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Editoriali

Amory Lovins e Lester Brown in parlamento

di Marco Moro

Fantapolitica, decisamente. Tutt’al più possiamo sperare di rivedere Lester Brown in Italia per presentare un suo prossimo libro o per riparlare dei temi di 9 miliardi di posti a tavola. Per Lovins, autore del recente Reinventare il fuoco e che ha immaginato la green economy prima ancora che questa avesse un nome, forse qualche possibilità si apre per l’appuntamento milanese di Solarexpo-The Innovation Cloud.

Il titolo però allude ad altro. In un confronto politico dove le idee (specie quelle buone) sono state, e continuano a essere, all’ultimo posto, le dichiarazioni post-elezione non cambiano tono e argomento. Intercettare improvvisamente nello tsunami di parole che sta transitando sui media i nomi di Lovins e Brown come riferimenti culturali per politiche energetiche e ambientali è quasi scioccante. E forse chi nei propri programmi ha messo, in ossequio ai “poteri forti”, trivellazioni e hub del gas, dovrebbe fare qualche riflessione, visti anche gli esiti elettorali. Sono vent’anni – già! quest’anno Edizioni Ambiente compie vent’anni – che forniamo idee e facciamo tutto il possibile perché arrivino dove è utile che arrivino. Sappiamo anche molto bene dove queste idee hanno da tempo trovato migliore accoglienza, dove sono state considerate con sufficienza dall’alto di una certa spocchia, e dove non sono arrivate per nulla. Però sentire citare quei nomi nel flusso degli elenchi di trombati, salvati, inquisiti, zombie, rottamati o inaffondabili, beh, fa un certo effetto. Ci sono senza dubbio molti altri nomi che sarebbe auspicabile vedere tra gli ispiratori di programmi di governo. E non solo nomi “stranieri”: Enrico Giovannini, per esempio, sotto la cui presidenza Istat ha realizzato un indicatore nazionale alternativo al Pil. Il Bes, indicatore di Benessere Equo e Sostenibile che non solo allinea il nostro paese a quanto sta avvenendo nel contesto internazionale ma esprime anche un fondamentale – e lungamente atteso – segnale di cambiamento culturale. Sarà molto interessante analizzare nel dettaglio le voci che compongono l’indicatore e conoscere i dati e i trend che mette in luce. Anche in questo caso, ciò che osserviamo con particolare soddisfazione è la concretizzazione di un percorso culturale a cui anche i nostri volumi hanno dato un contributo. La messa in discussione del Pil e della connessa mitologia della crescita ha in Tim Jackson uno dei più efficaci interpreti, tra i pochi in grado di svincolarsi dall’utopia regressiva della decrescita, mentre l’analisi di ciò che lo “storico” indicatore di benessere economico non registra (le disuguaglianze, tanto per dire...) è sviluppata da Diane Coyle in Economia dell’abbastanza. Sarebbe davvero curioso veder sedere nel nostro parlamento personalità come Brown o Lovins a fianco di figuri appartenenti davvero a un altro mondo. Nel dibattito sulla compatibilità dei sistemi di democrazia rappresentativa con i temi di carattere globale e afferenti al campo dei beni comuni, scenari non così distanti da questo sono anche stati ipotizzati. Ma siamo nel campo della teoria politica. Nella nostra realtà, il fatto che certe idee arrivino anche solo a essere citate nei lavori del prossimo parlamento sarebbe già un successo.

 
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