Saggistica

tratto da

Apocalisse quotidiana

Sei argomenti per una giustizia globale

di George Monbiot

prefazione: Carlo Petrini

2009 - pagine: 256 - euro 20,00 - ISBN 978-88-96238-12-7

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Prefazione di Carlo Petrini

George Monbiot sa leggere la realtà. Questa, cari lettori, è merce rara. Ci vogliono indipendenza, apertura mentale, curiosità: il coraggio e la sapienza per fare un passo nel territorio dove i paradigmi che dominano la Terra non valgono. In questo libro la bravura del divulgatore è unita alla professionalità del giornalista, e i temi sono quelli cardine in un mondo in crisi come il nostro.

Già, la crisi: una parola che sta rimbalzando ovunque. È finanziaria, climatica, alimentare, economica, di valori. Si sente, ne abbiamo percezione nelle nostre vite ogni giorno, in quasi ogni azione che compiamo. Non riusciamo però a comprendere a fondo da dove proviene: la subiamo e basta. Tutto ciò genera incertezza, anche lei ultimamente grande protagonista delle cronache e dei commenti.

A pensarci bene però, l’incertezza non dovrebbe farci così paura: il futuro è incerto per definizione, non abbiamo la sfera magica che lo prevede. Ciò che fa paura dev’essere dunque altro, è il senso di abbandono e di solitudine in cui ci troviamo, assaliti da merci d’ogni tipo, obnubilati dall’abbondanza, sempre pronti a sprecare per consumare di nuovo.

La verità è che viviamo in un sistema che si nutre della nostra infelicità. La nostra insoddisfazione sistematica è il carburante di una macchina così complessa e nebulosa che ci pare ormai impossibile da capire e quindi anche da governare. Tendiamo a lasciar fare ad altri, perché crediamo di essere nell’impossibilità di riprenderci le nostre vite, quando neanche ne sentiamo il bisogno. Il cittadino o il contadino si sentono persi, credono di poter comprare e accumulare potenzialmente ogni cosa se faranno bene il loro dovere quotidiano, ma in realtà ciò che stanno facendo è vendersi.

Non è vero che il sistema consumistico ci vende beni e oggetti: esso compra le nostre menti, compra le nostre vite, lasciandoci soli e impotenti. I nostri sensi si atrofizzano, la serialità e l’omologazione ci fanno perdere il gusto per le differenze, e con la perdita del gusto si perde la merce rara di Monbiot: la capacità di leggere la realtà.

Non ho parlato a caso di gusto: è il mio campo, quello in cui lavoro. Slow Food inizia la sua storia con la “tutela e il diritto al piacere”. In questa missione si parte dalla tavola, dalla difesa del cibo e della cultura materiale dei popoli. Il primo moto è un’insurrezione contro l’omologazione di una fast life che ha finito con il renderci insensibili. Tutto ci passa vicino e ci sfiora, ma non lo cogliamo; tutto si consuma voracemente, e poi si butta via per consumare altro. Partire dalla tavola non è esercizio epicureo o, peggio, pantagruelico. Significa innanzitutto riappropriarsi dei nostri sensi, allenarli nuovamente a comprendere le differenze, e quindi la realtà.

Se so gustare un cibo lo so capire, mi approprio di tutti i processi che l’hanno portato sulla mia tavola, ho il potere di orientarli. Ma imparo non soltanto a gustare nel modo più pieno possibile ciò che ho nel piatto: imparo a gustare e a comprendere anche tutto il resto che mi circonda.

So leggere la realtà. Non è un caso che negli articoli qui raccolti Monbiot inizi spesso i suoi

ragionamenti a partire dalla sua esperienza personale, dall’osservazione del paesaggio, da cose che gli capitano direttamente o in cui si imbatte.

È lo stimolo primario, la scintilla che poi fa partire le indagini, che scopre gli altarini, che condanna inequivocabilmente i responsabili della nostra “apocalisse quotidiana”. Monbiot con la sua scrittura brillante e ironica ci insegna non soltanto ciò che racconta. Ci insegna che la realtà, ciò che succede al mondo, è anche nelle cose più semplici e banali ed è pienamente alla nostra portata.

Se è vero, come leggerete nell’introduzione di Monbiot, che “ogni società è a quattro pasti mancati dall’anarchia”, il consiglio che mi permetto di dare io è: cominciamo a ragionare su quei pasti che abbiamo fortunatamente a disposizione. Non è necessario partire per forza dal cibo: quei quattro pasti sono la metafora di tutto ciò che abbiamo e che possiamo permetterci. Il potere delle nostre scelte è incredibile. Dunque impariamo a scegliere.

