stralcio dal capitolo 6 pagina 181
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) l'impatto delle miniere sull'ambiente va oltre le minacce all'habitat. L'industria mineraria rappresenta una delle cause principali di inquinamento del pianeta: la fusione dei metalli contribuisce ogni anno a rilasciare in atmosfera i circa 19 milioni di tonnellate di anidride solforosa (pari a circa il 13% delle emissioni globali) che provocano le piogge acide. Negli Stati Uniti la lavorazione dei minerali è responsabile di quasi la metà di tutte le emissioni tossiche di origine industriale, diffondendo nell'aria e nelle acque 1,5 milioni di tonnellate di agenti inquinanti ogni anno.
L'estrazione, la lavorazione e la raffinazione dei metalli richiede un grosso dispendio energetico: basti pensare che in questi settori viene usata una quantità pari al 7-10% del petrolio, gas, carbone ed energia idroelettrica prodotti annualmente in tutto il mondo (questa percentuale non comprende l'energia impiegata nel trasporto dei minerali metalliferi in tutto il mondo). L'estrazione e la lavorazione di soli tre metalli – alluminio, rame e acciaio – richiede il 7,2% dell'energia mondiale: una quantità superiore a quella usata ogni anno dall'America latina.
Buona parte dell'energia impiegata nell'estrazione e nella raffinazione dei minerali proviene da combustibili fossili come petrolio e carbone, la cui combustione provoca le emissioni di carbonio, tra le maggiori cause dei cambiamenti climatici. Negli Stati Uniti, ad esempio, metà dell'elettricità utilizzata per la fusione dell'alluminio è prodotta da centrali elettriche a carbone.
Ma il ruolo dell'industria mineraria nei cambiamenti climatici globali non si ferma al consumo di combustibili fossili. Un ulteriore 5% delle emissioni atmosferiche di carbonio è originato dalla produzione di cemento, mentre il processo di fusione dell'alluminio contribuisce con circa 2 tonnellate di anidride carbonica per ogni tonnellata di alluminio primario prodotto e 3 tonnellate di perfluorocarburi (pfc), gas molto rari che non vengono emessi da nessun'altra attività industriale.
I pfc sono inoltre gas serra estremamente potenti: una tonnellata di pfc equivale, in termini di effetto serra, a 6.500-9.200 tonnellate di carbonio. Nel 1997 le emissioni di pfc dalle fonderie di alluminio in Australia, Canada, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti equivalevano a 19 milioni di tonnellate di carbonio; si tratta certo di un volume consistente, ma che comunque rappresenta – grazie ai miglioramenti apportati nella resa delle fonderie – la metà di quello delle emissioni del 1990.
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Le miniere generano una quantità immane di rifiuti: ogni anno gli impianti minerari canadesi ne producono più di un miliardo di tonnellate, volume pari a sessanta volte l'ammontare dei rifiuti prodotti da tutte le città dello stesso paese; e per trasportarli alcune miniere usano camion talmente capienti da poter contenere 360 tonnellate di materiale, mezzi con pneumatici che pesano ciascuno 4,5 tonnellate e sono alti almeno cinque metri.
Nel 2000 sono stati estratti 900 milioni di tonnellate di metallo nelle miniere di tutto il mondo, producendo 6 miliardi di tonnellate di scarti la maggior parte dei quali è originata dalle estrazioni di ferro, rame e oro. E queste cifre non comprendono la terra rimossa per raggiungere i giacimenti. Per ogni tonnellata di rame utilizzabile vengono prodotti detriti rocciosi per 110 tonnellate e spostate 200 tonnellate di terra. Per l'oro il rapporto è ancora più sproporzionato: si producono circa 300.000 tonnellate di rifiuti per ogni tonnellata commerciabile: vale a dire che per una vera nuziale in oro vengono prodotte 3 tonnellate di rifiuti. Per di più, gran parte di questi rifiuti sono contaminati dal cianuro e da altri prodotti chimici usati per separare i metalli.
Per alcuni metalli la diminuzione della qualità dei giacimenti ha significato un aumento della quantità di rifiuti. Inoltre, con l'esaurimento delle vene più accessibili e più ricche i minatori si sono trovati costretti a sfruttare fonti meno abbondanti; per estrarre le stesse quantità di metallo sono quindi aumentati, oltre al volume di rifiuti, anche il consumo energetico e l'uso di prodotti chimici.
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Alla fine del 1800 i chimici statunitensi avevano brevettato il metodo della lisciviazione (a base di cianuro) per separare l'oro dal resto dei minerali, tecnica che viene tuttora utilizzata dai minatori nei giacimenti auriferi di tutto il pianeta, dal Sudafrica al Nevada: il cianuro viene diluito con acqua e la miscela viene quindi versata o spruzzata sopra i cumuli di minerale in modo da isolare le pepite d'oro. Una volta rimosso l'oro utilizzabile, gli scarti vengono trattati per ridurre le concentrazioni di cianuro, che però non si riesce mai a eliminare completamente. Quando agli inizi degli anni '80 il prezzo dell'oro subì un'impennata, questo metodo tornò a essere diffusamente impiegato, proprio perché i minatori cercavano di estrarre oro anche dai giacimenti che ne contenevano quantità minime. Il risultato fu che tra il 1983 e il 1999 negli Stati Uniti il consumo di cianuro di sodio in cristalli triplicò, raggiungendo i 130 milioni di chilogrammi: di questo ammontare il 90% venne usato per l'estrazione dell'oro. E un cucchiaino contenente una soluzione di cianuro al 2% è letale per qualsiasi uomo adulto.
Ma dove finiscono i rifiuti contaminati da queste sostanze chimiche? Vengono semplicemente stoccati in "vasche" protette da muri o, come avviene in alcune zone del globo, semplicemente versati nei corsi d'acqua o negli oceani. Oggi ufficialmente solo tre miniere al mondo utilizzano i fiumi per disfarsi dei rifiuti minerari, e si trovano tutte e tre in Nuova Guinea. Ma purtroppo anche altrove i rifiuti delle miniere, sia pure contenuti in apposite aree di raccolta, hanno contaminato le risorse di acqua potabile e gli habitat acquatici. Si stima che negli Stati Uniti occidentali l'industria mineraria abbia contaminato 26.000 chilometri di fiumi e corsi d'acqua.