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Saggistica

tratto da

Piano B 3.0

Mobilitarsi per salvare la civiltà

di Lester R. Brown

2008 - pagine: 352 - euro 18,00 - ISBN 978-88-89014-87-5

Mobilitarsi per salvare la civiltà

stralcio

Mobilitarsi per salvare la civiltà significa ristrutturare l’economia, ripristinare gli ecosistemi naturali che ne sono il supporto, stabilizzare la popolazione e il clima, e, soprattutto, ridare la speranza. Abbiamo le tecnologie, gli strumenti economici e finanziari per farlo. Gli Stati Uniti, la più ricca società mai esistita, possiede le risorse per guidare questo sforzo. Jeffrey Sachs, dell’Earth Institute della Columbia University, riassume bene la situazione: “La tragica ironia di questo momento è che i paesi ricchi sono così ricchi e i poveri così poveri che basterebbe una frazione dell’uno per cento del prodotto interno lordo dei più ricchi nel corso dei prossimi decenni a rendere possibile ciò che non è mai stato fatto in tutta la storia dell’umanità: assicurare che i bisogni fondamentali di salute e istruzione siano soddisfatti per tutti i bambini poveri del pianeta. A quante tragedie ancora dovremo assistere in questo paese prima di svegliarci e fare del nostro meglio per rendere il mondo un posto più sicuro e più prospero, non solo attraverso la potenza militare, ma tramite il dono della vita stessa?”.

Non è possibile farsi un’idea precisa sul costo dei cambiamenti necessari a indirizzare la nostra civiltà fuori dal percorso del declino e del collasso, su una strada che potrà sostenere il progresso economico, ma almeno possiamo dare alcune stime grossolane degli sforzi necessari.

Come asserito nel capitolo 7, i fondi necessari per garantire un’istruzione primaria ai paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di aiuto, sono stimati prudenzialmente intorno ai 10 miliardi di dollari all’anno (vedi tabella 13.2). Finanziare analoghi programmi di istruzione di base per adulti, largamente basato sul volontariato, richiederebbe ulteriori 4 miliardi di dollari. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, fornire l’assistenza sanitaria di base ai paesi in via di sviluppo, richiederebbe 33 miliardi di dollari. I fondi addizionali necessari per garantire assistenza sanitaria, assistenza alla salute riproduttiva e alla pianificazione familiare a tutte le donne dei paesi in via di sviluppo, sono stimati in 17 miliardi di dollari.

Colmare il cosiddetto condom gap, con la fornitura di 9,5 miliardi di profilattici necessari per controllare la diffusione dell’Hiv nei paesi del terzo mondo e nell’Europa dell’Est, richiede 3 miliardi di dollari, dei quali 550 milioni per i preservativi e 2,75 miliardi per la loro distribuzione e l’educazione alla prevenzione. Il costo per l’avvio di programmi di refezione scolastica nei 44 paesi più poveri del mondo è di circa 6 miliardi. Negli stessi paesi, circa 4 miliardi di dollari all’anno coprirebbero il costo dell’assistenza ai bambini in età prescolare e alle donne in gravidanza. Nell’insieme, il costo per il raggiungimento degli obiettivi relativi ai servizi sociali di base sarebbe dunque di 77 miliardi di dollari all’anno.

Ma, come notato nel capitolo 8, qualsiasi intervento per debellare la povertà è destinato al fallimento se non sarà accompagnato da uno sforzo per il ripristino degli ecosistemi terresti. Proteggere il suolo, riforestare il pianeta, ripristinare le riserve ittiche oceaniche e le altre misure ugualmente necessarie richiederanno circa 113 miliardi di dollari di spese aggiuntive annuali. Le attività più costose, la protezione della biodiversità con 31 miliardi di dollari, e la conservazione del suolo con 24 miliardi, assommano a circa la metà delle risorse necessarie annuali al recupero del pianeta.

Gli obiettivi sociali e gli interventi di recupero degli ecosistemi terrestri previsti nel budget del Piano B comportano ogni anno una spesa planetaria di 190 miliardi di dollari, all’incirca un terzo dell’attuale bilancio della difesa degli Stati Uniti e un sesto di quello mondiale (vedi tabella 13.3). In un certo senso è questo il nuovo budget della difesa, quello che affronta le più serie minacce alla nostra sicurezza.

Sfortunatamente, gli Stati Uniti continuano a concentrarsi sul rinforzo delle forze armate, ignorando in gran misura le minacce poste dal deterioramento dell’ambiente, dalla crescita demografica e dalla povertà. Il bilancio per la difesa degli Stati Uniti del 2006, compresi i 118 miliardi per le operazioni militari in Iraq e Afghanistan, ha comportato una spesa di 560 miliardi di dollari. Gli altri membri del Patto Atlantico hanno un bilancio annuo militare complessivo di 328 miliardi di dollari. La Russia spende circa 35 miliardi di dollari l’anno e la Cina 50 miliardi. La spesa degli Stati Uniti è quindi pari a quella di tutti gli altri paesi messi insieme.

