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Editoriali

High Noon

Dati della Nasa sullo scorso mese di febbraio: temperatura media globale più alta di 1,35 gradi rispetto alle medie rilevate per questo mese tra 1951 e 1980. “Shocking”, “stunning”, “a bombshell of a climate report”: queste le reazioni. Saremo più veloci noi nel realizzare un’economia de-carbonizzata (e stare quindi entro gli obiettivi enunciati a Parigi) o sarà più veloce, molto più veloce del previsto, il riscaldamento globale nel produrre i suoi effetti?

Pensiamolo come un duello in stile Mezzogiorno di fuoco: quali sono le possibilità di successo se l’avversario ha già estratto la pistola da tempo e in più ad armarlo siamo stati noi?

Utile domandarselo, specie dopo che la ricerca congiunta di due università australiane (University of Queensland e Griffith University) ha incluso un parametro che nella produzione di modelli per gli scenari futuri finora non era ancora stato considerato: il consumo pro capite di energia. Combinando le previsioni di crescita economica e della popolazione con l’andamento prevedibile del consumo energetico pro capite si ottiene un significativo aumento della domanda globale di energia e, quindi, di emissioni di CO2, con la possibilità di raggiungere gli 1,5 °C di aumento della temperatura media globale prima del 2020. Cioè domani, anzi, praticamente oggi.

Il mix micidiale, quello che può rendere solo “belle parole” gli impegni che le nazioni hanno annunciato dopo Cop 21 è quello tra crescita della popolazione (trend che non presenta segnali di attenuazione) e le politiche a favore della crescita economica che pressoché tutte le nazioni presenti a Parigi perseguono.

 

A meno di non cambiare il modo in cui le economie crescono

 

Quindi… la questione si fa spessa, come dire, e in rapida evoluzione. Tanto rapida che per tenerci informati quasi in diretta su quello che succede Gianni Silvestrini ha realizzato una nuova edizione, aggiornata e ampliata, di 2 °C, dopo che la prima edizione (e relative ristampe) è andata esaurita in meno di 12 mesi. Più persone, più crescita, più consumo di energia: cosa comporta in questo quadro la disponibilità di petrolio a costi estremamente bassi? Una maggiore efficienza energetica può essere ancora un fattore decisivo nel ridurre gli impatti della fossil-economy? Innovazione sostenibile, green o circolare, tecnologie dirompenti: stiamo correndo o stiamo facendo soprattutto tanta comunicazione? Silvestrini ci offre in questa nuova edizione di 2 °C un punto di osservazione su un orizzonte ancora più ampio di innovazioni in corso, con molte sorprese che naturalmente si possono scoprire leggendo il libro. E con una mancanza ammessa dallo stesso autore – che ha correttamente evitato di avventurarsi in campi di cui non ha diretta esperienza: una approfondita analisi di ciò che succede nel settore economico responsabile del 26% delle emissioni globali di gas serra (al terzo posto, quindi, dopo energia e trasporti), l’agricoltura.

 

Ma a includere anche questo settore, e con il più alto livello di aggiornamento, arriva un’altra nuova edizione, quella di Eating Planet. Aggiornato in tutti i capitoli e ampliato con nuovi contributi di esperti di levatura internazionale, come Danielle Nierenberg, Ellen Gustafson, Barbara Buchner, Camillo Ricordi, Riccardo Valentini e altri, Eating Planet ci presenta uno scenario, quello dei sistemi agroalimentari globali e delle nostre abitudini alimentari e di consumo, caratterizzato da tre giganteschi paradossi. Oggi produciamo cibo sufficiente per sfamare una popolazione superiore di due miliardi a quella attuale, ma lo distribuiamo e lo usiamo così male da veder convivere ottocento milioni di persone malnutrite e due miliardi di persone obese (e i danni che l’obesità può produrre sono efficacemente raccontati da Sara Farnetti, altra contributor di spicco al volume del Bcfn, nell’articolo incluso in questi numero della nostra newsletter). In più, ben il 40% dei raccolti sono utilizzati per nutrire gli animali che ci servono a soddisfare un consumo di carne in crescita costante o per produrre biocombustibili (seppure in quota molto minore rispetto alla prima voce). Infine, sprechiamo addirittura un terzo della produzione alimentare globale. Esattamente quanto basterebbe per dar da mangiare a quanti sono sotto o malnutriti. Tutto questo, come afferma Pavan Sukhdev nella sua introduzione al volume, rappresenta il clamoroso fallimento dell’attuale sistema agroalimentare mondiale.

 

Un “nodo agroalimentare” che ha molte facce e va interpretato secondo approcci diversi, come propone il Barilla Center for Food & Nutrition Foundation: cultura, salute, ambiente, economia e società.

Il libro è senza dubbio il punto riferimento più completo e aggiornato, vero reference book in grado di definire i termini entro cui devono svolgersi oggi il dibattito – a ogni livello – e la ricerca su questi temi, che ci riguardano tutti e su cui tutti, nei nostri molteplici ruoli, possiamo agire.

 

Il perché ce lo ricordano Johan Rockström e Mattias Klum in Grande Mondo Piccolo Pianeta: benché normalmente, e correttamente, si pensi all’energia e ai trasporti come principali fonti di emissioni climalteranti e quindi di degrado ambientale, è più difficile immaginare che proprio l’agricoltura – le attuali pratiche agricole e i relativi trend di sviluppo – è l’origine non solo delle storture mostruose di cui sopra, ma anche la terza fonte di emissione di gas serra (titolare del 26% del totale dei Ghg emessi), il principale vettore dei processi di deforestazione che continuano senza sosta, e quindi connessa a ulteriori trend (come la perdita di biodiversità) tra quelli che affliggono i nove fondamentali parametri che fanno sì che il mondo sia quello che oggi conosciamo. E che sarà così ancora per quanto?

 

Il paradosso dei paradossi, a questo punto, è rappresentato dal fatto che le soluzioni esistono, le sappiamo, le abbiamo testate e fatte maturare, le usiamo già, tanto nel sistema agroalimentare quanto negli altri settori. In tutti questi libri – in Due gradi come in Eating Planet e in Grande Mondo Piccolo Pianeta – sono descritte, nel dettaglio.

 

Del resto, gli stessi ricercatori delle due università australiane citate all’inizio suggeriscono, modestamente, una ricetta dalla semplicità disarmante: sappiamo che in sole due ore il sole fornisce energia sufficiente ad alimentare l’economia mondiale per un anno. Spostiamo quindi i 500 miliardi di dollari di sussidi all’anno che attualmente vanno alle fonti fossili e destiniamoli allo sviluppo delle rinnovabili.

 

Semplice, perfino banale, sentita e risentita. Chi lo spiega, per esempio, ai nostrani trivellatori? Chi gli spiega che secondo l’Ipcc il bacino Mediterraneo è uno dei luoghi dove gli effetti del cambiamento climatico si manifesteranno (si stanno manifestando) nel modo più acuto?

 

Che si fa allora? Si trivella?

 
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