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Ci sono voluti 20 anni, ma ne è valsa la pena...

Più “snella” delle precedenti, l’edizione 2016 di Ecomafia è la prima pubblicata dopo l’entrata in vigore della legge sugli ecoreati. Risultato di un lavoro durato vent’anni, questa legge segna una svolta importante nel contrasto alla criminalità ambientale. Abbiamo chiesto ad Antonio Pergolizzi, “storico” curatore del Rapporto, di illustrarci i primi risultati della sua applicazione.

Partirei dalla legge sugli ecoreati, la 68 del 2015. Che giudizio si può dare su questa norma? È effettivamente cambiato qualcosa?

Il giudizio è ovviamente positivo. Dal mese di giugno del 2015 gli inquirenti hanno la possibilità di perseguire gli ecocriminali contestandogli dei delitti ambientali specifici, principalmente quelli di inquinamento e disastro ambientale. Grazie alla legge 68/2015 chi inquina paga, o almeno ci sono buone possibilità che ciò accada veramente. Come si può evincere dall’analisi investigativa, una parte di imprese spregiudicate che fino a ieri erano incentivate a inquinare per le scarse sanzioni dall’anno scorso adesso ci pensano due volte.

Che rapporti intercorrono tra fenomeni corruttivi e criminalità ambientale? È cambiato il ruolo dei “colletti bianchi” nei reati contro l’ambiente?

Il rapporto tra i due fenomeni è di completa osmosi. Senza corruzione la stragrande maggioranza dei reati ambientali non potrebbero verificarsi. Con il miglioramento dell’azione di contrasto si perfezionano anche le dinamiche corruttive in campo ambientale. Purtroppo i colletti bianchi sono sempre la chiave di volta, soprattutto nei cicli del cemento e dei rifiuti.

Ambiente e legalità, secondo un sondaggio citato in apertura di Ecomafia 2016, sono le parole più usate dagli italiani per parlare di futuro. Eppure, questi termini sembrano scomparsi dal discorso pubblico e hanno sempre meno spazio nell’informazione mainstream. Perché politica e istituzioni faticano tanto a intercettare istanze così diffuse e importanti?

È la politica in senso lato che manca, cioè una visione chiara di futuro, un orizzonte netto e ben definito dove calare le scelte politico-amministrative quotidiane. Imperversa la dittatura del contingente, il vecchio travestito di nuovo, la premura per mettere qualche soldo in più nelle tasche degli elettori, mentre la tutela e la valorizzazione dell’ambiente rimane solo un cliché da usare a piacimento. Mai come in questo momento la classe dirigente, sia a livello nazionale sia locale, sembra incapace di comprendere che l’unica via per uscire dall’attuale impasse economico è puntare sulle risorse ambientali, sul territorio e sulle sue bellezze, su un modo completamente nuovo di creare valore aggiunto. La fine dell’economia lineare classica è sotto gli occhi di tutti. Intraprendere la strada dell’economia circolare sarebbe il modo migliore per togliere spazio agli ecocriminali, a di là dell’azione repressiva.

Il 24 agosto un terremoto ha devastato alcuni comuni dell’Italia Centrale, imponendo un prezzo altissimo tra morti e feriti. Subito è stato lanciato l’allarme per le possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nei lavori di ricostruzione. Che cosa sta facendo Legambiente?

Per prima cosa Legambiente ha messo in moto la sua squadra di Protezione civile, specializzata per il recupero delle opere d’arte. Proprio in questi giorni abbiamo spedito una lettera al Commissario alla ricostruzione Vasco Errani per chiedere alcune cose: massimo controllo contro le mire mafiose, gestione oculata delle macerie attraverso il recupero differenziato e il riutilizzo per usi compatibili in loco, garanzie per la sicurezza degli edifici da ricostruire attraverso la qualità dei materiali e le migliori tecniche di costruzione, pianificazione dei controlli sul patrimonio edilizio in chiave energetica e statica.

 
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