Saggistica

tratto da

Nuvole e sciacquoni

Come usare meglio l’acqua in casa e in città

di Giulio Conte

2008 - pagine: 208 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-76-9

Prefazione di Alberto Angela

stralcio

A noi l’acqua sembra qualcosa di normale e di scontato. Ma già in una città come Roma è addirittura un bene “archeologico”. L’acqua che i suoi abitanti bevono quotidianamente, compresi i 4 milioni di turisti che ogni anno visitano la città, ha una storia sorprendente alle spalle. Come si sa, in buona parte proviene dagli Appennini: sgorga dopo un viaggio lungo e tortuoso nelle viscere delle montagne.

Vi siete mai chiesti quanto tempo ci vuole perché una goccia di pioggia (o un fiocco di neve) caduta sulle montagne arrivi fino a noi, uscendo dal rubinetto? Si calcola all’incirca 40 anni! In altre parole, l’acqua che bevete dal rubinetto di Roma oggi è precipitata prima ancora dello sbarco dell’uomo sulla Luna, e prima ancora della nascita di molti di noi.

Naturalmente non è così ovunque. Spesso l’acqua che beviamo o che utilizziamo ha un ciclo assai più rapido. Tuttavia, questo dato ci fa capire quanto sia straordinario il “patrimonio” idrico che possediamo in Italia, e che spesso sprechiamo in molti modi. Bisognerebbe davvero far rientrare l’acqua nel nostro patrimonio archeologico e culturale.

In passato non era così, non esisteva lo spreco e l’acqua era al centro dell’attenzione. Fin dalla preistoria l’acqua è stata una compagna fondamentale per la sopravvivenza dei gruppi umani. Nessun uomo del Paleolitico si è mai allontanato troppo dai laghi o dal corso dei fiumi. Persino nel Neolitico la diffusione dell’uomo in Nord Italia e in gran parte dell’Europa ha seguito i fiumi.

I primi villaggi stabili e le prime grandi città della storia (come quelle mesopotamiche) sono sempre sorte lungo i grandi corsi d’acqua: per le necessità quotidiane certo, ma anche per il commercio, l’allevamento, l’irrigazione dei campi ecc. C’è sempre stato, insomma, un importante cordone ombelicale che ha legato l’uomo all’acqua, in tutta la sua storia.

Ma in questo antico rapporto c’è anche un lato poco noto, poco divulgato, che Nuvole e sciacquoni esplora con grande efficacia e professionalità: è la gestione dei “rifiuti” fisiologici che ogni persona e ogni gruppo umano producono quotidianamente. La “collaborazione” dell’acqua è da sempre stata utilissima. Ma è ancora possibile? L’idea di Giulio Conte di affrontare questo argomento è stimolante e di grande importanza.

In effetti, un po’ come chi esplora per la prima volta una nuova terra, Giulio Conte riesce a metterci a conoscenza di molti dati, aspetti e informazioni che non solo si ignorano, ma che una volta messi assieme illustrano in tutta la loro drammaticità una realtà sociale e sanitaria che già colpisce molte aree del pianeta ed emerge solo raramente nei telegiornali. Si rabbrividisce nello scoprire che 2,6 miliardi di persone al mondo non possiedono qualcosa che tutti noi consideriamo alla base della normalità: un gabinetto.

Basterebbe garantire a questa massa di persone un migliore accesso all’acqua, per risolvere questo problema? In effetti con l’acqua corrente si potrebbero realizzare servizi sanitari efficienti.

Purtroppo, si tratta della soluzione meno indicata. In molte aree del pianeta stiamo già usando più acqua di quanta se ne rinnova annualmente. Per risolvere un problema, se ne aggraverebbe un altro...

In effetti, l’acqua è una ricchezza che diventerà sempre più rara e preziosa. E questo riguarda anche noi, nella nostra vita quotidiana. Usare enormi quantità di acqua (e per di più potabile) solo per portare via gli escrementi è una vera follia.

Il passato può indicarci delle strade da seguire. Lo studio dei famosi Sassi di Matera ha mostrato che in una zona a bassissima piovosità un’intera comunità è riuscita a vivere per secoli e millenni sfruttando unicamente la raccolta goccia a goccia delle rare piogge. Un capillare sistema di grondaie scavate nella roccia alimentava delle cisterne sotterranee. Era un sistema talmente efficace che queste cisterne erano sempre piene di acqua. Gli antichi principi di questa gestione dell’“oro blu” vengono tutt’ora studiati per capire come aiutare comunità che vivono in luoghi aridi o semidesertici del pianeta.

