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L'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quindici anni senza verità
a cura di Roberto Scardova
introduzione: Gianni Minà

L'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quindici anni senza verità
a cura di Roberto Scardova
introduzione: Gianni Minà
stralcio
La notizia dell’eccidio in Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin mi arrivò dietro le quinte del concertone organizzato domenica 20 marzo ’94 davanti la Basilica di San Giovanni in Laterano dalle forze progressiste che si preparavano alla consultazione elettorale del 27 e 28.
La prima consultazione che avrebbe segnato la vittoria di Berlusconi e di Forza Italia e quindi ribadito la continuità di questa presunta novità politica con il passato inquietante della cosiddetta Prima Repubblica, dalla quale si credeva l’Italia volesse prendere le distanze.
Quella notizia di un assassinio apparentemente senza senso, legata alla piaga della malacooperazione italiana con i paesi del continente africano, sembrò infatti un segnale sinistro di un passato che non era finito e di un domani che non sarebbe cambiato.
Non conoscevo personalmente Ilaria e Hrovatin. Avevo già apprezzato, tuttavia, come collega maturo, il lavoro della Alpi che, ben presto, avrei saputo essere capace di raccontare con tanta sensibilità il mondo islamico perché, come fanno i giornalisti di razza in certe occasioni, aveva impiegato il suo tempo per laurearsi in lingua araba all’Università del Cairo invece di fare subito la cronista embedded su un tank o su un camion di una delle tante armate di occupazione delle nazioni forti che vanno a saccheggiare le ricchezze dei paesi del Sud del mondo.
La comunicazione, però, è un magistero complicato. Non ero sicuro che una piazza traboccante di mezzo milione di ragazzi, venuti per far festa a un modello politico che cercava unità e un po’ d’allegria, avrebbe saputo adeguare i propri umori alla tristezza improvvisa che l’assassinio di due connazionali impegnati nella ricerca della verità sui traffici di rifiuti tossici e di armi della nostra malefica «cooperazione» con la Somalia avrebbe richiesto, o meglio imposto.
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Dopo pochi giorni le salme di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin tornarono in Italia, accompagnati subito dalle bugie di Stato, che Luciana e Giorgio, gli intrepidi genitori di Ilaria, dovettero immediatamente imparare a decifrare per dar corpo a quello che è diventato il loro unico obiettivo nella vita: la verità sulla morte della figlia.
Per essere sinceri, in questi quindici anni, le istituzioni non li hanno molto aiutati. Hanno lavorato di più per chiarire questo vero e proprio scandalo politico alcuni colleghi, come Maurizio Torrealta (ora a Rai News 24), o tre giornalisti di Famiglia Cristiana come Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari, e un’indomabile parlamentare di quello che allora era il Pds, Mariangela Gritta Grainer. Con loro tanti organismi della società civile, la cui attività consapevole e appassionata ha obbligato il mondo politico a istruire una Commissione parlamentare sul caso Alpi (anche se ben presto fallita nel suo compito, per l’ambigua gestione del presidente designato, l’avvocato Carlo Taormina, una volta difensore di Soccorso Rosso e più recentemente di Berlusconi). E un avvocato di incrollabile etica, Domenico d’Amati, capace di svegliare più volte dal suo torpore endemico la Procura di Roma, non a caso definita il «Porto delle nebbie».
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