Architettura sostenibile e laterizio
Criteri, tecniche, esempi. 35 proposte nel mondo
Criteri, tecniche, esempi. 35 proposte nel mondo
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[…] Il termine “sostenibile”, nella sua più diffusa accezione, definisce comportamenti individuali e collettivi tesi a una attenzione nei confronti dell’ambiente e delle risorse, tale da consentirne il mantenimento nel futuro delle loro attuali potenzialità. Da questa definizione discende una pratica nell’attuare le trasformazioni che, mostrando un maggiore interesse nei confronti della salvaguardia delle potenzialità dell’ambiente, tende a ridurre gli effetti negativi da esse comportate. La definizione, seppure indica una chiara finalità, non individua la modalità attraverso cui raggiungerla; la conservazione delle potenzialità, se scientificamente può avere un significato, nella pratica delle trasformazioni diviene un riferimento generico e dà adito a un adattamento del termine e a un suo uso inappropriato. Tralasciando l’uso strumentale del termine “sostenibile” tendente a favorire iter approvativi di opere, a facilitare una condivisione diffusa, a promuovere merci in un mercato, se ne incontra molto frequentemente un impiego non corretto.Ad esempio, un edificio che porti al minimo il consumo energetico è un edificio sostenibile? Sicuramente esso contribuisce positivamente alla riduzione delle emissioni e quindi al contenimento dei mutamenti climatici, e sicuramente concretizza filiere produttive e sensibilità ambientali tra gli operatori e i fruitori. Ma se l’edificio è costruito in un ecosistema a elevata naturalità, lontano dagli insediamenti esistenti, utilizza materiali con notevole energia incorporata, necessita di continue e onerose manutenzioni, l’aggettivazione “sostenibile” appare inappropriata proprio in ragione della quantità di risorse che consuma e che rende inaccessibili alle future generazioni.
Può essere sostenibile un grattacielo? Tale tipologia richiede un impegno di energia per il funzionamento e la manutenzione, per i caratteri dei materiali, per la cantierizzazione molto superiore a quella di altre tipologie e quindi, seppure potrebbe presentare vantaggi nella riduzione dell’occupazione di suolo (se non si considerano gli spazi asserviti dalle ombre portate, dalle necessità di illuminazione dei piani bassi ecc.), non appare una tipologia abitativa sostenibile. Risultano strane, quindi, le aggettivazioni “sostenibile, ecologico, verde, naturale” che molto frequentemente vengono date a questi edifici per il solo fatto che, attraverso alcuni accorgimenti, riducono parzialmente l’enorme dispendio di energia che la tipologia richiede.
La riduzione dei consumi di risorse e di energia sono condizioni necessarie ma non sufficienti al raggiungimento della sostenibilità delle trasformazioni. Ad esempio, se un edificio fosse costruito con materiali naturali e/o a basso contenuto energetico e ottenesse una significativa riduzione dei consumi di energia, ma non fosse un edificio necessario, esso avrebbe un impatto molto significativo; per quanto piccolo, infatti, quell’impatto si poteva evitare in quanto non indispensabile. E molti sono gli edifici non necessari: quelli che servono a garantire enormi superfici pro capite, quelli che non vengono utilizzati continuativamente, quelli che rimangono vuoti per anni, quelli che sono costruiti più per produrre reddito che per abitare. Da sempre questo tipo di edifici esiste; da sempre è stato possibile costruirli in quanto la disponibilità di risorse (terreni e materiali) lo consentiva; ma oggi, alla luce delle condizioni dell’ambiente, è forse opportuno non svolgere più queste pratiche.
Alla volgarità insita nello spreco delle risorse (Carloni Z., 2007) propria degli eccessi, dell’inutilità, delle macro dimensioni e alla bassezza morale che definisce questi atti in assoluto, ma anche relativamente alle condizioni della maggior parte degli abitanti del pianeta, si aggiunge una concreta indisponibilità di spazi e di risorse. Costruire il necessario, intervenire a recuperare l’esistente, ridurre i consumi energetici, aumentare la qualità dei materiali non è più solo un obbligo etico ma una necessità dettata dalla situazione ambientale e sociale planetaria. Allora il significato di sostenibilità diviene indicatore di un’azione che, viste le condizioni del pianeta, nel caso se ne vogliano conservare risorse e potenzialità, non può che essere di conservazione e di riqualificazione ambientale. La sua applicazione in edilizia definisce un’azione difficile da svolgere, ma fortemente qualificante: un’azione volta a costruire l’indispensabile, a recuperare il possibile, a ridurre gli eccessi dimensionali (in termini di manufatti e di superficie pro capite), ad aumentare significativamente la qualità energetica e ambientale dei manufatti, a ridurre il consumo di suolo senza proporre soluzioni tipologiche inabitabili ed energivore.
