato la vastissima letteratura scientifica sull’argomento, è riuscita a far giungere all’opinione pubblica il crescente allarme della comunità scientifica.

Ma non è stato solo questo. Se ha iniziato a farsi strada la sensazione che forse un qualche legame fra le azioni umane e il clima ci sia, è per i primi effetti del clima stesso, gli inverni insolitamente miti o le estati particolarmente calde. Qui certo si aggiunge una componente soggettiva, psicologica, che magari amplifica i piccoli segnali, le piccole anomalie climatiche, e finisce per attribuire al riscaldamento globale un caldo afoso in pianura padana o una pioggia autunnale un poco insistente. Al trasformismo avventuroso delle teorie fantaclimatiche si tende a opporre il catastrofismo allarmistico, che vede in ogni irregolarità meteorologica il segno dell’inevitabilità della catastrofe. Le piccole manifestazioni del clima che cambia non sono niente più di una finestra aperta su quello che potrebbe essere il clima del futuro.

Non è di questi segnali che si intende parlare in seguito, ma (nella Parte II) degli indizi e delle prove che la scienza da anni ha mostrato; e, nella Parte III, di chi questi segnali non ha voluto e non vuole vedere.

Oggi è facile verificare che la stragrande maggioranza della comunità scientifica ritiene alta la probabilità che nei prossimi decenni il pianeta dovrà fronteggiare cambiamenti climatici, originati dalle attività umane, molto pericolosi per le persone e gli ecosistemi che abitano il pianeta. Senza interventi seri e rapidi sul fronte delle tecnologie e sui modi di consumare energia, di abitare, di spostarsi, ci saranno danni di cui non è ancora possibile valutare interamente la portata. Sappiamo ad esempio che saranno maggiori per i paesi più poveri, quelli con minori risorse per la prevenzione e l’adattamento; o per l’Artico, più colpito dal riscaldamento, o per le isole del Pacifico, in cui più cresce il livello del mare. Ci sono ancora incertezze su quali saranno le conseguenze globali del surriscaldamento del pianeta; potrebbero essere pesanti o più limitate, ma aspettare ad agire potrebbe essere pericoloso.

La consapevolezza non sta progredendo di pari passo con la crescita del problema. Non la conoscenza scientifica, cresciuta enormemente, ma il sapere diffuso, la percezione pubblica delle cause. Ne sa qualcosa il signor Alfonso Nino, di San Luis Obispo in California, che ebbe l’esperienza di essere scambiato con il più noto fenomeno meteorologico “El Niño”, una perturbazione che influenza pesantemente le precipitazioni, principalmente in Sud America e in Asia. Presente sull’elenco telefonico come Al Nino, il pensionato californiano ricevette nel 1998 diverse telefonate di persone arrabbiate per le abbondanti piogge fuori stagione (Arthur, 1998). La breve popolarità dell’allora settantacinquenne Mr. Nino, iniziata con articoli dei giornali locali e proseguita con diversi interventi in trasmissioni radiofoniche e televisive statunitensi, fa capire la necessità dell’informazione e della divulgazione scientifica sulle tematiche climatiche.

Questo libro non è un trattato sulla climatologia del pianeta, scritto per spiegare lo stato della conoscenza scientifica sui cambiamenti climatici o le azioni intraprese a livello internazionale per contrastarli. Non vuole esserlo. Altri hanno scritto validi libri a questo scopo. Non è neppure un libro sulle azioni piccole e grandi da intraprendere per dare il proprio contribuito quotidiano per limitare le emissioni di gas climalteranti. Anche di questi se ne trovano di ben fatti.

Il libro vuole provare a spiegare il problema dei cambiamenti climatici a partire da chi sostiene che il problema non ci sia, cercando di capire se le affermazioni a volte clamorose dei negazionisti climatici reggono il confronto con l’approfondimento scientifico.

C’è infine un ultimo aspetto. Oggi, mentre stanno nascendo anche nel nostro paese le prime politiche climatiche, si è scoperto che l’Italia è in grande ritardo: ha aumentato negli ultimi 17 anni le sue emissioni di gas serra di circa il 12%, mentre avrebbe dovuto diminuirle del 6,5%, secondo l’impegno preso con il Protocollo di Kyoto, approvato dal Governo italiano nel 1997 e ratificato dal Parlamento nel 2002.

Come è successo? Perché è successo? Era inevitabile? È una caratteristica, quella di non rispettare gli impegni, tipica dell’Italia? Oppure ci sono delle responsabilità, del sistema politico, industriale, degli ambientalisti, dei singoli cittadini? Non è facile distribuire i torti. Una delle ragioni di questo ritardo è stato il credito dato a chi ha negato l’esistenza del riscaldamento globale, a chi ha escluso le responsabilità umane o ha sostenuto che il Protocollo di Kyoto non sarebbe mai entrato in vigore. Molte di queste persone sono in prima fila a spiegare, con identica presunzione, la vera strada da percorrere per ridurre le emissioni, con gravità ammoniscono sui possibili rischi per la competitività e per i mercati; alcuni senza scomporsi propongono il preoccupante approdo del pensiero negazionista “ora è troppo tardi per fare qualcosa”.

Dunque, altro fine del libro vorrebbe essere la richiesta di un po’ più di rispetto per chi con tanta fatica sta cercando di trovare rimedi alla crisi climatica, meno sicumera e approssimazione nel discutere le azioni che saranno necessarie nel prossimo futuro per contrastare i cambiamenti climatici. A partire da una riflessione sul significato di questa continua corsa alla crescita delle produzioni, dei consumi, dell’uso delle risorse non rinnovabili del pianeta.

Sarebbe infine un auspicio che durante la lettura un po’ ci si diverta, così come è capitato di divertirsi durante la scrittura.