Anche se riguarda i massimi sistemi, l’apocalisse quotidiana è molto personale, perché ci lascia vuoti, soli e infelici. La crescita di problemi psichici tra le giovani generazioni citata nel libro da questo punto di vista è esemplare. Ma giustamente non bisogna dimenticare che questo regno dell’infelicità è il principale responsabile dei danni e delle violenze che stiamo perpetrando alla Terra, ai suoi equilibri delicati, alla sua capacità di essere un luogo accogliente e felice. Dobbiamo urgentemente porci il problema di come salvare la Terra da questa deriva mortifera e mortificante.

Monbiot ci fa capire attraverso la tessitura dei “sei argomenti” che non dobbiamo attendere la mano del politico fondamentalista cristiano, non possiamo aspettare che il Dio di qualcuno risolva la situazione, che è stupido illuderci che chi ha il denaro prima o poi troverà la soluzione. L’unica inevitabile conclusione dopo aver letto questo libro è che tocca a noi, soltanto a noi in quanto individui, famiglie, comunità. Non sono gli Stati

più o meno democratici, non sono gli organismi sovranazionali o gli scienziati che ci salveranno, non sono i sistemi culturali dominanti: saremo noi i motori del necessario cambiamento, a partire dalle nostre case, dai nostri territori e dalle nostre piccole vite.

La notizia più bella però è che questo non sarà un compito ingrato o immane. Sarà facile e anche molto piacevole. Se per uscire dal vortice del consumismo dovremo cambiare le nostre abitudini, siamo proprio sicuri che sarà una cosa disgustosa, vuota e che ci impoverirà? Sempre per deformazione professionale porto un esempio relativo al nostro cibo.

“Mangiare è un atto agricolo” scriveva il poeta contadino Wendell Berry: scegliendo il nostro cibo scegliamo anche che tipo di agricoltura si praticherà. Se scelgo cibo locale, fresco, di stagione, acquistandolo direttamente dai produttori, magari biologico e sicuramente “Omg free”, faccio senz’altro bene alla Terra, ma secondo voi a livello personale mi sto facendo del male? No, quel cibo sarà sicuramente più buono e più gratificante.

Se è locale è certamente rispettoso della biodiversità del mio territorio, meno impattante in termini di emissioni, ma anche meno costoso se me lo procuro direttamente dal contadino o dal produttore. Se saprò scegliere, imparerò a conoscere l’alimento che mi porto a casa e a rispettarne il vero valore: il suo prezzo diventerà un dettaglio tra gli altri, e non l’unico metro di giudizio.

Come per il cibo si può fare così con tutte le altre scelte che ci permettono di risparmiare energia, di avere comportamenti sostenibili, di salvare un po’ di Terra per le generazioni future. Curiosamente, la sostenibilità ecologica va di pari passo con la sostenibilità esistenziale. Se esco dal circuito virale del consumismo, attuando forme virtuose di economia locale, automaticamente mi reinserisco in una comunità, torno ad avere un contatto vero e gratificante con gli altri. L’economia locale, le microeconomie alternative che non coinvolgono le grandi multinazionali, i potentati sovranazionali e i malati di profitto su scala globale sono la più bella forma di democrazia partecipativa che possiamo rimettere in moto nei nostri luoghi. Smettendo di essere consumatori (che consumano ciò che comprano, ma che consumano anche il terreno, l’aria, l’acqua, le menti degli uomini) e iniziando a essere attivi, complici in processi virtuosi e sostenibili, non staremo facendo altro che riprenderci in mano le nostre vite, null’altro che un ottimo lavoro per garantirci cospicue dosi di felicità.

Monbiot non ci dice direttamente come fare – e certamente neanch’io ho la presunzione di farlo in questa prefazione – ma ci dà un metodo, gli strumenti per imparare a leggere la realtà. Da quel punto in poi credo che ognuno sarà in grado di capire il suo ruolo, piccolo ma fondamentale.

Perché non c’è una ricetta unica, ma si parte dal proprio contesto, liberamente, autonomamente e come meglio si crede, per tornare a essere indipendenti, aperti e curiosi. Per far sì che la merce rara di Monbiot diventi il vero surplus che sapremo produrre in futuro. Per riuscire, come diceva Roland Barthes, a vivere felici, con “nessun potere, un po’ di sapere, e quanto più sapore possibile”.