Saggistica

tratto da

Manuale della sostenibilità

Idee, concetti, nuove discipline capaci di futuro

di Gianfranco Bologna

2008 - pagine: 336 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-77-6

Crescita, decrescita, stock di capitale fisico

stralcio pagina 176

Alcuni importanti economisti, idealmente capitanati da Nicholas Georgescu-Roegen, hanno notevolmente approfondito la concezione economica strettamente legata alla crescita, analizzandola anche dal punto di vista delle leggi della fisica, per dimostrarne tutte le debolezze e l’urgenza di promuovere processi economici innovativi, di tutt’altro segno. Ricorda infatti Herman Daly: “Le leggi della termodinamica vincolano tutte le tecnologie, sia dell’uomo che della natura, e si applicano a tutti i sistemi economici, sia capitalistici che comunisti, socialisti o fascisti. Non si crea né si distrugge (produzione e consumo) niente in senso fisico, semplicemente si opera una trasformazione o una risistemazione. E il costo inevitabile per il raggiungimento di un ordine migliore in una parte del sistema (l’economia dell’uomo) genera un maggiore disordine in qualche altra parte (l’ambiente naturale). Se ‘qualche altra parte’ è il Sole, come accade fondamentalmente per le tecnologie della natura, allora non dobbiamo preoccuparci. Non c’è niente che si possa fare al riguardo. Ma se ‘qualche altra parte’ si trova invece sulla Terra, come si verifica per le fonti terrestri a bassa entropia, allora si deve sta re molto attenti. C’è un limite al disordine che può essere generato nel resto della biosfera senza impedire la capacità di sostentamento del subsistema umano. Dobbiamo smettere di parlare di doni gratuiti e inesauribili della natura e cominciare a parlare di throughput, il flusso entropico di materia-energia che è il costo fondamentale per sostenere la vita e la ricchezza”.

Per “throughput” Nicholas Georgescu-Roegen, Kenneth Boulding e Herman Daly intendono il flusso fisico entropico di materia ed energia che proviene dalla natura, attraversa l’intera economia umana, e ritorna alla natura come scarto. Su di esso si basa anche la manutenzione e il rinnovo degli stock, intesi come la scorta totale di beni di consumo, di produzione e di persone fisiche. In particolare Daly, riprendendo e approfondendo analisi già puntualizzate da altri economisti – come quella di John Stuart Mill, di oltre un secolo fa, e di Arthur Cecil Pigou, degli anni Trenta – propone con forza l’ipotesi di avviare un’economia in stato stazionario (Steady State Economy). Daly afferma che la crescita economica è di natura fisica. Se qualcosa non ha natura fisica, allora può forse crescere indefinitamente. Se invece ha natura fisica, questo non è possibile. Per questo nell’economia in stato stazionario da lui auspicata lo stock del capitale, nel più ampio senso fisico del termine (come le risorse di base, le scorte di beni di consumo, la popolazione ecc.), deve essere mantenuto a livello costante mentre la cultura, i principi etici, la tecnologia, la composizione dello stock complessivo di prodotti, possono variare liberamente. Daly ricorda che solo negli ultimi 200 anni la crescita è stata tale da essere avvertita nell’arco della vita di un singolo individuo e solo negli ultimi cinquant’anni ha assunto una priorità fondamentale ed è diventata realmente esplosiva. Nei tempi lunghi è la stabilità a rappresentare la norma, come è avvenuto nel 99% del tempo della presenza della nostra specie sulla Terra, mentre la crescita rappresenta l’eccezione.

[...]

In un’economia di stato stazionario è certamente molto difficile determinare i livelli ottimali di popolazione e capitale. Questo è uno degli aspetti principali che fa ritenere a Georgescu-Roegen che uno stato stazionario possa effettivamente esistere solo in modo approssimativo e per un periodo limitato: “la conclusione necessaria che si trae dalle argomentazioni in favore di quella concezione (dello stato stazionario, ndr) è che lo stato più desiderabile non sia quello stazionario, ma uno di declino. È indubbio che l’attuale processo di crescita debba giungere a un termine, anzi, rovesciarsi. Ma chiunque creda di poter stilare un programma per la salvezza ecologica della specie umana non comprende la natura dell’evoluzione, e nemmeno della storia: essa consiste in una lotta permanente sotto forme continuamente diverse, non in un processo fisico-chimico prevedibile e controllabile, come far bollire un uovo o lanciare un razzo sulla Luna”. La posizione di Georgescu-Roegen a favore di una “decrescita” appare anche in un suo corpus di saggi, curati dall’economista Ivo Rens e dallo storico delle idee Jacques Grinevald, pubblicati in lingua francese sotto un titolo davvero rappresentativo: Demain la décroissance. Ma, al di là di alcune, se pur significative, differenze nella presentazione delle loro analisi, economisti come Georgescu-Roegen, Boulding e Daly sono senza alcun dubbio i veri punti di riferimento della cultura ambientalista e della profonda critica che questa muove all’economia della crescita. Da costoro – e non solo – è parallelamente partita una critica accesa, nonché l’elaborazione di proposte innovative, sul prodotto nazionale lordo, assurto a simbolo dell’economia della crescita. Kenneth Boulding ha scritto: “il successo dell’economia è misurato dalla velocità con cui le materie prime vengono sottratte dalle riserve, vengono trasformate dai ‘fattori di produzione’ e vanno a finire poi in gran parte, allo stato di rifiuti, nei grandi serbatoi naturali. Il prodotto nazionale lordo misura approssimativamente questa velocità”. In breve tempo l’analisi di Boulding è stata acquisita dal gruppo ambientalista della rivista The Ecologist, nel rapporto Blue Print for Survival del 1972. Il gruppo ricorda che sia l’entità delle riserve di materie prime sia le dimensioni dei serbatoi naturali (sink) in cui vengono scaricati i rifiuti sono limitate e finite, per cui l’impoverimento delle riserve e la produzione di rifiuti sono contrari al nostro benessere e devono quindi essere ridotti al minimo e considerati un costo e non certo un beneficio. Perciò Boulding ha proposto che il prodotto nazionale lordo venga considerato piuttosto una misura del costo che una collettività deve pagare – un costo nazionale lordo – e che ci si dedichi a renderlo minimo, massimizzando invece la quantità delle nostre scorte. “Quando avremo realizzato una nuova economia per la nave spaziale Terra – scrive sempre Boulding (1971) – per la quale l’uomo potrà vivere in equilibrio con il suo ambiente, allora il concetto di prodotto nazionale lordo si disintegrerà e noi ci occuperemo di meno della trasformazione del capitale e di più dell’accumulo di capitale”. E il gruppo dell’Ecologist aggiunge: “Dobbiamo cioè valutare il nostro livello di vita non sulla base del numero di condizionatori d’aria che abbiamo fabbricato e venduto, ma sulla base della qualità dell’aria che respiriamo; non sulla quantità di antibiotici, ormoni e foraggi prodotti e sul numero di pollai e stalle costruiti per l’allevamento accelerato del bestiame, con tutti i relativi costi di smaltimento dei rifiuti (tutti aspetti che oggi incidono così grandemente sul prezzo della carne), ma sul sapore e sul valore nutritivo dei polli, dei vitelli e così via. In altre parole, il valore monetario deve riflettere il valore reale, così come il costo monetario deve riflettere il costo reale”.