Ambiente Italia 2009
Rifiuti made in Italy
a cura di Duccio Bianchi, Stefano Ciafani
Rifiuti made in Italy
a cura di Duccio Bianchi, Stefano Ciafani
stralcio
Torniamo alla domanda iniziale di questa breve guida ai nostri 100 indicatori: usciremo da questa recessione con un “new deal” ambientale? E se questo treno partirà, ci sarà un vagone italiano?Non è scontato che ci sia la volontà politica (e delle classi dirigenti imprenditoriali) di intraprendere questa strada. Ma i prerequisiti ci sono. Gli stessi dati che qui presentiamo ci mostrano che in Italia si possono fare politiche ambientali. Che ci può essere una economia verde.
Guardiamo i dati – quasi stupefacenti – della diffusione in Italia di prodotti con marchio ecolabel o il numero di imprese che si sono dotate di sistemi di gestione ambientale. Pur senza una politica pubblica di acquisti verdi (che in tanti altri paesi, dalla Germania agli Stati Uniti, ha acceso il mercato dei prodotti verdi), l’Italia è diventato il paese leader in Europa per numero di licenze di prodotti con il marchio ecolabel. Intendiamoci: in Germania, in Olanda, nei paesi scandinavi esistono importanti e credibili marchi nazionali che sostituiscono il marchio europeo. Ma ciò nonostante l’industria italiana si è ben posizionata in questo settore. Imprevisto è anche il successo dei sistemi di gestione ambientale. Con tutto lo scetticismo necessario sull’efficacia ambientale di queste certificazioni è però significativo che l’Italia si collochi ormai ai vertici europei per densità di certificazioni Iso e di registrazioni Emas.
Guardiamo ancora i dati – già noti – dell’agricoltura biologica, dove l’Italia consolida la sua leadership europea, recupera dopo un arretramento degli scorsi anni e registra un forte sviluppo anche nel settore degli allevamenti biologici.
O, infine, prestiamo attenzione ai numeri sulla ricettività turistica. Dentro una difficoltà complessiva del settore turistico nazionale, brilla invece il successo di tutta la “ricettività diffusa”, quella degli agriturismi e dei bed and breakfast, legata alle risorse naturali e fatta di recupero di insediamenti esistenti: il 50% della maggiore offerta ricettiva (in termini di posti-letto) realizzata tra il 2000 e il 2007 si concentra in questo tipo di esercizi (che nel 2000 rappresentavano solo il 19% dell’offerta ricettiva).
Ora la sfida è quella dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili, della mobilità sostenibile. È una sfida sia al mondo dell’industria che a quello dei servizi e della progettazione.
Ormai partiamo con qualche handicap: è improbabile che l’Italia diventi un grande player dell’energia eolica e forse anche del solare fotovoltaico (benché in questo settore vi siano ancora grandi opportunità di innovazione). Ma un paese con una forte industria edile e della componentistica edile, un paese leader nella meccanica e nella motoristica può creare una industria (e servizi) di efficienza energetica nell’edilizia e nell’industria. Solare termico, solar cooling e solare termoelettrico possono diventare grandi opportunità industriali per il sistema paese, giocando sia sulla domanda interna (tutta da sfruttare, ancora) sia su una crescente domanda internazionale in un mercato ancora aperto.
Un mercato, quello delle rinnovabili (escluse le biomasse), non solo in rapida crescita, ma già importante economicamente e socialmente. L’industria eolica impiega circa 300 mila persone, quella del solare fotovoltaico circa 170 mila, quella del solare termico più di 600 mila, secondo i dati del rapporto “Green Jobs” dell’Unep (2008).
L’introduzione di più alti standard di efficienza energetica nell’edilizia, secondo una stima del Dipartimento del lavoro degli stati Uniti, dovrebbe creare circa 120 mila nuovi posti di lavoro (aggiuntivi, non sostitutivi) solo negli Stati Uniti entro il 2020. Il settore della mobilità – oggi pesantemente in crisi – è tra quelli più direttamente interessati a una conversione ambientale. Non solo nella produzione di veicoli privati, ma anche nel trasporto pubblico di massa e in tutto il sistema (fatto di infrastrutture, servizi e mezzi) legato alla mobilità sostenibile.
Ma perché questo processo virtuoso si metta in moto occorre “fare sistema”. Far convergere verso un obiettivo condiviso, una “visione comune”, tutti gli attori pubblici e privati. Lo sviluppo delle rinnovabili non può essere declamato e poi ostacolato da vincoli e cavilli locali, la mobilità sostenibile non si fa destinando risorse solo alle opere autostradali, l’efficienza energetica richiede anche manodopera e tecnici formati.
Di tutti questi strumenti, però, in Italia ce n’è uno che ha dimostrato la sua efficacia nell’indirizzare almeno i comportamenti e le convenienze dei privati (e questo è tanto più importante in un paese con una struttura pubblica a bassa efficienza). È lo strumento economico. Sono le tasse, le tariffe.
Oggi – senza aumentare la pressione fiscale – vi sono ancor più ragioni per ridurre le tasse sul lavoro e sul capitale e aumentare quelle sul consumo di risorse e sull’inquinamento.
Rafforzare il prelievo sui consumi energetici e automobilistici e sul consumo delle risorse (dalla terra all’acqua) rappresenterebbe, per proprio conto, anche uno strumento di giustizia fiscale. Non c’è nessuna buona ragione, né sociale né ambientale, per non penalizzare l’acquisto di auto con alte emissioni di CO2.
E vi è anche uno spazio di manovra molto ampio, perché da anni continua la contrazione del gettito da tassazione ambientale. Nel 2007 la tassazione ambientale ha raggiunto il minimo storico degli ultimi 30 anni in rapporto alle entrate tributarie (8,9% sul totale di tasse dirette, indirette e in conto capitale), il minimo degli ultimi 25 anni in rapporto alla pressione fiscale (6,1% sul totale di entrate tributarie e contributi sociali), il minimo degli ultimi venti anni in rapporto al Pil (2,7%).
La tassazione energetica – a prezzi costanti – si è ridotta nel 2007 (-4% sul 2006) e la tassazione per ogni tonnellata equivalente di petrolio di combustibili fossili è crollata del 27% in un decennio, passando da 213 euro/tep nel 1997 a 155 euro/tep nel 2007.
In rapporto al Pil l’Italia mostra la massima riduzione della tassazione ambientale in tutta l’Unione Europea.
Per avere una idea delle potenzialità, basti dire che ritornando alla pressione fiscale ambientale media della seconda metà degli anni ’90 (il 3,5% del Pil) possiamo generare risorse per circa 15 miliardi di euro, il doppio di tutta la spesa ambientale delle amministrazioni pubbliche (stato ed enti locali) nel 2006. Una quantità di risorse necessaria per un serio piano di investimenti nell’efficienza energetica e nella mobilità sostenibile, per sviluppare nuove imprese e opportunità di lavoro.