Alla fine del 2007 i costi dell’occupazione dell’Iraq, che sta già durando più della Seconda guerra mondiale, hanno totalizzato una spesa di 450 miliardi di dollari. Gli economisti Joseph Stigliz e Linda Bilmens calcola no che se si comprendessero anche i costi collaterali – come quelli per le cure e il supporto psicologico di chi ha subito traumi psicologici e andrà assistito per tutta la vita – la guerra potrebbe arrivare a costare 3.000 miliardi di dollari. L’impegno bellico in Iraq potrebbe rivelarsi uno dei più costosi errori della storia non solo per l’emorragia di risorse economiche, ma per aver distratto l’attenzione del mondo dal cambiamento climatico e dalle altre minacce alla civiltà.

È tempo di decisioni. Possiamo decidere di perseverare nel business as usual e assistere al declino del nostro sistema e al collasso della nostra civiltà, oppure possiamo coscientemente muoverci lungo un nuovo percorso, che sia in grado di sostenere il progresso economico. In questa situazione il non agire equivale alla scelta di andare verso il declino: nessuno può oggi argomentare che non ci sono le risorse. Possiamo sbarazzarci della fame, dell’ignoranza, delle malattie e della povertà e possiamo ripristinare il suolo, le foreste e le aree di pesca. Spostare un sesto dei bilanci militari mondiali al budget del Piano B sarebbe più che sufficiente a muoverci verso il progresso. Possiamo costruire una comunità globale dove siano soddisfatte le necessità elementari di tutti, un mondo che permetterà a noi stessi di considerarci veramente uomini civilizzati. Questa ristrutturazione economica dipende dalla revisione del sistema fiscale per rendere il mercato corrispondente alla realtà ecologica. Il metro di giudizio della leadership politica sarà la capacità di riformulare il sistema di tassazione: questa, e non ulteriori aggravi di imposte, è la chiave per ristrutturare l’economia energetica.

È facile spendere centinaia di miliardi di dollari in risposta alle minacce del terrorismo, ma ciò non potrà fornire che una minima protezione dai terroristi suicidi. La sfida non è tanto quella di dare al terrorismo una risposta militare ad alto contenuto tecnologico, ma quella di costruire una società globale equa e sostenibile, che possa restituire a ognuno la speranza. Uno sforzo di questo tipo, otterrebbe molto di più nella lotta al terrorismo, di ogni possibile aumento delle spese militari.

Proprio come le forze distruttive possono rinforzarsi l’un l’altra, così può avvenire anche per le forze del progresso. Fortunatamente, i passi per invertire una tendenza distruttiva o per dare il via a fenomeni che siano costruttivi, spesso sono in grado di rinforzarsi a vicenda dando la possibilità di una vittoria a tutto campo. Per esempio gli aumenti di efficienza che riducono la dipendenza dal petrolio tagliano anche le emissioni di carbonio e l’inquinamento atmosferico. Le misure che sradicano la povertà aiutano a stabilizzare la popolazione. La riforestazione fissa il carbonio, contribuisce al ripristino degli acquiferi e riduce l’erosione del suolo. Una volta che avremo abbastanza fenomeni che puntano nella direzione giusta, questi si rinforzeranno l’un l’altro.

Il mondo ha bisogno di un importante passo in avanti nella riduzione delle emissioni e dalla dipendenza dal petrolio al fine di rinforzare la speranza nel futuro. Se gli Stati Uniti, per esempio, dovessero lanciare un forte programma di conversione della produzione automobilistica verso vetture ibride plug-in e contemporaneamente dovessero investire in migliaia di centrali eoliche, gli americani potrebbero fare la maggior parte dei loro spostamenti utilizzando l’energia estratta dal vento. Ciò ridurrebbe radicalmente la pressione sulle riserve mondiali di petrolio.

Date le numerose linee di costruzione di auto attualmente inattive, sarebbe relativamente semplice riorganizzarne qualcuna per la produzione di turbine eoliche, permettendo al paese di utilizzare le sue grandi potenzialità di sfruttamento dell’energia del vento. Questa, se comparata alla riconversione industriale della Seconda guerra mondiale, sarebbe una modesta iniziativa, ma aiuterebbe l’intero pianeta, dimostrando che la ristrutturazione dell’economia è realizzabile e che può essere conseguita rapidamente e con profitto.