Saggistica

tratto da

Nuvole e sciacquoni

Come usare meglio l’acqua in casa e in città

di Giulio Conte

2008 - pagine: 208 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-76-9

Acqua e civiltà

stralcio

“Al tempo di cui parliamo, nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone, le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati, dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti”. L’incipit dello straordinario romanzo di Patrick Süskind, Il profumo, ci restituisce un’immagine vivida del livello igienico della Parigi del Settecento. Sono gli anni in cui prende forma la civiltà industriale e ha inizio il fenomeno, dapprima locale e ormai planetario, dell’“urbanizzazione”: la migrazione degli uomini dalla campagna alla città, che ha portato oltre la metà della popolazione mondiale a vivere nei centri urbani e ha avuto e ha tutt’ora implicazioni importanti per la gestione delle acque.1

Ma la “fotografia” di Süskind descrive anche le epoche precedenti? Proviamo a fare qualche passo indietro. Come abbiamo appreso già dalle scuole elementari, agli albori della storia l’acqua è stata una delle condizioni essenziali per l’abbandono del nomadismo e l’insediamento delle prime civiltà, che trovano luogo lungo il Nilo, l’Eufrate e l’Indo. Mentre è noto che gli abitanti di queste regioni cominciarono molto anticamente a “gestire” l’acqua per l’agricoltura, in particolare per trarre il massimo beneficio dalle piene annuali dei grandi fiumi che rendevano fertili quelle terre,2 si sa molto meno di come l’acqua venisse gestita per gli usi civili. Virginia Smith, nel suo recente volume sulla storia dell’igiene,3 sottolinea come nelle classi elevate delle prime civiltà egizie, babilonesi, indiane e cinesi, che costituivano una quota rilevante della scarsa popolazione urbana del tempo, vi fosse l’abitudine alla toilette, soprattutto femminile: lo dimostrerebbe, tra l’altro, l’importanza del mercato dei cosmetici, già fiorente in queste aree migliaia di anni prima di Cristo. Non abbiamo però informazioni dirette sull’uso dell’acqua e sulle tecniche di smaltimento di escrementi e urine nelle prime città del mondo, come le assire Ur e Babilonia e le egizie Menfi e Tebe, anche se è molto probabile che diverse pratiche di raccolta e gestione delle acque fossero già adottate.

Dobbiamo andare in Grecia per trovare le prime testimonianze certe di uso civile dell’acqua: già dal 1000 a.C. era praticata, negli insediamenti greci, la raccolta della pioggia e l’uso di sorgenti per l’approvvigionamento civile. Dal VI secolo a.C., vi sono testimonianze di sistemi di adduzione, sia sotterranei che sospesi, che alimentavano fontane pubbliche in diversi insediamenti greci, tra cui Samo e Atene. Nella Roma imperiale, erano attivi 11 acquedotti, in grado di trasportare decine di migliaia di metri cubi d’acqua, per i bisogni di una città di oltre un milione di abitanti. Naturalmente l’acqua non era distribuita equamente tra la popolazione: solo i più ricchi che abitavano le ville e i piani bassi delle insulae potevano contare su volumi d’acqua abbondanti e a portata di mano, mentre gran parte della città era approvvigionata da fontane pubbliche.4 In epoca romana abbiamo anche le prime testimonianze dell’uso di “sanitari” a secco o ad acqua corrente; sono famose le “toilet” di Ostia Antica, ma sembra che analoghe tecniche fossero in uso in Cina intorno all’anno 0.5 Le prime erano latrine a secco su due piani, quello superiore con le “sedute” e quello inferiore dove gli escrementi erano accumulati e periodicamente rimossi; le seconde, disponibili in genere nelle terme, erano ugualmente su due piani, ma quello inferiore era costituito da una canaletta percorsa da acqua corrente.

Nel nostro immaginario nutrito di cinema e fiction, le città greche e romane di oltre 2000 anni fa sono città moderne, pulite e ricche di fontane, profondamente diverse dalla Parigi “proto-industriale” descritta da Süskind. Questa idea è in parte vera. Non c’è dubbio infatti che, almeno nel mondo occidentale, il rapporto dell’uomo con l’acqua fosse migliore all’epoca romana che nei secoli successivi, e di conseguenza le città erano con ogni probabilità più pulite. A Roma, la pratica – probabilmente molto antica e come vedremo in voga per diversi secoli – di sbarazzarsi del contenuto dei vasi da notte semplicemente lanciandoli dalla finestra era severamente vietata, ma dobbiamo tenere conto che la gestione degli scarichi fisiologici era comunque operata “a secco” e nelle zone più povere delle città la situazione igienico-sanitaria non doveva essere certo ottimale. Sebbene fossero già state realizzate le prime fognature sotterranee, come la Cloaca Maxima a Roma, la cui costruzione data addirittura al VII secolo a.C., esse avevano la funzione di drenaggio delle acque meteoriche e non di smaltimento degli escrementi: l’idea di utilizzare l’acqua per smaltire le deiezioni umane è, per ragioni che vedremo più avanti, “modernissima”. La gestione degli escrementi avveniva quindi con procedure analoghe a quelle ancora in uso per gli animali (accumulo in concimaia, maturazione, utilizzo per la fertilizzazione o, nel caso delle urine che erano raccolte separatamente, per l’industria conciaria).