L'Italia della green economy
Idee aziende e prodotti nei nuovi scenari globali
prefazione: Edo Ronchi
Idee aziende e prodotti nei nuovi scenari globali
prefazione: Edo Ronchi
stralcio pagina 9
[...] Per superare la crisi, in Italia circola una proposta che attraversa gli schieramenti politici: “rilanciare la crescita economica”, senza se e senza ma. Il fatto che la crescita dell’economia tradizionale sia ormai palesemente insostenibile per la capacità di carico dell’ambiente passa in secondo piano, come se fosse un dato trascurabile. La questione andrebbe invece affrontata in termini diversi: chiedendosi, intanto, se esistano in questa crisi possibilità reali per innovare e cambiare la qualità dell’economia, per realizzare una riforma dello sviluppo, verso la sostenibilità ecologica. L’esigenza di riforme, necessarie per rilanciare l’economia e l’occupazione, è ampiamente condivisa in Italia. Ne ha parlato il 30 maggio 2011 nelle sue Considerazioni finali anche l’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, oggi Presidente della Banca centrale europea (BCE), proponendo un lungo elenco di riforme necessarie: del fisco, della spesa pubblica, per le liberalizzazioni e le infrastrutture, del mercato del lavoro, della formazione e della ricerca. È sorprendente l’assenza, in questo lungo elenco, come del resto in gran parte del dibattito italiano, di analisi e proposte su una non più rinviabile riforma: quella dello sviluppo nella direzione di una sua sostenibilità ecologica. Non cogliere questo nodo, quello della riforma dello sviluppo, e parlare di attenzione e rispetto per l’ambiente come altrettanto spesso si fa, è solo una manifestazione di un livello purtroppo molto basso sia della coscienza, sia della conoscenza ecologica. Come se, oggi, all’avvio di questo nuovo secolo, fosse ancora possibile ragionare di economia e di sviluppo, come si faceva nella prima metà del secolo scorso, a prescindere dalla sostenibilità ecologica.Eppure proprio nella crisi internazionale del 2008-2009 si è fatta strada l’idea della necessità di un “global green New Deal ”, di un nuovo patto globale capace di affrontare, contestualmente, sia la crisi climatica ed ecologica, sia la recessione mondiale con un processo di riforma dello sviluppo comunemente chiamato green economy. La differenziazione e l’innovazione, promosse anche in passato dalle grandi crisi economiche, in questa sono state dirette, per varie ragioni, non solo verso il potenziamento di alcuni settori ma, con un ampio consenso, verso un nuovo indirizzo generale dell’economia, caratterizzato dalla ricerca di un’elevata qualità ecologica, per questo chiamata green economy. Non è un processo univoco: permangono, e sono ancora prevalenti, modelli di produzione e di consumo insostenibili (per esempio anche nel 2010 le emissioni mondiali di gas serra sono cresciute di ben 1,5 miliardi di tonnellate, con un tasso di crescita non sostenibile). Ma sbaglieremmo a non cogliere le tendenze positive che sono in atto e che creano un contesto di “vento a favore” per una riforma dello sviluppo in direzione ecologica. La stessa crisi climatica, per esempio, non è più vista solo come vincolo e costo: per molti è anche occasione di nuovo e diverso sviluppo, in particolare nei settori emergenti delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica. Molte imprese si impegnano per prodotti e processi produttivi puliti, fanno dell’elevata qualità ecologica un elemento decisivo della propria competitività anche in Italia. Il numero delle certificazioni ambientali con lo schema europeo EMAS, di sito e di organizzazione, sono passate da 887 nel 2005 a 2.496 nel 2009 (fonte ISPRA), quelle certificate secondo lo standard internazionale ISO 14001 sono passate da 9.569 nel 2005 a 13.091 nel 2009 (fonte Sincert). Oppure il numero consistente dei prodotti e dei servizi che hanno ottenuto l’etichetta ecologica europea Ecolabel, che riguarda ben 16 gruppi, e che sono passati da 1.340 nel 2005 a ben 10.169 nel 2009. Sia sul piano quantitativo, per numero di imprese e fatturati, sia sul piano qualitativo, per i contenuti e i livelli di convinzione nelle scelte, la spinta verso una green economy è un processo in atto anche in Italia e la crisi non lo ha rallentato, anzi, nel 2009, anno