Rapporto Ecomafia 2008
I numeri e le storie della criminalità ambientale
di Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente

I numeri e le storie della criminalità ambientale
di Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente
stralcio
Il fenomeno delle ecomafie rappresenta il modo con cui, pur nella continuità degli obiettivi tradizionali e del controllo del territorio, le strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso si sono adeguate alle nuove frontiere delle più moderne attività imprenditoriali.
Cosa Nostra e le altre mafie si inseriscono in qualsiasi traffico, lecito o illecito, purché sia redditizio e consenta di investire flussi di denaro, ricavandone ingenti profitti, con pochi rischi di responsabilità.
I cicli del cemento e dei rifiuti rappresentano oggi due ambiti di attività per i quali, nel nostro paese, cresce l’allarme sociale, proprio perché costituiscono il campo d’azione privilegiato delle cosiddette ecomafie. L’iniziale coinvolgimento di gruppi di criminalità organizzata di tipo mafioso che avevano a disposizione nel territorio cave, terreni, nonché manodopera a bassissimo costo, ha favorito il rapido decollo di un vero e proprio mercato illegale.
Nel 2007, secondo Legambiente, le ecomafie fatturano qualcosa come poco meno di 20 miliardi di euro, circa un quinto degli affari delle mafie. Sfruttare le risorse ambientali per fini criminali sta diventando ormai una costante, come testimonia l’inarrestabile crescendo di reati, denunce e segnalazioni, accertati dalle forze dell’ordine e la risposta repressiva attraverso operazioni di polizia e sequestri che aumentano di anno in anno, come riportato in questo Rapporto.
Basta scorrere la copiosa relazione annuale della Procura Nazionale Antimafia, che ha dedicato un intero capitolo a questa materia divenuta di estremo interesse criminale, per rilevare che numerose inchieste delle Direzioni Distrettuali Antimafia, dislocate anche in territori fino a qualche tempo fa considerati “immuni”, si imbattono in piani criminali per accaparrarsi risorse pubbliche legate al ciclo del cemento e dei rifiuti, o per utilizzare a fini predatori le risorse ambientali.
Dalle indagini si evince che la criminalità ambientale infesta intere aree geografiche, a partire dal Sud, dove la criminalità organizzata riesce a inquinare ogni aspetto della vita economica e sociale, a imporre scelte strategiche per il territorio, a decidere della sorte di intere comunità. Un sistema criminale integrato, pervasivo, difficile da arginare, almeno fino a quando a fronteggiarlo rimarranno solo i magistrati e le forze di polizia, senza il controllo preventivo delle amministrazioni locali e la collaborazione dei cittadini.
Ma anche le regioni del Centro e Nord Italia si confermano come nodi nevralgici per i traffici illeciti di rifiuti industriali e i luoghi preferiti per speculazioni edilizie, meglio se nei luoghi più pregiati dal punto di vista ambientale. Coste, aree marine protette, parchi, aree tutelate sono sotto assedio.
Lazio, Toscana, Umbria, Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto sono dunque sempre più affette dal morbo eco-criminale e vedono il loro territorio degradato e avvelenato. Tant’è che quest’ultima regione, il Veneto, è arrivata al secondo posto, subito dopo la Campania, nel ciclo illegale dei rifiuti.
I soldi accumulati dalle mafie finiscono, poi, nei circuiti economici e finanziari nazionali e internazionali, mentre le imprese del Nord sono le principali fornitrici di materia prima per i pericolosi traffici illeciti di rifiuti, come risulta dal numero di indagini delle procure del Nord per il reato di traffico illecito di rifiuti di cui all’articolo 260 del Codice dell’Ambiente.
L’ecomafia avvelena con i rifiuti normali e pericolosi, soffoca con il cemento abusivo, distrugge l’economia sana e rispettosa delle regole, ma mette le mani anche negli incendi (per fini speculativi, legati al rimboschimento e alle attività lavorative stagionali), nei furti d’acqua, nel settore agricolo, nel racket degli animali. Hanno tentato pure di inserirsi nel settore delle fonti di energia rinnovabili: come in Sicilia per un parco eolico e in Calabria per il ripristino di vecchie e piccole centrali idroelettriche.
Come può desumersi dalle più recenti indagini, molto spesso sono le procure ordinarie a interessarsi dei crimini ambientali, per cui in questa materia sfuggono alla raccolta di dati e al coordinamento della Procura Nazionale Antimafia gli elementi investigativi provenienti da tali indagini. Pertanto, nel nostro sistema informatico emerge il profilo ambientale solo se collegato alla criminalità mafiosa. Per avere un’esatta dimensione del fenomeno è quindi necessario arricchire la banca dati di tutti gli elementi delle indagini in materia ambientale, anche quelli delle procure ordinarie, su soggetti di cui si riesce a cogliere la valenza criminale soltanto se si riesce a collegare il singolo autore del reato ambientale o di smaltimento dei rifiuti con l’organizzazione criminale che spesso sta dietro.
Credo che, sul piano legislativo, si debbano fare ancora notevoli passi avanti, anche se già la previsione del reato di gestione illecita dei rifiuti, introdotta dal decreto Ronchi, consente di contrastare, a determinate condizioni, il fenomeno dell’inquinamento.
