Saggistica

tratto da

Potenze emergenti

Come l’energia ridisegna gli equilibri politici mondiali

di Michael T. Klare

2010 - pagine: 320 - euro 24,00 - ISBN 978-88-96238-40-0

Introduzione aggiornata

estratto

Introduzione aggiornata

 

La sfida continua

Potenze emergenti è stato pubblicato negli Stati Uniti nell’aprile del 2008, quattro mesi prima del collasso di Lehman Brothers e dell’inizio della crisi economica internazionale. L’improvvisa perdita di migliaia di miliardi di dollari in capitali finanziari e la paralisi del sistema creditizio internazionale hanno portato a una contrazione economica su scala globale, che ha rallentato la domanda di energia e ha fatto crollare i prezzi del petrolio dai 140 dollari al barile di luglio 2008 ai 40 di novembre. Su queste basi, molti analisti hanno concluso che, almeno per qualche tempo, la contesa planetaria per l’energia si sarebbe arrestata. Eppure, non è andata così: oggi, 16 mesi dopo l’inizio della crisi, la lotta per l’energia appare più feroce che mai.

La corsa per il controllo di forniture di energia in continua diminuzione è evidente negli sforzi delle compagnie petrolifere internazionali (IOC, International Oil Companies) e di quelle nazionali (NOC, National Oil Companies) per assicurarsi i diritti di esplorazione e trivellazione sulle riserve di petrolio e gas naturale in Africa, Asia centrale e Iraq, oltre che al largo delle coste brasiliane e nell’Artico. Questi sforzi non sono differenti da quelli già descritti, ma dopo la pubblicazione di Potenze emergenti si sono registrati sviluppi ai quali è necessario prestare attenzione.

La Cina ha dato ulteriore impulso ai suoi tentativi di acquisire risorse energetiche all’estero; la Russia ha rafforzato il suo controllo sulla produzione e la distribuzione del gas naturale in Europa e Asia; grande enfasi è stata riservata allo sviluppo delle riserve non convenzionali, come le sabbie bituminose in Canada, i giacimenti offshore profondi e quelli di petrolio e gas della regione artica.

 

Lo sfrenato shopping cinese

Da quando la Cina è diventata un importatore netto di petrolio, nel 1994, le principali società energetiche cinesi hanno cercato di acquisire riserve di petrolio all’estero o di formare joint venture con compagnie petrolifere internazionali o controllate dallo stato, operanti nelle zone di produzione più importanti. Sebbene la Cina si procuri la maggior parte del petrolio che importa con giganteschi acquisti dai maggiori fornitori presenti sul mercato internazionale, i suoi leader si sono comunque assicurati partecipazioni significative nei processi di produzione e distribuzione delle riserve di energia straniere. Come illustrato nelle pagine iniziali di questo libro, nel 2005, la China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) ha tentato di acquisire la californiana Unocal Corporation presentando un’offerta di 18,5 miliardi di dollari. Nonostante il fallimento del tentativo di scalata della CNOOC, la stessa compagnia e altre controllate dallo stato hanno comunque acquistato importanti risorse energetiche in Angola, Kazakistan e Nigeria. Dopo il 2005, le imprese cinesi hanno continuato a ricercare petrolio e gas naturale all’estero. Nel 2009, però, le loro attività hanno subito una brusca accelerazione: nel solo mese di febbraio, banche e corporation cinesi hanno concluso accordi per un valore di circa 50 miliari di dollari, la cifra più alta mai registrata in un periodo di tempo così breve. Questi accordi comprendono: • un prestito da 25 miliardi di dollari dalla China Development Bank alle compagnie petrolifere russe Rosneft e Transneft, che verrà usato dalle due aziende per sviluppare giacimenti nella Siberia orientale e per completare la costruzione di un oleodotto che arriverà fino alle raffinerie cinesi. Un ulteriore accordo prevede che le compagnie russe collaboreranno con la China National Petroleum Corporation (CNPC) per fornire alla Cina 300 milioni di tonnellate di petrolio russo in un periodo di 20 anni;

  • un prestito da 10 miliardi di dollari, erogato dalla China Development Bank a favore della Petróleo Brasileiro S.A. (Petrobras), compagnia controllata dallo stato brasiliano, in cambio dell’impegno di Petrobras di fornire a CNPC e alla China National Petrochemical Corporation (Sinopec) 200.000 barili di petrolio al giorno per i prossimi 10 anni;
  • 4 miliardi di dollari di investimenti in un programma di sviluppo energetico a cui partecipano Cina e Venezuela. A partire dal 2015, il Venezuela fornirà a CNPC tra gli 80.000 e i 200.000 barili di petrolio al giorno;
  • un pacchetto da 10 miliardi di dollari tra prestiti e investimenti in Kazakistan. CNPC ha versato 5 miliardi per acquisire una quota del 50% di MangistauMunaiGaz, la più importante compagnia petrolifera e del gas kazaka; altri 5 miliardi sono stati prestati dai cinesi per il completamento dell’oleodotto tra Kazakistan e Cina, il più lungo del mondo.

