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La città delle nuvole

Viaggio nel territorio più inquinato d'Europa

di Carlo Vulpio

2009 - pagine: 160 - euro 14,00 - ISBN 978-88-96238-06-6

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I morti non possono andare a lavorare. E nemmeno chi è ammalato può lavorare. Però il lavoro è sacro, il lavoro è tutto, chi non lavora non mangia, a stare senza lavoro si perde anche la dignità. E dunque per un lavoro si può fare tutto. Si può anche giungere al paradosso di perdere quella dignità credendo di conservarla. Perderla sotto i colpi di una qualunque malattia mortale contratta a causa del lavoro, mentre ci si tiene stretto il posto di lavoro. Un’illusione. Quel posto di lavoro, il lavoratore lo perderà lo stesso, quando si ammalerà e non ce la farà più a lavorare.

(...)

Un giorno però qualcuno ha cominciato a guardare il cielo con una maggiore curiosità, poi con un più forte sospetto, infine con rabbia. Le nuvole non erano mai state tutte uguali come sembrava, ecco qual era la novità sotto il sole di Taranto. Perché dentro quelle nuvole di cui nessuno si era mai accorto, o che nessuno aveva mai voluto vedere, si annidava un nemico che fa paura al solo nominarlo: la diossina.

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A Taranto si è oltrepassato ogni paradosso e si è rovesciata ogni logica, perché Taranto è la città in cui anche i morti vanno a lavorare. Morti che camminano, come vengono chiamati gli abitanti del popoloso quartiere Tamburi, letteralmente attaccato al centro siderurgico più grande d’Europa, ma pur sempre morti. Alcuni uccisi dai fumi della fabbrica in cui lavorano, molti altri uccisi perché “fumatori passivi” di quei miasmi che respirano quando aprono le finestre o passeggiano per strada. Tutti però ugualmente uccisi piano piano, senza troppo clamore, consumati come candele. Tutti ugualmente consapevoli di essere dei morti che sono ancora vivi solo perché stanno ancora in piedi.

E’ vero, la colpa non è soltanto dell’acciaieria. Il polo industriale di Taranto ha cementifici e raffinerie che in altri Paesi sarebbero fuori legge. Ma anche quell’acciaieria due volte più grande della città, che ha duecentodiecimila abitanti, in altri Paesi sarebbe fuori legge. Perché quell’acciaieria, dal 1961, quando si chiamava Italsider ed era un pezzo pregiato dell’industria di Stato, ha regalato a Taranto tanti posti di lavoro, ma anche tanti veleni e tanti lutti.

Si dirà che questa è la storia della civiltà industriale, e che non c’è niente di nuovo sotto il sole. Invece no. Sotto il sole di Taranto, negli ultimi cinquant’anni, qualcosa di nuovo, purtroppo, c’è stato. Soltanto che nessuno lo ha visto. O nessuno ha voluto vederlo.

Le nuvole di fumo le vedevano tutti. Ma nessuno sapeva che cosa c’era dentro. A capire che cosa fosse il biossido di carbonio ci arrivava anche il più sprovveduto di elementari nozioni di chimica. Non arrivava però a decifrare il benzoapirene e gli idrocarburi policiclici aromatici. E nemmeno tutto il resto, mercurio, arsenico, piombo, policlorobifenili, benzene. Li sentiva ostili, aggressivi fin dai nomi, ma niente di più. 

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Un giorno però qualcuno ha cominciato a guardare il cielo con una maggiore curiosità, poi con un più forte sospetto, infine con rabbia. Le nuvole non erano mai state tutte uguali come sembrava, ecco qual era la novità sotto il sole di Taranto. Perché dentro quelle nuvole di cui nessuno si era mai accorto, o che nessuno aveva mai voluto vedere, si annidava un nemico che fa paura al solo nominarlo: la diossina.

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