della recessione più acuta, ha segnato anche un livello più alto di certificazione ecologica sia di prodotto sia di processo produttivo. La perdurante contrazione dei consumi, dovuta a una flessione del reddito disponibile, sta promuovendo una riflessione, con contenuti e una diffusione inediti nel recente passato, sulla loro qualità e sugli stili di vita. È, infatti, in crescita la domanda di beni e servizi più attenti all’ambiente, più sani e desiderabili, ma anche utili per far riprendere l’economia. Un sondaggio IPSOS dell’ottobre 2010 rivela che alla domanda “L’ambiente in tempo di crisi economica è un limite o un’opportunità?” il 75% degli interpellati ha risposto “un’opportunità” e solo il 17% ha risposto “un limite” (l’8% “non sa”). Secondo una rilevazione del 2009 di Eurobarometro, il 68% degli italiani ritiene che la battaglia contro il cambiamento climatico abbia un impatto positivo sull’economia. Interpellati il 12 e il 13 giugno 2011 da un referendum sulla gestione pubblica dell’acqua, risorsa naturale fondamentale, e sul blocco del nuovo programma nucleare, gli italiani hanno risposto con un’affluenza del 57% (erano 15 anni che i referendum non raggiungevano il quorum!) e con una travolgente valanga del 95% di voti favorevoli. Consensi così ampi su queste problematiche non si erano mai avuti in passato.
Questa nuova consapevolezza deriva il fatto che la sostenibilità ecologica è diventata ormai una preoccupazione centrale. Negli ultimi trent’anni il mondo si è messo a correre: la popolazione mondiale è aumentata di più di due miliardi, da 4,4 a 6,8 miliardi di essere umani, con una crescita del 52%. La globalizzazione dello sviluppo ha prodotto una crescita economica mondiale del pil pari al 125%, ossia più che doppia di quella della popolazione, dal 1980 al 2009: nonostante la recessione del 2008-2009, una crescita economica mondiale così consistente, in pochi decenni, non si era mai vista. I consumi mondiali di energia, dal 1980 al 2009, sono cresciuti di circa il 70%, da 6,6 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio (tep) a 11,16 miliardi di tep. La crescita mondiale delle emissioni di gas serra, nonostante la flessione prodotta dalla crisi del 2008-2009, nell’ultimo trentennio è stata impressionante: da 18 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente a circa 30 miliardi di tonnellate nel 2010. La crescita delle emissioni globali è stata così rapida e così consistente che gli oceani, le foreste e i suoli non l’hanno potuta assorbire tutta: la concentrazione di CO2 in atmosfera è aumentata da 339 parti per milione (ppm) nel 1980 alle 389 ppm misurate nel 2010. L’aumento della concentrazione di gas serra in atmosfera di 50 ppm in soli trent’anni non ha precedenti nella storia. Nel 1750, all’avvio dell’era industriale, la concentrazione misurata di CO2 era di 280 ppm: in 210 anni è aumentata di 59 ppm, mentre è aumentata di 50 ppm negli ultimi trent’anni.
La conoscenza e l’innovazione tecnologica hanno rivoluzionato produzioni e consumi, ma i progressi tecnologici e l’aumento della produttività delle risorse naturali, che pure ci sono stati, non sono bastati a rendere lo sviluppo economico globale sostenibile, data la velocità della crescita dei consumi delle risorse e dell’incremento degli impatti ambientali globali.
Siamo così entrati in un’era di scarsità ambientale. Al punto che taluni, specie in Europa, teorizzano che ormai solo una “decrescita” dell’economia potrebbe evitare una catastrofe ecologica. Ragionamento all’apparenza coerente: se la crescita economica genera insostenibilità, la sostenibilità richiederebbe la decrescita. La necessità di un’antitesi per superare una tesi e generare una nuova sintesi, per quanto suggestiva, è solo una delle teorie del cambiamento, non l’unica e nemmeno quella che ha avuto le maggiori conferme storiche. I sostenitori della decrescita economica ritengono che lo “sviluppo sostenibile” sia un ossimoro: un contrasto di termini, perché non vi potrebbe più essere, specie nei paesi maggiormente industrializzati, sviluppo compatibile con la sostenibilità ecologica. Non insisterò sulle differenze fra sviluppo e crescita economica: sono differenze significative, ma rischiano di portare la discussione su un binario formalistico. [...]
