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Moda, cannibali e forchette

“È progresso se un cannibale usa la forchetta”? si chiede di John Elkington nell’incipit di Cannibals with Forks, uno dei più importanti libri sulla sostenibilità pubblicato nel 1997 in cui per la prima volta si formula il principio della triple bottom line. Elkington rispondeva positivamente alla domanda: se i cannibali, che rappresentano nella metafora le grandi corporation che cercano di “divorarsi” l’una con l’altra, usano la forchetta, ovvero adottano modelli di produzione sostenibili, realizzano un vero progresso?

 

La domanda si applica perfettamente anche alla moda. Si dice infatti che la moda sia cannibale, affetta da una sindrome di Crono al contrario. Nella moda, i figli, le nuove collezioni e tendenze, divorano i padri, le collezioni e le tendenze della stagione precedente, rendendole obsolete, fuori moda e azzerandone il valore commerciale. Si potrebbe rubricare il cannibalismo della moda a perfetto esempio di obsolescenza programmata, come ha scritto Catherine Rampell su The New York Times in un articolo del 2013 in cui – in maniera provocatoria – invitava i marchi come Apple a imitare il brainwashing che la moda esercita sui consumatori a ogni cambio di stagione per convincerli ad acquistare qualcosa di nuovo. C’è ovviamente del vero. Ma anche qualcosa di più, che risulta chiaro se confrontiamo la moda con una “pura” industria creativa come l’editoria o il cinema: si potrebbe forse sostenere che la pubblicazione di un nuovo romanzo o la produzione di un nuovo film siano uno spreco causato da strategie di obsolescenza programmata da parte di editori e produttori? Possiamo limitarci a rileggere o rivedere i classici? Il bisogno di novità è insito nelle industrie creative da cui l’industria ibrida della moda eredita una parte del Dna. Difficile pensare a un mondo in cui il bisogno di novità e la dimensione culturale e simbolica – in una parola la moda – non abbiano grande influenza su come ci vestiamo e in cui l’abbigliamento sia ridotto a pura funzionalità.

Diversamente dalle “pure” industrie creative, come il cinema, la musica o l’editoria in cui la produzione è prevalentemente immateriale, la moda consuma però grandi quantità di materiali. Anzi sono proprio i materiali ad attribuire il valore estetico e simbolico ai capi di abbigliamento: la foggia dell’abito, la “mano” del tessuto, leggerezza, la maggiore o minore lucentezza o vivacità del colore, tutto dipende dai materiali usati o dai processi industriali con cui vengono lavorati. Il libro Neomateriali nell’economia circolare: Moda affronta il tema della tensione che si genera tra dimensione materiale e manifatturiera e il continuo bisogno di novità che alimenta la moda e il consumo di materia.

Continua a leggere su Materia Rinnovabile 16 – giugno/luglio

 
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