Se l’uso del termine sostenibilità indica tutto ciò, è fondamentale che ne sia fatto un uso appropriato: in primo luogo per difendere coloro che praticano correttamente la progettazione sostenibile e quindi affrontano tutte le difficoltà connesse alla sua attuazione, a partire dal maggiore impegno richiesto; in secondo luogo perché l’abuso genera un’enorme confusione. Troppe volte, infatti, progetti non qualificati ambientalmente sono aggettivati come sostenibili solo per essere posti in un bosco, godere di un bel panorama, essere formalmente inseriti nel luogo, avere migliorato seppur di poco l’efficienza energetica, utilizzare dei pannelli fotovoltaici sulle coperture.
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Approntare e praticare nel settore edile processi e progetti che contribuiscano in maniera consistente a eliminare l’apporto del settore ai mutamenti climatici non è cosa semplice. Lo è anche in ragione di una cultura operativa e di un apparato normativo che non interviene rimuovendo le cause ma sugli effetti delle stesse cercando di mitigarne gli esiti. Una modalità questa insufficiente ad affrontare in modo organico e complessivo un percorso verso la sostenibilità. È il caso delle norme sull’efficienza energetica degli edifici che presentano come unico oggetto il risparmio senza integrarlo con altri caratteri che definiscono la qualità ambientale di un edificio, a partire dalla qualità dei materiali e dalla modalità di costruzione. L’efficienza, quindi, può essere ottenuta attraverso un diffuso uso di materiali isolanti di bassa qualità ambientale, rischiosi per la salute umana nel trasporto, lavorazione e messa in opera. Trasformare la questione ambientale in un problema energetico, come in maniera riduttivistica da più parti si tenta, non può che essere una limitazione sconsiderata e non risolutiva.
Per ridurre le emissioni del settore, oltre a ridurre i consumi di energia a metro quadrato, sarebbe corretto ridurre all’indispensabile la quantità degli edifici nuovi, recuperare energeticamente il patrimonio edilizio esistente, recuperare gli edifici inutilizzati o stagionalmente utilizzati, razionalizzare la distribuzione dei metri quadrati pro capite, ridurre il consumo dei suoli anche aumentando la densità (in particolare nelle aree ad abitazioni isolate ove reso possibile dalla qualità ambientale dei luoghi), utilizzare materiali naturali e a basso contenuto di energia incorporata, costruire edifici duraturi e a bassa manutenzione.
Queste azioni non sono tecnicamente complesse; le soluzioni tecnologiche appropriate già esistono anche nella tradizione, visto anche che gran parte delle costruzioni edificate in area mediterranea prima della metà del secolo scorso garantivano un’efficienza energetica sconosciuta a gran parte dell’edificato post-bellico, con muri spessi a elevata inerzia termica, solai e coperture leggere, ventilazione naturale, buona esposizione, attento inserimento nel contesto. Considerando la maggiore quantità di tecniche oggi disponibili, è possibile ritenere perseguibile l’ottenimento di risultati anche migliori in termini energetici e ambientali di quelli raggiunti in passato.
Se dunque le strumentazioni esistono, debbono altresì sussistere dei fattori ostativi alla realizzazione di una pratica diffusa del costruire in qualità. Sicuramente le pratiche speculative per mantenere molto bassi i costi di realizzazione utilizzano una progettazione superficiale e materiali inadeguati, sottodimensionano le quantità necessarie, operano per una durata limitata degli edifici, scaricano i costi di manutenzione e gestione sui fruitori, sottoretribuiscono i lavoratori, marginalizzano le competenze tecniche locali e l’artigianato, cercano materiali e soluzioni di basso costo e di rapido montaggio, producono edifici sempre uguali a loro stessi indipendentemente dai luoghi.
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Se il processo di progettazione è volto alla riduzione del “peso” ambientale, tutte le scelte, anche quelle formali, sono fatte con l’obiettivo del suo raggiungimento. Conoscere e interpretare i caratteri dei materiali e delle tecniche è indispensabile per non inficiare, fin dall’inizio, la qualità dei risultati. Se, infatti, in generale solo alcuni materiali e tecniche sono in se stessi insostenibili, per molti è il loro uso inappropriato e l’incongruo obiettivo progettuale a renderli tali, e se alcuni di essi assumono valore positivo solo in determinate applicazioni, fornendo risposte specifiche valide in definiti contesti operativi, altri presentano caratteri ambientali positivi validi nella generalità delle condizioni di uso. Ad esempio, il polistirene è molto economico e di grande facilità applicativa; è però anche materiale energivoro la cui produzione, trasporto e lavorazione sono connesse a rischi per la salute umana e per l’ambiente e a difficoltà di smaltimento, caratteri questi che ne sconsiglierebbero l’uso diffuso. Il laterizio, al contrario, possiede alcuni caratteri ambientali e sociali che lo rendono di notevole interesse per una progettazione sostenibile [… ]