La simultaneità di queste mosse rivela che le autorità cinesi stanno cercando di sfruttare la crisi economica per rafforzare la posizione del loro paese all’interno del sistema globale dell’energia. In effetti, alcuni funzionari hanno rivelato che la Cina potrebbe usare una parte delle sue ingenti riserve di valuta straniera (valutate in 2.000 miliardi di dollari) per acquisire risorse energetiche e minerali straniere, qualora il loro prezzo dovesse diminuire a causa della recessione globale. In aggiunta, le maggiori istituzioni creditizie statali, incluse la China Development Bank e la China’s Export and Import Bank (Exim Bank), hanno fornito ingenti quantità di denaro alle compagnie controllate dallo stato per le loro operazioni all’estero. Anche se a volte è difficile stabilire con certezza se le compagnie energetiche cinesi ottemperano alle direttive dei funzionari governativi, o più semplicemente approfittano di condizioni economiche a loro favorevoli, non c’è alcun dubbio sul fatto che si stiano impegnando parecchio per fare nuovi affari all’estero.

Oltre a quanto annunciato nel febbraio 2009, le compagnie cinesi hanno iniziato negoziati e concluso nuovi accordi in Angola, Ecuador, Ghana, Guinea, Kenya, Nigeria e Iraq. In marzo, l’Angola ha ricevuto dalla Cina un prestito per attività collegate al petrolio da un miliardo di dollari, che si è aggiunto ai 4 che ha già ottenuto a partire dal 2002. In giugno, Sinopec ha offerto 7,2 miliardi di dollari per acquisire Addax Petroleum, una compagnia svizzero-canadese con interessi in Africa occidentale e nella regione curda dell’Iraq. In novembre, la stessa Sinopec si è accordata con la Ecuador, società ecuadoregna controllata dallo stato, per sviluppare un campo petrolifero nella provincia di Pastaza. Le compagnie cinesi sono poi in competizione con quelle occidentali per aggiudicarsi l’accesso ai giacimenti recentemente scoperti in Ghana, Guinea e Kenya. In Iraq, CNCP è il principale operatore nel giacimento di Adhab, nella provincia di Wasit, a sudest di Baghdad, e coopererà con BP per sviluppare il giacimento gigante di Rumaila, nell’area di Basra, nell’Iraq meridionale. Grazie a questi sforzi, la Cina oggi è uno dei principali produttori di petrolio in Iraq, un risultato che nessuno avrebbe saputo prevedere anche soli pochi anni fa.

 

la corsa russa per il dominio dellenergia euroasiatica

Da quando ha assunto la guida del suo paese, Vladimir Putin ha usato il suo immenso potere per rinsaldare il controllo statale sulle riserve di energia e minerali del suo paese, con lo scopo di rafforzare l’influenza internazionale di Mosca. Durante i suoi due mandati presidenziali, dal 2000 al 2008, Putin ha supervisionato sulla reimposizione della gestione statale su diverse aziende energetiche privatizzate di recente, tra cui Yukos – che è stata la più grande compagnia petrolifera privata in Russia – e Gazprom,

il colosso del settore del gas naturale. Putin ha poi usato tutta la sua influenza per convincere i leader di Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan a servirsi degli oleodotti russi (piuttosto che di condotte ancora

da costruire sotto il Caspio e sul Caucaso fino alla Turchia) per trasferire le loro eccedenze di petrolio e gas naturale ai loro clienti occidentali.

Adesso che è diventato primo ministro, Putin sta comunque tentando di ampliare il controllo dello stato sulle compagnie energetiche russe, oltre che sulla produzione e sulla vendita del gas naturale in Eurasia.

Quando, nell’autunno del 2008, iniziò la crisi economica globale, alcuni osservatori sostennero che gli sforzi di Putin si sarebbero scontrati con il crollo dei prezzi del petrolio, che avrebbe causato una diminuzione delle entrate di Gazprom, Rosneft e delle altre aziende controllate dallo stato.

Putin e gli alti funzionari russi sarebbero stati troppo occupati a fronteggiare le conseguenze della crisi sull’economia nazionale, e non avrebbero avuto abbastanza riserve di denaro per portare avanti le imprese in cui si erano imbarcati prima dello scoppio della crisi. Le cose non sono andate così: nonostante minori disponibilità economiche, il Cremlino ha continuato a sviluppare progetti energetici che accentueranno il suo dominio sulla distribuzione del gas all’Europa, e ha intensificato l’attività diplomatica nella regione del Mar Caspio, finalizzata agli stessi obiettivi.