Un altro esempio è l’antica Roma. Circa 2.000 anni fa nella Roma imperiale vivevano 1-1,2 milioni di persone. Era la città più popolosa del pianeta. E ogni giorno i suoi abitanti dovevano mangiare, dormire, lavorare... Ma soprattutto bere, lavarsi e soddisfare i propri bisogni fisiologici. Come si è riusciti a soddisfare queste necessità? Con 11 acquedotti, che portavano alla capitale dell’Impero romano, ogni giorno, ben un miliardo di litri di acqua corrente! Solo alla fine degli anni ’60 dell’era moderna si è riusciti a fare altrettanto (ma essendoci in epoca romana la metà degli abitanti rispetto ad oggi, essi potevano godere del doppio di acqua di un romano contemporaneo).

Se osservate l’interno di un acquedotto romano, oggi, vi accorgete che è stretto e che quindi non veicolava un gran volume d’acqua, ma l’equivalente di un modesto ruscello. Quello che contava era che questo piccolo flusso di acqua fosse costante.

Con un abile gioco di pendenze e di cisterne messe a “cascata” in città, si riusciva a fare arrivare l’acqua ovunque. Ed era un bene da centellinare: solo pochi avevano l’acqua corrente in casa, tutti gli altri dovevano andare con i secchi alla fontana di strada, e portarseli su per le scale faticosamente. È chiaro che era considerata un bene prezioso.

Sebbene Roma sia stata chiamata anche la “Regina delle Acque”, per l’abbondanza di fontane e terme, l’acqua in realtà, come si è detto, arrivava con piccoli flussi ed era gestita con economia per evitare sprechi. Eppure pochi sanno che era anche lo strumento principale per mantenere l’igiene di una città che anche oggi porrebbe notevoli problemi sanitari. Con l’acqua ci si lavava alle terme. Con l’acqua piovana si lavavano le strade. Con l’acqua si facevano funzionare le latrine pubbliche.

In effetti solo pochissimi avevano dei gabinetti in casa. Tutti andavano nelle latrine pubbliche. Ci si sedeva in fila su banconi di marmo, dotati di speciali aperture. Sotto le persone sedute, scorreva (anche qui) un piccolo flusso di acqua che raccoglieva il tutto e lo veicolava in un incredibile sistema di tubi e collettori che poi finivano in grandi cloache navigabili, dove “due carri avrebbero potuto passare fianco a fianco” come raccontavano i latini.

Il suggerimento che ci danno oggi luoghi come Matera o Roma è che persino in luoghi aridi o sovrappopolati si può fare vivere una comunità numerosa e in relativa sicurezza sanitaria, a patto che la gestione dell’acqua sia parsimoniosa.

Oggi però possiamo forse fare meglio dei romani, addirittura riutilizzando quello che buttiamo via storcendo il naso: si tratta di “smontare” ciò che finisce nel gabinetto per recuperare le componenti più utili. Si cerca, insomma, di fare una “raccolta differenziata” del nostro rifiuto fisiologico.

È quello, d’altra parte, che saremo obbligati a fare nelle missioni spaziali del futuro, dove nei lunghi viaggi gli astronauti dovranno riusare la stessa acqua e quasi certamente “riciclare” persino i propri rifiuti organici.

Questa strategia, a dire il vero, era già nota in antichità: agli angoli delle vie di Pompei o della Roma imperiale, si potevano scorgere delle grandi anfore semi-interrate, con un’apertura al lato. I passanti erano invitati a “depositare” eventuali bisogni impellenti... L’urina raccolta veniva usata nelle concerie e nelle tintorie. Com’è noto l’imperatore Vespasiano ebbe l’idea di mettere una tassa su questa “materia prima” usata gratuitamente da tanti artigiani. Di fronte alle proteste del figlio che la considerava un’imposta ingiusta, egli rispose: “Pecunia non olet” (i soldi non puzzano). Una frase che è passata alla storia e che oggi viene pronunciata in situazioni e con significati molto diversi. Chissà se non finiremo per tornare al suo significato originale...