Ma dalla critica al modello insostenibile di crescita illimitata non deriva, necessariamente, un modello di decrescita economica. Ne può derivare la necessità di acquisire una “coscienza dei limiti”, con i conseguenti principi di prevenzione e di precauzione, e la necessità di porre fine agli sprechi e al consumismo. Ciò non significa necessariamente decrescita economica, ma è un approccio che si può assumere anche nei confronti di un’economia capace di dissociare la crescita del benessere e della sua estensione a miliardi di persone dall’insostenibilità ecologica, riducendo il consumo di risorse naturali e gli impatti ambientali. Taluni sostengono che per ragioni fisiche, di bilancio di input e output, non sarebbe più possibile crescere in maniera ecologicamente sostenibile. Commettendo un duplice errore: scambiare il pianeta Terra per un sistema chiuso, dimenticando che riceve enormi quantità di energia dal Sole; trascurare che nei sistemi viventi, e in misura maggiore in quelli umani, non c’è solo uno scambio di materia e di energia, ma anche di una risorsa non soggetta alle leggi della termodinamica: l’informazione. Quindi, almeno a livello di possibilità, queste due condizioni (della disponibilità di grandi quantità di energia solare e dell’ampia disponibilità di una risorsa, rinnovabile e che può aumentare, con nuove ricerche e scoperte, con l’accumulo e la diffusione, cioè la conoscenza) potrebbero consentire uno sviluppo duraturo, in grado di assicurare un esteso benessere alla popolazione mondiale, non solo ai 7 miliardi attuali, non a un numero illimitato di persone, ma almeno ai 9-10 miliardi prevedibili in futuro, in modo ecologicamente sostenibile. Non dico che questa sia una prospettiva già aperta; anzi, con i trend attualmente in corso, diciamo anche che è la meno probabile.
Lo sviluppo sostenibile è però una prospettiva possibile, praticabile e auspicabile. È possibile perché l’attuale modello economico, di produzione e di consumo, si basa sullo spreco di energia e di materiali: un sistema economico ecoefficiente avrebbe rilevanti margini di sviluppo anche con una riduzione degli impatti ambientali. Si pensi, ad esempio, ai margini elevatissimi di risparmio e di efficienza energetica che ci sono nei nostri edifici, nelle apparecchiature, nei trasporti e nell’industria. Si pensi alle ingenti quantità di rifiuti che si potrebbero evitare con accorte politiche di prevenzione, oppure ai milioni di tonnellate di rifiuti di qualunque tipo che buttiamo in discarica ogni anno e che potrebbero invece essere riciclati recuperando ingenti quantità di materiali. È vero che quasi un miliardo di persone è sottonutrita, ma circa un altro miliardo è obesa per eccesso di nutrimento. [...]
Questa immane conversione ecologico-climatica richiederà di ridurre o eliminare alcune attività economiche, ma ne promuoverà e svilupperà molte altre. È anche una prospettiva praticabile, perché è praticata: dispone già di buone pratiche, di buone tecniche che potrebbero essere migliorate e diffuse massicciamente.
Lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’impegno per l’efficienza e il risparmio energetico sono ormai al centro delle politiche energetiche di molti paesi. Il grave incidente nucleare ai reattori di Fukushima in Giappone non solo ha avviato un abbandono del nucleare forse definitivo in numerosi paesi, ma sta contribuendo a rafforzare le nuove politiche energetiche fondate sul risparmio e le fonti rinnovabili. Entro i prossimi venti anni almeno la metà dell’elettricità consumata in Europa sarà prodotta con fonti rinnovabili. Le diverse filiere del riciclo (dalla carta alla plastica, dal legno ai metalli, dal vetro, dagli scarti alimentari agli oli minerali e vegetali, dagli pneumatici alle apparecchiature elettriche ed elettroniche) hanno retto bene alla crisi e hanno ampi margini di incremento. Ridurre la produzione dei rifiuti, prolungare la vita dei beni promuovendo riparazione e riutilizzo, potenziare il riciclo e l’uso di prodotti riciclati, consente di tagliare drasticamente il consumo e il prelievo di materiali, sviluppando anche nuove attività economiche. Così come maggiore e migliore può essere l’utilizzo di materiali rinnovabili, evitando di competere con le produzioni agroalimentari, ma valorizzando scarti, rifiuti, alghe e prodotti di terre marginali e aride con la biochimica e i biocarburanti di seconda generazione. E non solo è possibile frenare il consumismo di beni materiali con consumi più consapevoli, più immateriali, relazionali e culturali, ma è possibile sviluppare una più consistente dematerializzazione dell’economia con usi appropriati delle nanotecnologie, dell’informatica e della rete. Sono ormai numerose le esperienze di mobilità sostenibile in diverse città [...] Anche l’idea che le imprese possano reggere i mercati e fare profitti solo danneggiando l’ambiente è ormai solo un pigro pregiudizio. Come quella che vede solo consumatori manovrati e condannati all’inevitabile consumismo.