L’impresa più ambiziosa riguarda però la costruzione di nuovi gasdotti sottomarini dalla Russia all’Europa occidentale, che hanno lo scopo di bypassare le condotte che passano in Ucraina e Bielorussia. In passato, alcune controversie con i due paesi ex sovietici sulla determinazione del prezzo del gas – oltre che, ritengono gli analisti, una serie di divergenze politiche – indussero Gazprom (che detiene il monopolio dell’esportazione del gas) a ridurre e in alcuni casi a sospendere le forniture di gas, causando una penuria di energia anche alle nazioni occidentali. In Europa si diffuse una forte sfiducia sull’affidabilità della Russia come partner nella distribuzione del gas: i leader europei cercarono di differenziare i loro fornitori, e presentarono proposte per la costruzione di gasdotti verso riserve non russe. Mosca, per tutta risposta, ha cercato di estromettere Ucraina e Bielorussia dall’equazione energetica con la costruzione di due nuove condotte: North Stream, che parte da Vyborg, nella Russia nordoccidentale, passa per il Mar Baltico e arriva fino a Greifswald, in Germania;

e South Stream, che partendo da Beregovaja, nel sud ovest della Russia, attraverserà il Mar Nero e arriverà a Burgas, in Bulgaria, da cui poi raggiungerà Austria, Italia, Grecia, Ungheria e Serbia (dei due, North Stream sta per essere costruito, mentre South Stream è ancora in fase di progettazione).

La determinazione di Mosca a procedere con North Stream e South Stream – due imprese estremamente costose – è una chiara espressione della volontà di Putin di assicurarsi il dominio della Russia sulla vendita del gas naturale all’Europa, ed è un modo per indebolire i tentativi europei di ridurre la loro dipendenza dal gas russo. Con la costruzione di North Stream, Gazprom potrà distribuire il gas direttamente in Germania, Paesi Bassi e in altri paesi europei senza preoccuparsi per le conseguenze di eventuali contrasti con l’Ucraina. Allo stesso modo, grazie a South Stream la Russia è riuscita a danneggiare la fattibilità economica di Nabucco, un gasdotto finanziato da Ue e Stati Uniti che per un lungo tratto dovrebbe correre parallelo a South Sream, con la differenza però che il gas dovrebbe essere fornito dall’Azerbaigian, dall’Iran o dal Turkmenistan, piuttosto che dalla Russia. Putin si è mosso con rapidità per ottenere finanziamenti e permessi di costruzione per South Stream, ed è riuscito a coinvolgere nel progetto importanti partner europei, tra cui l’Eni, mentre Nabucco non ha fatto registrare passi in avanti altrettanto significativi.

La corsa del Cremlino per rafforzare il controllo statale sulla produzione e la distribuzione del gas naturale risulta evidente anche da altri sviluppi recenti. Nel luglio del 2009 Gazprom ha firmato un accordo con SOCAR, la compagnia statale dell’Azerbaigian, per l’acquisto di 500 milioni di metri cubi di gas all’anno dall’Azerbaigian e la loro distribuzione in Europa.

Questa mossa danneggia ulteriormente Nabucco, dato che Mosca ha acquisito riserve di gas che in un futuro avrebbero potuto essere trasportate attraverso la condotta sostenuta da Europa e Stati Uniti. Ancora, la Russia ha acconsentito a che la Turchia diventi uno snodo per la distribuzione nella regione del gas e del petrolio russi; si tratta di un’ulteriore erosione del progetto Nabucco, che prevede che la Turchia ospiti una parte considerevole delle condotte. E con un’altra mossa intesa a frustrare gli sforzi dell’Europa di ridurre la propria dipendenza dal gas russo, Gazprom ha stipulato una joint venture con la compagnia nazionale nigeriana per sviluppare le riserve di gas nel paese africano; l’accordo prevede anche il coinvolgimento di Gazprom qualora dovessero iniziare i lavori per la costruzione dell’oleodotto che, attraversando il Sahara, partirà dalla Nigeria per arrivare in Europa. Il progetto era stato presentato in origine dagli europei, nel tentativo, vano, di sottrarsi alle grinfie di Gazprom.

 

la caccia alle riserve non convenzionali di petrolio e gas

Un altro aspetto della contesa globale per l’energia che ha acquisito grande intensità dopo il 2008 è la corsa alle riserve non convenzionali di petrolio e gas, come le sabbie bituminose canadesi, i giacimenti offshore e quelli che si presume siano presenti nella regione artica. Finché ne hanno la possibilità, le compagnie preferiscono affidarsi alle fonti di energia convenzionali – petrolio e gas da estrarre da giacimenti a terra o vicino alle coste, con costi ragionevoli e con tecnologie collaudate.

