Ecomafia 2009
Le storie e i numeri della criminalità ambientale
di Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente

Le storie e i numeri della criminalità ambientale
di Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente
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Il nuovo affare per la mafia, al Sud come al Nord, oggi si chiama “grande distribuzione organizzata”. Un gioco semplice quanto altamente redditizio: basta acquistare un terreno a prezzi di mercato, costruirci un bel centro commerciale che ne quadruplica il valore e godersi senza troppa fatica gli utili. Una fila di registratori di cassa attraversati ogni giorno da un formidabile flusso di contante, dove insieme agli introiti delle attività commerciali passano anche i soldi delle attività mafiose, ovviamente per essere ripuliti. Vere e proprie “lavatrici di denaro sporco”, come le ha definite il procuratore aggiunto della procura antimafia di Palermo Roberto Scarpinato, commentando i risultati di una delle tante inchieste che hanno coinvolto il commercio all’ingrosso in Sicilia nell’ultimo anno.E il forte interesse delle famiglie criminali per il settore è testimoniato dalle storie, dai numeri e dal valore economico dei sequestri disposti dalla magistratura. Un business che ha superato quello del traffico di stupefacenti e quello dell’edilizia. Perché costruire un ipermercato è sì un modo eccellente per riciclare denaro, ma è anche strategico per controllare il tessuto sociale ed economico e, allo stesso tempo, per conquistare interi pezzi di territorio. Questo avviene attraverso la lottizzazione delle aree, la gestione degli appalti edilizi, la scelta dei fornitori, la distribuzione di licenze commerciali e di posti di lavoro. Se prima il rapporto con il mondo del commercio era basato sulla riscossione del pizzo, ora la mafia diventa imprenditrice, entra nei capitali e nella gestione di supermarket e centri commerciali con guadagni ben più significativi.
“Decisi di fare la telefonata per fare mettere a posto l’impresa. Ma l’interlocutore, che noi avevamo individuato in Vincenzo Milazzo e Alfonso Milazzo, padre e figlio, come i veri responsabili del centro commerciale, si mostrò molto sicuro, ma niente affatto disposto a pagare. Pochi giorni dopo venni chiamato da Sandro Lo Piccolo, il quale mi disse che per il Centro Olimpo non dovevo fare nulla, perché la cosa la gestiva lui con i catanesi e questi ultimi si erano lamentati per il fatto che era stata fatta la telefonata e i Milazzo temevano di essere stati intercettati”. Così il pentito Francesco Franzese, uomo della famiglia Lo Piccolo, racconta gli interessi di Cosa nostra per i supermercati in Sicilia. “I Lo Piccolo mi dissero che i centri Despar non dovevano essere toccati in quanto interessavano alla famiglia, mentre cosa diversa era per i singoli negozi affiliati che molte volte erano solo piccole attività con insegne Despar. I Despar interessavano direttamente anche Matteo Messina Denaro”.
Anche in uno dei numerosi pizzini sequestrati nel covo di Bernardo Provenzano c’era scritto “Solito argomento Despar…”, con riferimento alla stessa catena che nell’agrigentino e nel trapanese veniva gestita dall’imprenditore Giuseppe Grigoli per conto del boss latitante Messina Denaro. Di lui il pentito Maurizio Di Gati ha detto: “Matteo Messina Denaro e Grigoli sono la stessa cosa: non si può chiedere il pizzo ai supermercati di Grigoli”.
Sono solo alcune delle testimonianze che inducono gli investigatori a ritenere che l’intera catena del noto marchio commerciale nell’isola era una faccenda delle famiglie: dalla costruzione dei supermercati all’ultima delle assunzioni.