L’attuale fenomenologia della criminalità ambientale, sempre più criminalità di impresa e di profitto, consiglia l’introduzione di una fattispecie di associazione a delinquere modulata sulla base di tale specifica finalità e da porre in raccordo con l’attuale disposizione di cui all’articolo 260 (“Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”) del Dlgs 3/4/2006, n. 152, tipizzando però gli specifici ruoli dei compartecipi del gruppo criminale e anche prevedendo un’aggravante per il caso di partecipazione associativa del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, al quale siano demandati compiti in materia ambientale. Inoltre, i collegamenti tra la criminalità ambientale e sodalizi di tipo mafioso, giustificano l’introduzione di un’aggravante a effetto speciale.
Appare poi indispensabile attribuire la competenza in ordine a tale fattispecie alla Direzione Distrettuale Antimafia, e il relativo coordinamento alla Procura Nazionale Antimafia, analogamente a quanto già accade per le altre forme di crimine organizzato quali il traffico di droga, il contrabbando di tabacchi e la tratta degli esseri umani.
A livello normativo sarebbe particolarmente importante, secondo la nostra esperienza, un sistema repressivo premiale, che favorisca la deflazione del procedimento penale in relazione agli interventi di ripristino ambientale posti in essere dall’indagato.
Sovente la politica degli uffici inquirenti è proprio quella di promuovere gli interventi di bonifica, mediante il ripristino e la ripulitura delle aree dei siti inquinati da parte dei soggetti coinvolti nel procedimento, ovvero ad opera delle amministrazioni pubbliche sollecitate in tal senso.
Non può non sottolinearsi l’inerzia, spesso colpevole, da parte di molte amministrazioni pubbliche di fronte a situazioni di particolare allarme ambientale.
Ciò sorprende perché la normativa consente l’intervento diretto da parte della pubblica amministrazione competente, in caso di omissione del proprietario dell’area interessata da fenomeni di inquinamento, per la bonifica e la remissione in pristino, con la successiva azione di risarcimento delle spese sostenute in danno del proprietario, anche in forma specifica sull’immobile: il problema fondamentale deve rimanere quello di bonificare l’ambiente.
Su tali direttrici si era già mosso il legislatore nella precedente legislatura con la presentazione di una specifica proposta di legge (AC n. 49), che va, senz’altro, ripresa, nella sua interezza, dal nuovo Parlamento e che prevedeva, fra l’altro, l’introduzione nel Codice penale del Titolo VI-bis relativo ai Delitti contro l’ambiente, tra cui anche la nuova figura di delitto associativo, il ravvedimento operoso, misure di carattere premiale, il delitto di inosservanza colposa delle disposizioni in materia ambientale, la frode e il falso in materia ambientale, misure sanzionatorie che colpiscano i patrimoni mediante la confisca dei profitti del reato, anche per equivalente, l’introduzione della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per i delitti ambientali, infine, l’utilizzo di speciali tecniche investigative, già sperimentate nelle indagini in materia di crimine organizzato, consistenti nella possibilità di differire o omettere gli atti di cattura, arresto e sequestro, naturalmente sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, in modo da adeguare le strategie investigative alla dimensione organizzata dei fenomeni illeciti in materia ambientale.
In linea generale va poi osservato che non si può supplire alla carenza delle attività di controllo e prevenzione degli enti locali con le sole indagini della magistratura e delle forze di polizia su tutto il territorio. Per fortuna, abbiamo tante altre istituzioni che si sono assunte questo compito – alludo a Legambiente, al Wwf e ad altre associazioni similari – che agiscono ormai in stretta sinergia con il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, con la Procura Nazionale Antimafia – che ha approfondito specifiche analisi sulle ecomafie – e con tutte le procure d’Italia, mostrando la massima attenzione alla vivibilità dell’ambiente.
Inoltre, mi pare importante monitorare il territorio e favorire programmi di educazione ambientale che pongano anche all’attenzione dei giovani queste tematiche.
Faccio notare che i primi a difendere il proprio territorio dovrebbero essere i cittadini che lo abitano, considerandolo come la propria casa: a nessuno piacerebbe vedersi buttare in casa propria un sacco di immondizia.
Bisognerebbe, pertanto, osservare tutte le norme in modo da evitare l’inquinamento proprio tramite un’accresciuta forma di educazione alla legalità ambientale.
Ovviamente, è necessario che tutte le istituzioni diano un sostegno forte e chiaro alle attività, ai progetti e alle iniziative di sensibilizzazione e informazione su questi argomenti, in maniera da far crescere sempre di più nei cittadini e nei giovani la consapevolezza dei propri diritti, primo fra tutti quello di vivere in un ambiente sano e in una società fondata sul rispetto della legalità.
Dunque, si tratta di coalizzare tutte le istituzioni, che hanno il dovere di farlo, e i cittadini, che devono sentire questo spirito di collaborazione contro i mafiosi che imbrattano, che deturpano e che rendono invivibile la nostra meravigliosa terra. Tutti insieme contro i ladri del nostro futuro.
Pietro Grasso
Procuratore nazionale Antimafia