Molti di questi giacimenti, però, o sono già quasi esauriti oppure sono gestiti da compagnie controllate dallo stato, e di conseguenza sono inaccessibili alle compagnie private. Di conseguenza, le imprese sempre più spesso cercano di sfruttare il petrolio e il gas non convenzionali, molto costosi, localizzati in mare aperto o in aree remote e pericolose, o da estrarre dalla roccia e dalla sabbia con tecnologie sofisticate e dispendiose.

Una delle espressioni più vistose di questa gara è la corsa alle riserve dell’Artico. Per lungo tempo considerato una landa desolata, l’Artico iniziò ad attirare l’attenzione delle compagnie energetiche quando lo U.S. Geological Survey annunciò che la regione conteneva fino al 22% dei depositi di gas e petrolio rimasti sul pianeta. Tuttavia, il mondo venne a conoscenza dell’importanza geopolitica dell’Artico solo nell’agosto del 2007, quando un minisommergibile russo scese sul fondale sotto il Polo Nord per piantarvi la bandiera – realizzata in titanio – di Mosca. Sebbene da più parti sia stata considerata una mossa propagandistica, l’operazione dei russi aveva in realtà un obiettivo molto concreto: rivendicare il possesso delle riserve sottomarine nel settore russo dell’Oceano Artico che si estende fino al Polo Nord, un’area pari ai due quinti dello stesso oceano.

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (United Nations Convention on the Law of the Sea, UNCLOS) prevede che le nazioni rivierasche possano rivendicare un diritto esclusivo allo sfruttamento delle risorse che si trovano sopra e sotto la loro piattaforma continentale esterna, a patto che riescano a mappare con precisione l’estensione di questo territorio sottomarino. I russi sostengono che il Polo Nord si trova all’interno della loro piattaforma esterna, e la missione dell’agosto del 2007 serviva a portare prove a sostegno di questa tesi. Sebbene diversi paesi contestino la posizione di Mosca, le compagnie russe si stanno già preparando a estrarre petrolio e gas dalla porzione russa dell’Oceano Artico, e hanno annunciato che il giacimento di gas di Shtokman entrerà in funzione a partire dal 2015.

La Russia non è il solo paese interessato all’Artico. La Norvegia ha già iniziato a estrarre gas naturale dal giacimento di Snøhvit, al largo di Hammerfest (a nord del Circolo polare artico), e sta pianificando altri progetti energetici nel Mare di Barents. Gli Stati Uniti per lungo tempo hanno scavato pozzi onshore nella regione di North Slope, in Alaska, mentre la Shell Offshore Inc. ha ottenuto un permesso preliminare per iniziare a trivellare nel Mare di Beaufort, nell’area nordorientale dell’Alaska. Un’altra azienda della Shell, la Shell Gulf of Mexico Inc., ha avuto il permesso per iniziare le operazioni nel Mare di Chukchi, nel nord ovest dell’Alaska. È probabile che anche il Canada consentirà le perforazioni nella sua porzione del Mare di Beaufort, sopra lo Yukon e i Territori del Nord-Ovest. Alcune compagnie hanno poi iniziato a esplorare le coste occidentali della Groenlandia alla ricerca di gas e petrolio. Molti analisti ritengono che la corsa all’Artico sia appena cominciata e che si farà sempre più serrata, via via che le riserve in altre aree si prosciugheranno e il riscaldamento globale semplificherà le operazioni nell’estremo nord del pianeta.

La corsa alle riserve non convenzionali ha fatto crescere l’interesse per le sabbie bituminose del bacino di Athabasca, nella provincia dell’Alberta, oltre che per il greggio extra pesante presente nel bacino dell’Orinoco, in Venezuela. Allo stesso modo, si presta grande attenzione allo sviluppo dei giacimenti sottomarini “pre-salt”, al largo della costa atlantica del Brasile – gas e petrolio sepolti sotto chilometri di acqua, roccia e sale. Sebbene il governo brasiliano abbia promulgato una serie di norme che prevedono che Petrobras, compagnia controllata dallo stato, abbia la priorità nello sviluppo di questi giacimenti, le maggiori aziende private stanno cercando in tutti i modi di accedere a queste riserve, tra le più grandi scoperte negli ultimi decenni.

La corsa di Cina e Russia e la caccia alle riserve non convenzionali sono la prova che la contesa globale per l’energia si sta facendo sempre più intensa, persino nel mezzo di una crisi economica che ha (temporaneamente) rallentato la domanda di petrolio e gas. Le previsioni indicano che in gran parte del mondo la ripresa economica avverrà nel 2010. La domanda energetica ricomincerà a crescere, e non ci sono prove certe del fatto che le forniture faranno altrettanto: la competizione per le risorse disponibili si farà ancora più feroce, e assumerà un ruolo ancora più centrale negli affari internazionali.