Non è un caso che si pratichi una green economy, sia da parte di importanti settori del mondo delle imprese che puntano proprio su un’elevata qualità ecologica dei loro prodotti e processi produttivi, sia da parte di settori ormai importanti di consumatori consapevoli. Saranno ancora minoranze, ma ci sono e sono in aumento. Tutto ciò, e altro ancora, mi fa dire che un forte impegno nell’innovazione ecologica potrebbe rappresentare una leva centrale per la riforma del nostro sviluppo nella direzione della sostenibilità. E questa è anche una prospettiva auspicabile. Continuo a essere poco convinto dei proclami tipo “Fermate il mondo, voglio scendere”, preferisco credere nell’impegno in processi democratici, partecipati, di cambiamento, capaci di coinvolgere milioni di cittadini. Crisi, pestilenze e guerre hanno anche in passato, nella storia dell’umanità, causato decrescite economiche. E ciò potrebbe accadere anche in futuro: per esempio il Rapporto Stern, commissionato dal governo inglese e reso pubblico alla fine del 2006, stima che la crisi climatica, in assenza di misure adeguate di mitigazione, potrebbe causare crolli del pil dal 5 al 20%, con conseguenze economicamente ben più gravi e vaste di quelle della recessione del 2008-2009. Ma se si punta sulla partecipazione democratica, occorre proporre cambiamenti desiderabili per la gran parte dei cittadini. Così come non mi hanno mai convinto le proposte di ritorno a società vernacolari, pre-industriali, e ho sempre preferito le proposte ispirate all’ecologia come seconda modernità, ritengo la visione della decrescita culturalmente inefficace e riduttiva, ad alto rischio di confinamento della visione ecologista, oggi più che mai necessaria all’intera umanità, in una dimensione ristretta, minoritaria.
Ma come evitare di scivolare dalla critica al riduzionismo della decrescita all’opportunismo che può portare a sottovalutare la necessità di una impegnativa riforma dell’attuale sviluppo? Se dovessi sintetizzare la connotazione fondamentale di un’economia sostenibile utilizzerei la definizione di “economia sobria”. Come sappiamo sobrio è il contrario di ebrius (la “s” ha un significato privativo come con i termini sleale, scontento), ebrius vuol dire ebbro, ubriaco. Abbiamo bisogno tutti di un’economia che non sia ubriaca, che non passi dall’euforia del consumismo ai crolli nella depressione, che non faccia della sua sregolatezza una minaccia continua per la comunità, che non sprechi il suo patrimonio più prezioso, quello delle risorse naturali e che non abbandoni parte della famiglia umana nell’indigenza. Un progetto di economia sobria, consapevole nei consumi e negli stili di vita, più attenta alla qualità, capace di guardare al futuro, è parte essenziale di un processo di innovazione ecologica necessaria per dissociare lo sviluppo dagli impatti negativi per l’ambiente. Diffondere innovazioni ecologiche in un’economia ubriaca, sarebbe come seminare fiori in un piazzale asfaltato. La sobrietà è stata ignorata un po’ da tutte le tradizioni politiche del secolo scorso anche perché non era di così rilevante attualità. Oggi, nell’era di una globalizzazione che rende tanto pressanti e visibili fattori di crisi ecologica e di scarsità ambientale, non dovrebbe essere più così difficile promuovere la conversione da un’economia dello spreco a una del risparmio di energia e di risorse naturali. Anche perché tale conversione può beneficiare di tecnologie già disponibili, capaci di creare maggiore e migliore occupazione. Il Premio per lo Sviluppo Sostenibile assegnato dalla Fondazione alle migliori aziende della green economy made in Italy contribuisce a promuoverne la diffusione.