Carte false
L'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quindici anni senza verità
a cura di Roberto Scardova
introduzione: Gianni Minà

L'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quindici anni senza verità
a cura di Roberto Scardova
introduzione: Gianni Minà
stralcio
«Giovane giornalista televisiva e operatore televisivo, impegnati a svolgere una serie di inchieste in Somalia, venivano barbaramente trucidati in un efferato agguato di bande criminali. Fulgidi esempi di elevato spirito di servizio e di grande professionalità. 20 marzo 1994, Mogadiscio (Somalia).»
Motivazione con cui il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha concesso la medaglia d’oro al Merito Civile alla memoria di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, 14 novembre 2007.
Domenica 20 marzo: la trasferta somala, ormai, era agli sgoccioli. Ilaria rispose con un sorriso al pilota che affacciandosi dalla cabina, e urlando per vincere il rumore dei motori, le aveva chiesto se era tutto ok. Sì, tutto a posto: era stanca, ma felice. Stavolta l’aereo era riuscita a prenderlo, non avevano potuto impedirglielo. A Bosaaso lei e Miran avevano fatto un bel lavoro. Anche se erano stati costretti a rimanere molto più del previsto. Ma ora si tornava a Mogadiscio. E lì ci sarebbe stato da correre. A Roma, al Tg3, aspettavano il servizio. Non si poteva mancare l’appuntamento con il satellite per il riversamento. E dunque raggiungere subito l’albergo Sahafi, forse c’era tempo per una doccia, in camera registrare il testo, poi scendere all’ufficio della Ebu per montare le immagini girate da Miran, selezionare qualche brano delle interviste...
Quella al sultano di Bosaaso avrebbe fatto sensazione, le ammissioni sui traffici di armi e rifiuti erano clamorose, ma l’intervista era lunga, bisognava tagliare, a Roma non accettano mai più di due minuti... Tagliare, montare, poi spedire il tutto, sperare che il satellite non facesse i capricci come al solito, attendere che da Saxa Rubra ti dessero il buono.
E nello stesso pomeriggio, alle sei, lei e Miran sarebbero andati dal generale Carmine Fiore, al porto vecchio: sperava ancora di poter raggiungere Chisimaio e, semmai, gli avrebbe chiesto di consentire a lei e a Miran di imbarcarsi sull’incrociatore Garibaldi, e di tornare in Italia insieme ai soldati che lasciavano Mogadiscio.
Tante cose da fare in poche ore, ma questo era il mestiere che amava. L’ansia di non farcela: sempre i minuti contati, sempre qualcosa che non va, e a Mogadiscio poi... E stavolta doveva, doveva andare tutto bene. Il pezzo che aveva da trasmettere era importante. Forse il più importante dei tanti che lei aveva già realizzato in Somalia. Quante volte c’era già stata per il Tg3? Sette, otto volte... Le piaceva, la Somalia. Anche se c’era da soffrire, in mezzo a tanto disastro. Le piaceva tutto dell’Africa. Aveva studiato arabo, aveva scelto di fare la giornalista nei giorni in cui ancora ragazzina era andata al Cairo, con i genitori... E al Cairo era tornata per studiare, per scrivere i primi articoli che Paese Sera e l’Unità le avevano pubblicato, e anche quei servizi per Noi Donne e Rinascita... Poi aveva vinto il concorso per entrare in Rai.
Stavolta era particolarmente orgogliosa di se stessa. Aveva trovato ciò che tanti suoi colleghi da tempo cercavano. La conferma che i miliziani somali ricevevano armi dall’Italia. Le armi che riempivano di cadaveri città e villaggi le portavamo noi. E in cambio di che cosa, poi? In cambio di soldi e rifiuti. Noi portavamo rifiuti in Somalia, i capi somali accettavano che fossero buttati nel loro mare, o sepolti nel deserto. Qualche bustarella, e armi, armi. Comprate a poco prezzo, magari sul mercato dell’ex patto di Varsavia, ormai in disfacimento.
Questo avrebbe raccontato nel suo servizio. Immaginava le obiezioni dei colleghi: be’, niente di nuovo, avrebbe detto qualcuno. Cose già dette e pubblicate. C’erano state inchieste a ripetizione negli anni passati, su quotidiani e settimanali. L’Europeo e Il Mondo se n’erano occupati parecchio, lei li aveva letti. Sapeva che i servizi segreti, il Sismi e il Sisde, avevano raccolto pacchi di informative che parlavano di traffico di armi con la Somalia. Alcuni rapporti ipotizzavano fossero coinvolte le navi di una società somala, o italo-somala, chiamata Shifco. Senza che nessuno al governo si scandalizzasse più di tanto. Erano state avviate inchieste, i magistrati di Mani pulite raccoglievano informazioni. I rapporti dei Carabinieri tiravano in ballo anche gente importante: ma era arduo per l’accusa mettere insieme qualcosa di più di qualche indizio. Su quei traffici non c’erano confessioni, o dichiarazioni di pentiti. Scattavano invece i segreti di Stato, le protezioni politiche, e tutto finiva rapidamente in archivio.
Questa volta, però, qualcosa di nuovo c’era. Lo aveva trovato lei stessa.
(...)