Saggistica

tratto da

Confessioni di un eco-peccatore

Viaggio all'origine delle cose che compriamo

di Fred Pearce

2009 - pagine: 352 - euro 22,00 - ISBN 978-88-96238-24-0

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Prefazione di Luca Mercalli

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Prefazione

di Luca Mercalli

 

Mi è piaciuto il viaggio di Fred Pearce alla scoperta delle lunghe e complesse strade che compiono i nostri acquisti e i nostri rifiuti. In una quarantina d’anni ho visto anch’io cambiare molte cose dalla mia finestra di osservazione alla periferia di Torino, un po’ come quella di Londra.

Quando avevo dieci anni mia nonna mi mandava a comprare le verdure di fronte a casa, in un grande orto urbano che serviva i mercati rionali. La famiglia di venditori di verdure lo vendette alla fine degli anni Ottanta, e oggi al suo posto c’è un palazzo di dieci piani. E poco più in là, dove c’era un ottocentesco istituto scolastico per la sperimentazione agricola, incaricato di capire come si fa a rendere più produttivo il suolo, nel 1990 venne costruito un grande stadio per i mondiali di calcio, una gigantesca e costosa opera giudicata indispensabile e avveniristica, che proprio ora che scrivo, dopo solo 19 anni di utilizzo, è stata abbattuta per essere “rinnovata”. Tonnellate di cemento e ferro che vanno ad aggiungersi a quei grandi cumuli che si incontrano tra le pagine che vi accingete a leggere.

Pearce segue cibi e oggetti, dalla miniera alla discarica, al fine di fare un bilancio della sua impronta ecologica e sociale. Sono quasi sempre d’accordo con lui e provo qui a riassumere rapidamente il mio bilancio ecologico seguendo lo schema dei capitoli che seguono, usando come base la mia attuale abitazione extraurbana a 25 chilometri da Torino.

In casa ho pochi oggetti esotici, e non mi interessa averne: non ho zanne di elefante né pellicce di castoro. Porto la fede al dito e sono responsabile delle due tonnellate di detriti rocciosi scavati in Sud Africa per estrarre l’oro con cui è stata fabbricata.

Prodotti del mercato equo e solidale: talvolta li acquisto e sono d’accordo con la filosofia che ne sta alla base, ma rifuggo da quelli che non sono peculiari di certi paesi. Cacao sì, curry sì, ma è assurdo che compri fagioli in Sud America quando crescono qui da me, saranno pure solidali ma hanno consumato troppa energia per essere trasportati. In questo dissento dai fagiolini kenioti molto cari a Pearce. Egli vuole nobilmente aiutare gli agricoltori africani e suggerisce di continuare ad acquistare a Londra i fagiolini kenioti che arrivano in aereo a Natale, sostenendo che le emissioni derivanti dal loro trasporto siano accettabili. Ma io ritengo che a Natale si possano mangiare con soddisfazione patate, cavoli, broccoli e porri. I fagiolini li mangio a giugno. I nostri amici kenioti possono coltivare ciò che noi non abbiamo e – come si faceva un tempo con le spezie – ciò che non ha bisogno di un aereo per giungere fresco sulla nostra tavola ma può permettersi un sostenibile viaggio in nave di quindici giorni.

Anche io prediligo i prodotti locali: il pane lo faccio in casa quando posso oppure lo compro dal mio fornaio di montagna a due passi da casa, dove trovo anche il formaggio dei pastori locali, i mirtilli quando ci sono, le castagne e il miele. Le fragole a gennaio sono vietate dalla mia coscienza, ma mia moglie ne coltiva di magnifiche sul terrazzo, ottime da maggio ad agosto, insieme a ribes e lamponi nell’orto.

Partecipo all’esaurimento delle riserve ittiche mondiali con qualche scatoletta di tonno al mese, ma non alimento la mafia dei gamberi surgelati perché non ne consumo mai. Odio l’olio di palma negli alimenti e consulto attentamente le etichette dei prodotti alimentari: appena vedo scritto “olio vegetale” mi rifiuto di acquistare il prodotto, a difesa delle mie arterie e delle foreste tropicali. Le banane mi piacciono, ma le mangio come quando ero bambino: una volta o meno al mese, come regalo.

Confesso invece che non potrei rinunciare al cioccolato, ma è un prodotto ad alta densità di materia e di piacere, lo si commerciava già quattro secoli fa su bastimenti a vela e ne basta poco per essere contenti.

Cerco di usare e riusare i miei abiti: di certo non ne acquisto 35 chilogrammi all’anno come la media inglese, e le mie magliette fanno ben più di 25 lavaggi nella loro vita, in genere fino a sfilacciarsi per usura. Se abbandono abiti è perché non ci entro più, non per futili ragioni di moda. Scelgo sempre tagli classici, che reggono al tempo che passa. Spero così di non contribuire eccessivamente alla desertificazione del Mar d’Aral o allo sfruttamento del lavoro nell’industria tessile asiatica.

Sto scrivendo su un computer Acer come quello dell’Autore, molto probabilmente prodotto in Cina nel distretto di Suzhou: mi spiace di contribuire alla devastazione della terra cinese, ma lo uso come mezzo di lavoro, senza cambiarlo ogni pochi mesi solo per moda o perché è uscito il modello nuovo! Quello vecchio l’ho portato ai miei amici della Cooperativa Arcobaleno di Torino, che smontano e recuperano i componenti senza farli bollire nell’acido come in India.

