Saggistica

tratto da

Nuvole e sciacquoni

Come usare meglio l’acqua in casa e in città

di Giulio Conte

2008 - pagine: 208 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-76-9

Un nuovo movimento: la sustainable sanitation

stralcio

Da una ventina d’anni, esperti di tutto il mondo hanno cominciato a riflettere, da un lato, sulle grandi difficoltà incontrate nel cercare di ridurre l’inquinamento delle acque – dovuto come abbiamo visto anche a problemi di tipo “globale” – dall’altro, sulla necessità di ridurre i consumi domestici per liberare risorse idriche da lasciare alla circolazione naturale o da destinare ad altri usi. Questa riflessione ha portato alla nascita di un “movimento” molto attivo, anche se per il momento confinato nell’universo di “tecnici ed esperti” e scarsamente rappresentato in Italia.

Il più significativo atto pubblico di questo movimento è stato realizzato in occasione del Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile, che si tenne a Johannesburg nel 2002. Poco prima del summit, un ricco “panel” di esperti internazionali26 inviò una lettera aperta alla conferenza che chiedeva di sostituire, da tutti i documenti ufficiali, il termine sanitation (il termine inglese con cui si intende il complesso di soluzioni per la raccolta e il trattamento degli scarichi, dalle nostre case al depuratore) con sustainable (o ecological) sanitation. Ecco in sintesi i contenuti della lettera:

 

“Le tecniche convenzionali di sanitation presentano diversi aspetti negativi:

  • richiedono consumi elevati di acqua;
  • sono state sviluppate senza considerare la necessità di riequilibrare i cicli biogeochimici, e favorire il riuso dell’acqua e dei fertilizzanti contenuti nell’acqua di scarico;
  • provocano la commistione di piccoli quantitativi di materiale fecale a elevato rischio igienico sanitario con grandi quantità d’acqua, contaminando con agenti patogeni i corpi idrici recettori, diffondendo il rischio nell’ambiente;
  • i sistemi fognari convenzionali (a reti miste) sono particolarmente pericolosi in occasione di eventi meteorici intensi, quando grandi quantità di acque di scarico non trattate vengono disperse nell’ambiente, attraverso gli scolmatori di piena e i bypass degli impianti di depurazione (per citare solo uno dei molti problemi gestionali).

Al contrario le tecniche di sustainable sanitation:

  • sono progettate per ridurre i consumi idrici (demand side management) e riusare acqua e fertilizzanti;
  • sono spesso basate sulla separazione alla fonte del materiale fecale, per garantire i massimi standard di sicurezza igienico-sanitaria ed evitare la contaminazione dei corpi idrici recettori;
  • sono flessibili e adattabili alle diverse situazioni culturali e socioeconomiche, attraverso il ricorso a tecnologie semplici o complesse (high or low tech);
  • permettono in modo economico il riuso delle acque, separando e trattando in modo differenziato le acque grigie e la frazione delle acque domestiche non contaminata da materiale fecale;
  • adottano tecnologie applicabili in modo decentrato e capaci di essere molto efficaci a costi bassi”.

Ma che cosa si intende per sustainable (o ecological) sanitation? Cercando questi due termini con un motore di ricerca internet, si trovano ormai un gran numero di siti interessanti: certamente una delle fonti più autorevoli, perché storicamente una delle prime ad affrontare il problema, è il progetto “Ecosan”, promosso dal Governo tedesco con il supporto di molti altri partner in tutto il mondo.27 Delle soluzioni tecniche promosse dall’approccio della sustainable sanitation parleremo diffusamente nei prossimi capitoli, ma possiamo tentare una prima spiegazione sintetica con l’ausilio di due immagini prodotte dal progetto Ecosan e riviste e tradotte recentemente dalla società IRIDRA (figura 8).

La gestione convenzionale usa grandi quantità di acqua, insieme a fertilizzanti e pesticidi, per irrigare i campi e fornire prodotti al mercato alimentare. Altra acqua viene destinata agli usi civili che la impiegano nelle nostre case per allontanare gli scarichi (che contengono proprio quei fertilizzanti necessari all’agricoltura). Grandi quantità di acqua vengono poi raccolte dalle reti fognarie e, nel migliore dei casi, inviate agli impianti di depurazione per rimuovere inquinanti e fertilizzanti. Non c’è riuso né d’acqua né di fertilizzanti, mentre c’è un forte rischio di contaminazione per qualsiasi problema si verifichi nella rete fognaria o nel depuratore.

La sustainable sanitation (o gestione “sostenibile” delle acque e degli scarichi) punta invece da un lato a ridurre il più possibile l’uso dell’acqua attraverso il risparmio e la raccolta della pioggia, dall’altro a riusare il più possibile acqua e i fertilizzanti contenuti nelle acque di scarico. Per questo tiene separate le acque grigie (meno pericolose perché non contaminate da patogeni e più facili da depurare) da quelle nere: le prime possono essere riusate in molti modi anche all’interno delle abitazioni (scarichi WC, lavaggio abiti e superfici interne ed esterne, innaffiamento); le acque nere, invece, che contengono nutrienti preziosi per l’agricoltura, vengono riusate per l’irrigazione, dopo aver eliminato i patogeni. Per il trattamento sia delle une che delle altre si tende a ricorrere a tecniche “decentrate”, che permettano di depurare e riutilizzare le acque localmente: tra queste, rivestono particolare importanza, anche se non sono le sole, le tecniche di fitodepurazione, che garantiscono una maggiore elasticità e sono gestibili in modo decentrato senza una specifica preparazione tecnica e a basso costo. Quando possibile o necessario, la sustainable sanitation cerca di evitare del tutto il ricorso all’acqua: è il caso di tecniche come i waterless urinals (urinali a secco) e le composting toilet (toilet a compostaggio), che garantiscono lo smaltimento degli escrementi umani in perfetta igiene senza bisogno di acqua.

Il “movimento” si è recentemente organizzato nella Sustainable Sanitation Alliance (SuSanA, www.sustainable-sanitation-alliance.org), un’associazione a cui aderiscono decine di diversi soggetti (organismi dell’ONU, enti di ricerca e agenzie di cooperazione internazionale, associazioni scientifiche e ONG, Enti locali, singole imprese) provenienti da ogni angolo del mondo (dal Brasile al Giappone, dalle Filippine al Sudafrica) con una prevalenza di partner europei e indiani. Inutile dire che tra i partner di SuSanA non c’è nessun italiano.