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Editoriali

Meglio un’economia senza economisti? di Marco Moro

Racconta Walter Stahel in un articolo recentemente pubblicato su Nature: “Il concetto (di economia circolare, ndr) prese origine dall’idea di sostituire il consumo di energia con la forza lavoro, descritto per la prima volta circa 40 anni fa, in un rapporto alla Commissione europea redatto da me e Geneviève Reday-Mulvey mentre lavoravamo all’Istituto di Ricerca Battelle, a Ginevra. I primi anni ’70 vedevano prezzi crescenti dell’energia e un alto tasso di disoccupazione. Come architetto, sapevo bene che ci vogliono più lavoro e meno risorse nel ristrutturare un edificio esistente anziché nel costruirne uno nuovo. Tale principio è vero per ogni forma di stock o capitale, dal telefono cellulare al terreno arabile e al patrimonio culturale”.

Mi soffermerei su un punto, quello in cui Stahel, padre riconosciuto del concetto di circolarità in economia, dice di sé “Come architetto…”.

Sorprendente? A ben guardare, no, per niente. Quello dell’architetto è tuttora – nonostante un’immagine pubblica di questa disciplina spesso compromessa dal proprio modo di rappresentarsi e di comunicare – uno dei pochi percorsi formativi e professionali che contiene in sé il potenziale per sviluppare la capacità di approcciare in modo sistemico e realmente interdisciplinare i problemi.

Ecco forse perché la visione più concretamente rivoluzionaria di economia oggi in campo non viene dalla testa di un economista, ma dal pensiero di una persona formata per guardare oltre, cioè per progettare.

Il progetto, il progetto di architettura in particolare, è un processo complesso, intrinsecamente “multistakeholder”, un processo che obbliga a incrociare dati diversi da affrontare coordinando competenze (culture) e risorse diverse. Con la finalità di trarne un sistema funzionante. Se possibile, da tutti i (tanti) punti di vista implicati, che in estrema sintesi potremmo riassumere in economico, sociale, ambientale…. Una triade che dovrebbe ricordarci qualcosa

“Vorremmo ampliare la gamma delle tematiche cui ci si aspetta che l’architettura debba fornire delle risposte, aggiungendo alle dimensioni artistiche e culturali che già appartengono al nostro ambito, quelle sociali, politiche, economiche e ambientali. […] vorremmo evidenziare il fatto che l’architettura è chiamata a rispondere a più di una dimensione alla volta, integrando più settori invece di scegliere uno o l’altro”: così si esprime l’architetto cileno Alejandro Aravena, curatore della Biennale Architettura 2016, inaugurata di recente, confermando l’estrema attualità di questo approccio, la sua necessità. 

Pensiamo ora al dibattito su economia o politica economica per come viene agito, rappresentato e comunicato nei luoghi deputati (reali o mediatici) in cui si svolge: quanto è probabile trovarsi di fronte a una capacità di visione come quella citata in precedenza? Troveremo economisti (con master veri o farlocchi), finanzieri, banchieri, imprenditori… al limite sindacalisti, e politici a rimorchio, a seguire anziché a guidare. Si parlerà di concetti come il Pil, si parlerà in astratto di crescita, si parlerà un linguaggio pseudo-disciplinare usato come barriera alla comprensione e alla partecipazione, spostando la percezione su un piano lontano dalla realtà delle cose. Un linguaggio dove tutto (perfino il lavoro) diventa totem, numeri astratti.

Eppure qualcosa di diverso, dopo il conclamato e multiplo fallimento del modello corrente di capitalismo globalizzato e mercato “che racconta di sé di essere libero”,  si inizia a respirare.

Grazie, appunto, a influenze e idee che si formano perlopiù al di fuori di ciò che si autodefinisce “mondo dell’economia”, idee che arrivano dalla scienza, da culture tecniche o tecnico umanistiche, o da economisti (rari) capaci di guardare oltre i pretesi confini disciplinari. Tra i nostri autori ne abbiamo parecchi, sia della prima sia della seconda “specie”.

L’effetto che si prova è come se si tornasse a parlare della realtà, dopo decenni di allegre scampagnate nell’astrazione. È l’effetto di un improvviso bagno nella realtà.

C’è qualcosa di realmente interessante da conoscere e da seguire.

Economia circolare, bioeconomia, green economy, sharing economy, blue economy… un’ebollizione di idee e di pratiche che è una delle cose più significative cui oggi si possa dedicare un lavoro di documentazione e interpretazione.

Alla fine: più architetti e meno economisti? Certamente il punto non è questo: servono più persone capaci di guardare oltre, quale che sia il loro percorso culturale e professionale.

Compito nostro, di editori, è diffonderne le idee. Un compito piuttosto entusiasmante.

 
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