In casa abbiamo tutti mobili di recupero, giunti da cantine e vecchi alloggi di nonni e parenti. Oltre che trasudare storia, evitano di distruggere parte della foresta pluviale tramite il mercato nero del legname di Zhangjiagang.

Detesto gli oggetti inutili, che a casa mia – nonostante ve ne siano ancora troppi – non entrano più da anni. Evito dunque di alimentare l’industria idiota e ambientalmente insostenibile della cinese Yiwu “capitale mondiale del ciarpame”. Ho troppe cose più importanti da fare che trastullarmi con il “babbo natale che suona il sassofono”: meglio guardare le nuvole o leggere Seneca.

Riciclo le lattine di birra e le bottiglie di plastica. Nel mio comune è attiva la raccolta differenziata porta a porta. So cosa vuol dire lo smodato consumo di acqua: la zona montuosa dove abito d’estate è arida ed esposta a sud, la cisterna per la raccolta dell’acqua piovana che ho fatto installare non basta mai, e ad agosto è tristemente vuota. Conscio del picco del petrolio e dei danni inflitti alle regioni di estrazione, ho installato una caldaia a gas a condensazione integrata da pannelli solari termici, e d’inverno lascio la temperatura di base in casa a 16 °C, portandola a 20 nelle stanze dove vivo di più tramite una efficiente stufa a legna a combustione inversa.

Pearce consuma oltre 2500 metri cubi di gas all’anno, io quasi dieci volte di meno. Ma in effetti lui ammette che la sua casa è un colabrodo energetico, io ho fatto l’isolamento termico del tetto e ho messo i vetri doppi basso emissivi (sui quali lui è scettico sostenendo che l’alluminio dell’infisso consuma più di quanto il vetro camera renda, ma non è così, perché l’alluminio un domani sarà riciclato; in ogni caso io ho scelto il serramento in legno).

L’elettricità di casa mia, compresa quella che fa funzionare il pc su cui sto scrivendo, è interamente prodotta da un impianto fotovoltaico da 1,8 kW di potenza di picco: in un anno produco più di quanto consumo. Pearce dice che la produzione di celle fotovoltaiche è energeticamente sfavorevole: non è più così da tempo, attualmente l’investimento energetico dei pannelli viene recuperato in due anni con una vita produttiva di circa 30.

Capisco che non si possa essere informati e aggiornati su tutto, ma questoè anche un monito: quelli affrontati da Pearce sono temi complessi e in rapido divenire, l’importante è porsi le giuste domande e andare a caccia delle giuste risposte, evidentemente variabili nel tempo secondo i nuovi

sviluppi tecnologici o i nuovi disastri ambientali.

Non riesco a fare a meno dell’auto come Pearce, ho una vecchia auto a gasolio, Euro 2, ma con buona manutenzione dopo 350.000 chilometri mi fa ancora 18 chilometri con un litro. Cambiarla sarebbe peggio: ci sarebbe da metter in conto tutta l’energia e le materie prime per la costruzione di una nuova auto che peserebbero troppo. Ho deciso dunque che la porterò a fine vita, dovrà cadere il motore perché la cambi. Uso spesso il treno per muovermi, anche se vedo che i calcoli sulle emissioni per passeggero/chilometro sono spesso poco veritieri e vi sono treni tutto fuorché ecologici, come quelli ad alta velocità, ai quali mi oppongo optando per un miglioramento del servizio diffuso.

Da sempre ho avuto un orto a disposizione, ora i miei 200 metri quadrati di terra che coltivo con mia moglie sono una miniera di verdure ottime e a bassissimo impatto ambientale. I rifiuti organici vengono in parte smaltiti dalle mie tre galline e in parte producono compost per concimare. Sono d’accordo a esprimere ottimismo verso l’agricoltura artigianale che in tutto il mondo dimostra di saper integrarsi con le esigenze del territorio, come predica il mio amico Carlin Petrini che a 70 chilometri da casa mia ha fondato Slow Food. Però attenzione alle soluzioni troppo facili: l’agricoltura artigianale e l’autoproduzione, da sole difficilmente potrebbero nutrire 7 miliardi di umani affamati. I numeri sono numeri e le illusioni da giornalista sono pericolose. Sono processi che necessitano di un grande apporto di inventiva e di ricerca scientifica.

Non mi fa paura un’Italia con basso tasso di fecondità, mi fa paura il contrario, un’Italia sovrappopolata, con 60 milioni di persone su 300.000 chilometri quadrati di territorio, in gran parte montuoso: abbiamo solo 5000 metri quadrati di suolo a testa, meno di un campo da calcio. Qui Pearce semplifica di nuovo eccessivamente, sottovaluta il problema demografico ritenendo che ormai tutti i popoli stiano diminuendo il loro tasso di fertilità e dopo un ulteriore aumento – si ritiene a 9 miliardi per il 2050 – la popolazione mondiale andrà naturalmente a declinare. In un mondo dove l’impronta ecologica supera già oggi le potenzialità planetarie, l’ottimismo di Pearce è per me spostato di un cinquantennio: vedremo cosa sarà restato allora delle risorse del pianeta!

Ma in definitiva concordo con il contenuto di queste pagine che alla fine sono costate un buon chilogrammo di anidride carbonica e qualche albero per la carta, sia pur riciclata: la consapevolezza e la responsabilità dei propri gesti sono gli strumenti più importanti per tirar fuori dall’umanità la sua parte migliore, evitare le trappole che si sta fabbricando da sé e viceversa progettare una vita più sostenibile e felice per tutti.