Annuari

tratto da

State of the World 2010

Trasformare la cultura del consumo

di Worldwatch Institute

a cura di Gianfranco Bologna

2010 - pagine: 384 - euro 24,00 - ISBN 978-88-96238-39-4

Prefazione di Muhammad Yunus

stralcio pagina 29

Sono lieto che il Worldwatch Institute, nella nuova edizione del suo rapporto annuale (State of the World 2010), abbia scelto di affrontare la spinosa questione della riforma della nostra cultura in senso lato. Negli ultimi trent’anni, quando il mio lavoro sulla microfinanza è entrato nel vivo, mi sono dovuto scontrare con il secolare pregiudizio secondo cui le donne povere e analfabete non sarebbero state in grado di farsi promotrici del proprio benessere economico. Il microcredito respinge decisamente questo insulso preconcetto, tanto diffuso e radicato nella cultura dominante quanto profondamente errato.

Tuttavia, riuscire a sradicare false credenze e aberrazioni culturali, per di più consolidate, non è affatto facile. Quando, all’inizio, mi sono rivolto ad alcune note banche per convincerle a concedere un credito alle donne senza mezzi, ho ottenuto solo un netto rifiuto. “I poveri non sono soggetti interessanti per le banche. Non è possibile prestargli alcuna somma”, mi ha spiegato un banchiere, aggiungendo poi, tanto per rincarare la dose: “Chi lo fa, può dire addio ai suoi soldi”. In realtà, il nostro primo esperimento ha dato risultati molto incoraggianti. Chi ci ha chiesto un prestito si è rivelato un cliente coi fiocchi, che ha puntualmente ripagato il proprio debito entro i termini previsti. Ciò nonostante le banche tradizionali non hanno cambiato opinione, sostenendo anzi che si era trattato di un puro caso fortuito. Quando siamo riusciti a replicare lo stesso risultato in molti altri villaggi, hanno semplicemente scrollato le spalle.

Ho capito che non sarebbe stato facile smontare i loro pregiudizi e fargli cambiare idea, indipendentemente dal numero di successi che riuscivamo a incassare. Ormai ne erano convinti: i poveri non sono soggetti interessanti per le banche! Così ho capito che dovevo innanzitutto piantare il seme di una nuova cultura nel mondo della finanza in generale. Dovevo ribaltare la situazione, confutare quell’erroneo preconcetto e dimostrare che non è vero che i poveri non ripagano i debiti, in realtà sono le banche che non ripagano le aspettative della persone.

Di conseguenza, ci siamo attivati per creare una banca un po’ diversa, fatta apposta per aiutare chi è più povero. Il presupposto su cui si fonda l’attività delle banche tradizionali è: “Più hai, più puoi avere”. Abbiamo rovesciato il concetto e convertito la massima in: “Meno hai, più hai diritto a ricevere un prestito”. Da lì è partita una riforma che ha dato vita a una nuova visione del credito, concepito come strumento di lotta alla povertà. Ne è nata una cultura finanziaria in cui i più poveri hanno la priorità sui più ricchi e un minimo capitale può aiutare anche chi vive nella miseria più buia a garantirsi una fonte di sostentamento.

Dopo anni di attenta sperimentazione questi ideali si sono concretizzati nella creazione della Grameen Bank, che oggi soddisfa ogni anno 8 milioni di richieste di credito, concedendo prestiti per un ammontare complessivo di 1 miliardo di dollari. Mediamente, le somme prestate si aggirano intorno a 360 dollari. Nel 99% dei casi sono puntualmente ripagate alla scadenza. La Grameen ha attivato anche altri programmi, tra cui speciali forme di credito per chi vive di sola carità, servizi di microrisparmio e micropolizze assicurative. Con nostro grande orgoglio, l’idea del microcredito si sta diffondendo ormai in tutto il mondo.

In termini finanziari, si tratta di un sistema destinato a sostenere i più poveri, in particolare le donne meno abbienti. Sul piano culturale si tratta di una vera e propria rivoluzione.

Dimostra che gli atteggiamenti culturali, compresi quelli più consolidati, possono essere cambiati. Per questo sono entusiasta del nuovo State of the World 2010. È un appello al mondo perché introduca una delle più grandi riforme culturali mai immaginabili: passare da modelli culturali e stili di vita votati al consumismo ad altri improntati alla sostenibilità. E va ben oltre le tradizionali ricette a base di tecnologie pulite e politiche illuminate. Invoca un ripensamento globale dei tradizionali paradigmi su cui si fonda il moderno consumismo, un superamento dei comportamenti e degli stili di vita normalmente visti come “naturali”, ma che paradossalmente stanno minando la salute del nostro ecosistema e minacciando le nostre economie.

Il Worldwatch si è assunto un impegno non facile. L’obiettivo dichiarato di questo volume è dei più ambiziosi. Nessuna generazione prima d’ora, nell’intera storia del mondo, è riuscita a realizzare una trasformazione culturale così profonda come quella invocata in queste pagine. I numerosi articoli di questo volume dimostrano come tale riforma sia possibile. Passando attraverso un riesame dei presupposti del nostro moderno stile di vita e toccando tutti gli ambiti della nostra società, dalla gestione aziendale ai programmi scolastici, ai riti nuziali, alla pianificazione urbanistica. Forse non tutti i lettori concorderanno con ogni singola idea proposta. Ma l’audacia dell’idea di fondo è innegabile e toccante: trasformare radicalmente la nostra cultura è possibile. Anch’io credo sia così, dopo avere assistito alla fantastica rinascita culturale delle donne del Bangladesh. Lo scopo della cultura, dopo tutto, è di fare in modo che tutti possano sviluppare ed esprimere le proprie potenzialità, non di ergersi come una barriera e impedire agli individui di migliorarsi e progredire. Una cultura che non consente alle persone di crescere è una cultura morta. E le culture morte dovrebbero stare nei musei, non in una società civile.

Muhammad Yunus

Fondatore della Grameen Bank, premio Nobel per la Pace 2006