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Il primo master in bioeconomia ed economia circolare

Lo scorso 23 gennaio è iniziata la prima edizione del master universitario Bioeconomy in the Circular Economy. Una doppia novità perché non solo questo master è il primo in Europa dedicato ad approfondire i temi della bioeconomia e dell’economia circolare, ma anche perché per la prima volta quattro dei principali atenei italiani si sono messi insieme: Università di Torino, Università di Milano Bicocca, Università di Bologna e Università di Napoli Federico II. A dare supporto sul lato industriale sono tre degli attori più importanti del settore – Novamont, GFBiochemicals e il Parco scientifico di Lodi – insieme al gruppo bancario Intesa Sanpaolo, unico global partner finanziario della Fondazione Ellen McArthur.

Materia Rinnovabile ha intervistato Giovanni Sannia, docente di Biologia molecolare all’Università Federico II e direttore del master.

Cosa ha portato quattro università italiane a organizzare il primo master europeo in bioeconomia ed economia circolare?

“Lo sviluppo di un’economia che cresca rispettando l’ambiente e riducendo la dipendenza da risorse come i combustibili fossili appare obiettivo prioritario delle politiche europee e mondiali su cui concentrare risorse e investimenti nella ricerca e sviluppo e nella formazione. Le quattro università che hanno collaborato alla progettazione del master rappresentano siti di eccellenza della ricerca nel settore delle biotecnologie industriali in Italia. E sono anche le sedi dove si formano le figure professionali dei biotecnologi industriali, che costituiscono la futura spina dorsale per lo sviluppo del comparto industriale delle biotecnologie.”

 

Quali figure professionali puntate a formare con il master?

"BioCirce offre un percorso altamente avanzato per la formazione nei settori dell’economia che si basano su un uso responsabile e sostenibile di risorse biologiche e di processi biotecnologici. Il programma creerà figure professionali in grado di interagire su tutti gli aspetti della produzione e del marketing di prodotti e processi biobased, con particolare attenzione a quei processi e prodotti dal maggiore potenziale innovativo.”

 

Qual è il ruolo di Novamont, GFBiochemicals, il Parco Scientifico di Lodi e il gruppo bancario Intesa Sanpaolo?

“Il ruolo dei partner non accademici non è un ‘ruolo di vetrina’ ma è quello – fondamentale – di indirizzare la formazione verso l’identificazione e la creazione di figure professionali che possano soddisfare al meglio le esigenze del mondo industriale. L’idea fondante è stata di istituire un percorso formativo formulato on demand in base a queste esigenze.

Finora la collaborazione dei partner non accademici si è sviluppata attraverso l’individuazione di un proprio rappresentante nell’organo di coordinamento del master, la messa a disposizione di docenti scelti tra gli esperti dei settori di interesse per arricchire l’offerta didattica, la possibilità data agli allievi di svolgere stage.”

 

Quali sono secondo lei i punti di forza e di debolezza della ricerca italiana nella bioeconomia?

“Sicuramente il maggior punto di forza è la capacità di tutti gli attori di ‘fare squadra’ superando le tendenze all’autoreferenzialità e apprezzando il valore aggiunto della collaborazione. Credo che il miglior esempio di ciò sia stata la costituzione del Cluster Spring chimica verde e il modo con cui, in solo un paio di anni, è riuscito a diventare una realtà con una sempre maggiore valenza strategica nel settore biobased nel nostro paese e un attore fondamentale per la crescita della bioeconomia.”

 

… continua a leggere su Materia Rinnovabile 14 gennaio-febbraio 2017

 
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